MAFIA
Malta, l’assoluzione di Yorgen Fenech riapre il vuoto di giustizia sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia
La sentenza che scagiona il principale imputato riporta al centro una domanda irrisolta: chi ha davvero ordinato l’omicidio della giornalista che svelava i legami tra affari, politica e impunità nell’isola?
Otto ore di camera di Consiglio, un verdetto di assoluzione e un Paese che si ritrova punto e a capo: a quasi nove anni dall’uccisione di Daphne Caruana Galizia, Malta ha condannato diversi esecutori, ma continua a non avere una verità condivisa sul livello più alto della catena di comando, ovvero i mandanti.
La scena, davanti al tribunale della Valletta, è quella delle grandi fratture civili: da una parte l’assoluzione di Yorgen Fenech, dall’altra la sensazione, per una parte consistente dell’opinione pubblica maltese, che il cuore politico e finanziario del delitto resti ancora senza un colpevole. Ieri, dopo otto ore di camera di consiglio, una giuria della Corte penale di Malta ha assolto l’imprenditore dalle accuse di complicità e associazione criminale legate all’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Il verdetto è arrivato con un voto 8 a 1 e, salvo circostanze eccezionali su questioni di diritto, l’accusa non può impugnarlo.
Per Malta, però, non si chiude una pagina: si riapre una ferita. Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017 a 53 anni con un’autobomba esplosa mentre guidava vicino a casa, era la giornalista che più di ogni altra aveva raccontato i legami opachi tra affari, potere politico e sistemi offshore nell’arcipelago. Le sue inchieste avevano toccato figure centrali della vita pubblica maltese, anche nel contesto delle rivelazioni dei Panama Papers. Al momento della morte affrontava oltre 40 cause per diffamazione, mentre da anni subiva una pressione costante, fra campagne denigratorie, minacce e atti intimidatori.
I condannati ci sono, il mandante no
Negli anni successivi all’attentato, la giustizia maltese ha ottenuto condanne importanti tra gli esecutori materiali. Vincent Muscat si è dichiarato colpevole nel 2021; i fratelli Alfred e George Degiorgio sono stati condannati nel 2022 a 40 anni ciascuno dopo aver ammesso il loro ruolo; altre condanne sono arrivate anche per chi avrebbe fornito l’esplosivo. Ma il processo a Fenech era quello da cui molti si aspettavano una risposta decisiva sulla catena di comando del delitto. Con l’assoluzione, quella risposta non c’è.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, respinta dalla giuria, Fenech avrebbe avuto interesse a fermare una giornalista che stava raccogliendo elementi su intrecci societari e flussi finanziari sensibili per ambienti vicini al potere. Il suo arresto, nel 2019, mentre tentava di lasciare Malta a bordo del proprio yacht, aveva innescato proteste di massa e accelerato la crisi politica che portò alle dimissioni dell’allora premier Joseph Muscat nel gennaio 2020.
Il nodo politico: lo Stato e il “clima d’impunità”
La questione, ormai, va oltre il singolo processo. L’inchiesta pubblica indipendente conclusa nel 2021 stabilì che lo Stato maltese doveva “portare responsabilità” per l’assassinio, avendo favorito un clima d’impunità che rese possibile il delitto. È un punto cruciale: non solo l’omicidio di una giornalista scomoda, ma il fallimento di un sistema istituzionale nel proteggerla nonostante anni di minacce e aggressioni.
Anche il Parlamento europeo ha più volte giudicato insufficienti i progressi di Malta sul terreno dell’accountability e delle riforme, pur riconoscendo alcuni passi avanti sul piano giudiziario e normativo. Il governo maltese sostiene di aver avviato dal 2021 un percorso di riforma della legislazione sui media, ancora oggetto di consultazioni pubbliche nel 2025. Ma il verdetto su Fenech mostra quanto la distanza tra riforme annunciate e fiducia pubblica resti ampia.
La famiglia di Daphne Caruana Galizia ha parlato di “negazione della giustizia”; Reporters Without Borders ha reagito con durezza; l’opposizione ha chiesto nuove garanzie sull’indipendenza delle istituzioni. È difficile sostenere il contrario: a quasi nove anni dall’autobomba di Bidnija, Malta ha punito chi ha piazzato e preparato l’attentato, ma non ha ancora sciolto fino in fondo il nodo più delicato, quello dei mandanti e delle protezioni che hanno reso possibile il crimine. Ed è proprio qui che il caso Caruana Galizia continua a interrogare non solo Malta, ma l’intera Unione europea.