l'inchiesta
Spari nel boschetto a trenta metri di distanza: l'ex poliziotto Cinturrino rischia l’ergastolo per l’uccisione del pusher Zack
Le indagini scientifiche smentiscono la tesi del controllo degenerato e della pistola giocattolo trovata accanto al cadavere
La vicenda giudiziaria sulla morte di Abderrahim Mansouri, 28 anni, conosciuto nel boschetto di Rogoredo come “Zack”, arriva a una svolta. La Procura di Milano, con un avviso firmato dal pm Giovanni Tarzia e seguito dal procuratore Marcello Viola, ha notificato la chiusura delle indagini preliminari nei confronti di Carmelo Cinturrino, ex assistente capo del commissariato Mecenate, indagato per omicidio aggravato dalla premeditazione.
Secondo la ricostruzione iniziale, la sera del 26 gennaio 2026, all’interno dell’area boschiva di Rogoredo, l’intervento dell’agente sarebbe degenerato fino a costringerlo a sparare, ritenendo di trovarsi davanti a una minaccia armata.
Gli approfondimenti della Squadra mobile e della Polizia scientifica hanno però incrinato radicalmente la tesi della legittima difesa, delineando un quadro incompatibile con un pericolo imminente. Decisivi, in particolare, tre elementi:
La distanza del colpo: Mansouri è stato raggiunto alla testa da un proiettile esploso da circa 30 metri, una traiettoria ritenuta non coerente con uno scontro ravvicinato e utilizzata per fondare la contestazione di premeditazione.
La “pistola” a salve: la replica rinvenuta accanto al corpo sarebbe stata collocata dopo lo sparo. Esami genetici, testimonianze e analisi dei sistemi di videosorveglianza hanno smentito la scena inizialmente prospettata.
Il ritardo nei soccorsi: tra lo sparo e la richiesta di intervento sono trascorsi 23 minuti, un lasso temporale che gli inquirenti considerano rilevante nell’alterazione del contesto.
Convocato il 6 agosto 2026 per essere interrogato proprio sulla premeditazione, Cinturrino si è avvalso della facoltà di non rispondere. La difesa continua a qualificare l’accaduto come una “tragica fatalità” dettata dalla paura.
Sul fronte amministrativo, l’ex agente è stato destituito dalla Polizia di Stato con provvedimento del capo della Polizia, Vittorio Pisani, datato 20 maggio 2026, notificato in carcere il 22 maggio e reso pubblico il 30 giugno. Una decisione che, si sottolinea nel provvedimento, riflette l’incompatibilità istituzionale della condotta alla luce degli atti sin qui raccolti.
Parallelamente, è in corso un secondo filone d’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mecenate”, che coinvolge complessivamente sette indagati, tra cui lo stesso Cinturrino, per presunti illeciti commessi sul territorio: spaccio, estorsione, rapina, percosse, arresti illegali, calunnia, concussione, falso, sequestro di persona e depistaggio.
Nel corso delle perquisizioni sull’auto di servizio dell’ex assistente capo sono stati sequestrati sei telefoni cellulari, una chiavetta USB, una videocamera, una GoPro, un martello e una stecca da biliardo spezzata: materiali ora sottoposti ad accertamenti balistici e genetici.
Per cristallizzare le prove testimoniali, la Procura ha richiesto un incidente probatorio volto ad ascoltare pusher, persone tossicodipendenti e frequentatori di Rogoredo e del Corvetto, ritenuti testimoni fragili ma cruciali per fare luce su presunti abusi e verbali falsificati.
Con la chiusura dell’indagine principale, si apre la strada alla richiesta di rinvio a giudizio: spetterà al giudice dell’udienza preliminare valutare la sufficienza del compendio probatorio.
Qualora fosse confermata l’aggravante della premeditazione, la pena edittale per l’ex poliziotto può arrivare all’ergastolo.