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Dimissioni di Dan Driscoll, vuoto di comando al Pentagono mentre Hegseth consolida il potere

Dimissioni di Dan Driscoll: scontro con Pete Hegseth e vuoto di comando al Pentagono minacciano la modernizzazione dell'esercito e la coesione alleata in un momento di crisi

01 Settembre 2026, 12:33

12:40

Driscoll lascia l’Esercito Usa: scontro con Hegseth e vuoto di comando nel momento più delicato per il Pentagono

Terremoto al Pentagono, Driscoll si dimette: mesi di scontri con Hegseth dietro l’addio

Al Pentagono non si muove soltanto una casella. Le dimissioni di Dan Driscoll, segretario dell’Esercito Usa, spalancano un problema di comando e di equilibrio politico proprio mentre Washington fronteggia crisi esterne, tensioni con l’Iran e una lotta interna sempre più visibile attorno al potere di Pete Hegseth.

Il cambio al vertice non è arrivato in una stagione ordinaria. Dan Driscoll, il civile chiamato a guidare il più grande ramo delle forze armate statunitensi, lascia il Dipartimento dell’Esercito mentre Washington è impegnata su più dossier esterni e mentre al Pentagono continua a pesare la linea muscolare imposta dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. La notizia, confermata dalla Casa Bianca il 31 agosto 2026, non è soltanto l’ennesima scossa nella catena di comando americana: apre anche un vuoto istituzionale in una fase in cui la continuità decisionale conta quasi quanto la capacità militare stessa. 

Driscoll dovrebbe lasciare formalmente nei prossimi giorni, dopo 18 mesi al vertice politico dell’Esercito. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha evitato di indicare una motivazione ufficiale per l’uscita, scegliendo invece di valorizzare il lavoro svolto: leadership nelle operazioni, attenzione a prontezza e letalità, contributo ai negoziati tra Russia e Ucraina. È un linguaggio che, in politica americana, spesso accompagna un commiato imposto o comunque maturato in un contesto di attrito interno più che di normale avvicendamento. 

Un addio che racconta la crisi dei rapporti al Pentagono

Che tra Driscoll e Hegseth i rapporti fossero deteriorati da tempo non è più, ormai, una semplice indiscrezione. Diverse testate americane hanno ricostruito mesi di tensioni sulla direzione dell’Esercito, sulle nomine ai vertici militari e sul ritmo delle riforme. Il punto non era soltanto personale. Sullo sfondo c’era una divergenza più sostanziale: da una parte l’idea di Driscoll di spingere modernizzazione, innovazione e trasformazione; dall’altra l’impronta accentratrice di Hegseth, che ha progressivamente imposto una propria rete di fedelissimi e rimosso figure considerate non allineate. 

Secondo quanto riportato da Axios, due elementi hanno pesato in modo particolare nella decisione: la sensazione di vedere bloccate le sue iniziative di modernizzazione e il caos generato dalle epurazioni di ufficiali generali promosse dal segretario alla Difesa. Defense One parla a sua volta di una frattura accentuata dalla rimozione dei comandanti legati ai progetti di trasformazione dell’Esercito. Non si tratta di dettagli marginali: nella macchina militare americana il rapporto tra leadership civile di servizio e segretario alla Difesa è delicato per definizione, ma diventa esplosivo quando si intreccia con licenziamenti ai vertici e con una ridefinizione del potere interno. 

A rendere il quadro ancora più significativo c’è un passaggio precedente: ad aprile 2026, quando le voci sulle frizioni erano già circolate, Driscoll aveva fatto sapere di non avere intenzione di dimettersi. In quel momento la Casa Bianca lo difendeva pubblicamente e il suo nome veniva persino accostato, in alcuni ambienti di Washington, a un possibile rafforzamento del suo ruolo. Il fatto che pochi mesi dopo abbia invece presentato le dimissioni segnala che il conflitto non si è ricomposto, ma si è aggravato. 

Chi è Dan Driscoll e perché il suo profilo contava

Per capire il peso politico di questa uscita bisogna guardare al profilo di Driscoll. Ex ufficiale dell’Esercito, veterano della guerra in Iraq, formato a Yale Law School e poi passato attraverso il mondo degli investimenti e del venture capital, Driscoll non era il classico burocrate del Pentagono. È stato nominato da Donald Trump e confermato dal Senato nel febbraio 2025; l’Esercito lo presenta come il 26° segretario dell’Armata, entrato in carica il 25 febbraio 2025. La votazione al Senato sulla cloture si è chiusa con 66 voti favorevoli e 28 contrari, dato che testimonia un sostegno allora ampio rispetto alla forte polarizzazione politica di Washington. 

La sua biografia istituzionale aiuta a capire anche il tipo di agenda che aveva portato con sé: esperienza operativa come ufficiale corazzato, missione a Baghdad nel 2009, familiarità con i temi dell’innovazione, attenzione alla riforma dei processi di acquisizione e dell’ammodernamento tecnologico. L’Esercito americano, che deve tenere insieme uomini, mezzi, basi, Guardia Nazionale, riserve e catene logistiche globali, non cercava soltanto un amministratore: cercava una figura capace di tradurre in struttura permanente le lezioni della guerra contemporanea. 

In questo quadro pesa anche la sua vicinanza politica a JD Vance, oggi vicepresidente e figura centrale dell’equilibrio interno dell’amministrazione. Più testate statunitensi ricordano che Driscoll era considerato un amico di Vance e uno degli uomini dell’area che aveva investito maggiormente sul suo profilo. Non è un dettaglio di colore: al Pentagono le appartenenze personali e i canali di accesso alla Casa Bianca incidono spesso quanto le competenze tecniche, soprattutto quando si aprono scontri tra dipartimenti e catene di comando. 

Il nodo della trasformazione dell’Esercito

Uno dei punti più sensibili della sua gestione riguardava la modernizzazione. In primavera, il Pentagono aveva diffuso un memorandum di Hegseth sulla trasformazione dell’Esercito, con l’obiettivo di renderlo più snello e più letale e con una forte enfasi su sistemi senza pilota, contromisure anti-drone e revisione delle acquisizioni. Ma, paradossalmente, proprio il terreno della riforma sembra essere diventato quello dello scontro. Driscoll era associato a una linea di accelerazione tecnologica che puntava a incorporare rapidamente le lezioni dell’Ucraina e del Medio Oriente; Hegseth, secondo i resoconti americani, avrebbe invece ostacolato alcune sue iniziative e, soprattutto, smantellato la rete di generali che ne erano diventati il braccio operativo. 

Il riferimento ai droni non è secondario. Driscoll era stato descritto come uno dei promotori di un adattamento rapido dell’Esercito alle guerre a basso costo e alta saturazione, quelle in cui sciami di velivoli senza pilota e difese anti-drone decidono il rapporto tra efficacia e perdite. In audizioni parlamentari del 2026, il tema ritorna spesso: la guerra in Ucraina, ma anche il confronto con l’Iran, hanno spinto il vertice dell’Esercito a riconsiderare tempi, prezzi e procedure con cui acquistare armamenti leggeri, intercettori e sistemi di protezione ravvicinata.

Il precedente Randy George e il significato delle epurazioni

La frattura tra Driscoll e Hegseth è diventata più leggibile dopo l’uscita di scena del generale Randy George, capo di stato maggiore dell’Esercito. Defense One ha riferito che George è stato spinto al ritiro anticipato su richiesta di Hegseth; il documento storico del Dipartimento della Difesa fissa la fine del suo mandato al 2 aprile 2026. Per Driscoll, che a George era politicamente e professionalmente vicino, quella mossa ha rappresentato un segnale preciso: il controllo sulla trasformazione dell’Esercito stava cambiando mano. 

Con l’uscita di Driscoll, quel processo appare completo almeno sul piano politico. E il problema non è soltanto chi comanda, ma con quale grado di legittimazione. Diversi resoconti sottolineano che l’Esercito resta ora senza un leader civile confermato dal Senato proprio mentre il sistema militare americano è sottoposto a tensioni operative e strategiche. In un’istituzione che per scala e complessità ha bisogno di decisioni rapide ma anche di copertura politica piena, una guida ad interim vale meno, soprattutto nelle fasi di riallineamento interno. 

Il vuoto di comando nel momento sbagliato

È qui che la notizia smette di essere solo una vicenda di palazzo. L’Esercito americano è coinvolto in un contesto di impegni multilocali: deterrenza in Europa, adattamento nel Pacifico, supporto a operazioni nel Medio Oriente e necessità di difesa delle basi statunitensi nell’area segnata dallo scontro con l’Iran. DefenseScoop ha osservato che il commiato di Driscoll arriva mentre la forza terrestre statunitense è in prima linea nella difesa contro missili e droni di Teheran; AP ha inoltre riferito in luglio la morte di soldati americani in Giordania durante la difesa da attacchi iraniani con missili balistici e droni. 

In altre parole, il punto non è se l’apparato militare statunitense continuerà a funzionare: continuerà a farlo. Il punto è se potrà farlo con una catena di indirizzo politico stabile, riconosciuta e coerente. Le grandi burocrazie della difesa resistono ai singoli cambi, ma ne avvertono gli effetti quando coincidono con operazioni in corso, sostituzioni di generali e conflitti tra vertice civile del servizio e vertice politico del Pentagono.

Cosa dice questa uscita dell’America di Trump

L’addio di Driscoll racconta anche qualcosa di più ampio sull’amministrazione Trump nel suo secondo mandato. La gestione del personale militare di vertice è apparsa fin qui segnata da una forte centralizzazione politica e da un uso disinvolto delle sostituzioni come strumento di disciplina interna. L’uscita del segretario dell’Esercito segue altre rimozioni o avvicendamenti nel mondo della difesa e alimenta l’idea di un Pentagono nel quale il criterio della lealtà personale pesa più di quello della continuità istituzionale. 

Per il lettore europeo, e italiano in particolare, c’è un’ultima implicazione da non trascurare. Quando il più grande esercito occidentale attraversa una fase di turbolenza al vertice, gli effetti si riflettono inevitabilmente sugli alleati: pianificazione NATO, priorità industriali, assistenza all’Ucraina, presenza avanzata in Europa e capacità di risposta nel Mediterraneo allargato. Driscoll non era il volto più noto del potere americano, ma occupava un crocevia cruciale tra politica, bilancio, innovazione e impiego della forza. Il modo in cui esce di scena suggerisce che, più della singola dimissione, la questione vera sia la stabilità del comando politico-militare statunitense nei mesi a venire.