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IL FEMMINICIDIO

Firenze, Lorena Isceri uccisa dopo il sequestro-lampo: la chiamata dal bagagliaio, la fuga sull’A1 e l’epilogo al cavalcavia

Dall’agguato nel garage alla chiamata disperata al 112: la ricostruzione delle ore che hanno portato all’epilogo sull’autostrada, mentre l’inchiesta prova a chiarire ogni passaggio

04 Settembre 2026, 11:01

Firenze, Lorena Isceri uccisa dopo il sequestro: la chiamata dal bagagliaio, la fuga sull’A1 e l’epilogo al cavalcavia

Il rapimento, la fuga e l’orrore: spinge l’ex fidanzata dal cavalcavia dell’A1 e poi si toglie la vita davanti agli agenti

Ha chiamato il 112 dal bagagliaio del suo Suv mentre l’auto correva sull’autostrada. È da quella richiesta d’aiuto, captata e geolocalizzata dalla polizia, che prende forma la ricostruzione del femminicidio di Lorena Isceri, uccisa sull’A1 dopo un sequestro lampo partito da Rifredi.

Il telefono che squilla dal bagagliaio di un Suv, la corsa silenziosa lungo l’A1, la geolocalizzazione avviata dalla sala operativa, le telecamere incrociate una dopo l’altra. In quei minuti, secondo la ricostruzione degli investigatori, Lorena Isceri stava cercando di salvarsi mentre era già sequestrata. Quando gli agenti arrivano sul cavalcavia, però, il tempo si è quasi esaurito.

La donna, 46 anni, originaria di Lecce e residente a Firenze, è morta nel pomeriggio di ieri dopo essere stata, secondo l’ipotesi investigativa, aggredita dall’ex compagno Federico Vella, 36 anni, e trascinata in auto contro la propria volontà. L’epilogo si è consumato nel tratto appenninico dell’autostrada, in territorio di Barberino del Mugello, dove l’uomo l’avrebbe spinta dal cavalcavia per poi togliersi la vita all’arrivo della polizia. La Procura di Firenze ha disposto il trasferimento delle salme a Careggi per gli accertamenti autoptici e tossicologici.

Secondo quanto emerso nelle prime ore dell’inchiesta, tutto sarebbe iniziato a Rifredi, quartiere di Firenze dove la donna rientrava abitualmente. L’ex fidanzato l’avrebbe aspettata nel garage di casa, sorprendendola subito dopo il parcheggio. La ricostruzione parla di un’aggressione improvvisa, seguita dall’immobilizzazione con fascette da elettricista alle gambe e alle mani. Lorena Isceri sarebbe stata poi chiusa nel bagagliaio del proprio Suv insieme allo zaino, all’interno del quale c’era il cellulare. È un dettaglio decisivo: proprio da lì sarebbe partita la richiesta d’aiuto che ha consentito agli investigatori di attivare la macchina dei soccorsi.

La donna, sempre secondo la ricostruzione riportata dalle fonti disponibili, sarebbe riuscita dapprima a contattare la madre e poi un amico, senza però mantenere il collegamento. Infine la chiamata al 112. La conversazione con la sala operativa della Questura di Firenze sarebbe durata diversi minuti: abbastanza perché gli operatori raccogliessero gli elementi essenziali, dall’identità dell’aggressore al modello dell’auto, fino alla targa e alla possibile direzione di marcia. Da quel momento è partita una ricerca su più livelli: la geolocalizzazione del telefono, il controllo dei varchi e il riscontro attraverso le telecamere di sicurezza lungo l’autostrada.

Il punto di arrivo è il cavalcavia sulla A1 Panoramica, nel tratto compreso tra il bivio con la Direttissima e Roncobilaccio, chiuso per ore dopo il fatto per consentire rilievi e accertamenti. È lì che una pattuglia nota il Suv fermo. Secondo la ricostruzione finora disponibile, poco prima dell’intervento l’uomo avrebbe aperto il bagagliaio, scoprendo la donna ancora al telefono. Un frammento di voce, registrato dalla centrale, segnerebbe gli ultimi istanti: lui si accorge della chiamata in corso, poi la spinge nel vuoto da un’altezza di oltre 40 metri. Subito dopo, davanti agli agenti, si sarebbe lanciato a sua volta.

Gli investigatori stanno lavorando per ricostruire in modo completo la dinamica, i tempi dell’agguato e il livello di pianificazione. Un elemento già emerso è l’assenza, allo stato delle informazioni disponibili, di precedenti denunce o querele formalizzate. Non è un dettaglio secondario, ma neppure basta a ridurre il peso dei segnali che spesso rimangono confinati nella sfera privata fino all’esplosione della violenza. In casi come questo, il passaggio dalla fine di una relazione al controllo, fino alla coercizione estrema, è proprio il nodo che l’inchiesta dovrà chiarire in ogni suo snodo.

Sul piano pubblico, la vicenda torna a porre una domanda essenziale: quanto rapidamente le istituzioni riescono a intercettare una richiesta di aiuto quando la violenza è già in atto. In questo caso la risposta operativa è scattata, con il 112 e la polizia mobilitati in tempo reale; ma la finestra utile si è rivelata strettissima. Per chi subisce minacce, stalking o violenza domestica, resta fondamentale ricordare che accanto all’emergenza esiste anche la rete di protezione del 1522, il numero nazionale antiviolenza e antistalking, gratuito e attivo 24 ore su 24, con operatrici specializzate e accesso anche via chat e app.

Il contesto, del resto, continua a essere grave. Il ministero dell’Interno ha aggiornato anche nel 2026 il monitoraggio sugli omicidi volontari con vittime donne e sui reati riconducibili alla violenza di genere, segno di un fenomeno che richiede osservazione continua e strumenti specifici di prevenzione. Nel 2025, secondo i dati diffusi dal Viminale, le donne uccise in Italia sono state 97, in calo rispetto agli anni precedenti ma ancora a un livello che impedisce qualsiasi lettura rassicurante. Dietro ogni numero, come dimostra il caso di Lorena Isceri, c’è una storia concreta fatta di paura, tentativi di sottrarsi, telefonate, minuti decisivi che separano la sopravvivenza dalla tragedia.