l'inchiesta
Il Mostro di Modena, quarant’anni dopo si riapre il giallo degli otto omicidi
Reperti da riesaminare con le tecniche scientifiche di oggi, vecchi fascicoli da rileggere e nuove richieste dei familiari
Dopo più di trent’anni, il caso del cosiddetto “Mostro di Modena” potrebbe tornare nelle mani degli investigatori. Polizia e Carabinieri, su incarico della Procura, hanno iniziato a esaminare il materiale delle vecchie indagini. Nei giorni scorsi gli investigatori sono stati anche alla Medicina legale di Modena, dove sono conservati reperti sequestrati all’epoca dei delitti.
L’obiettivo è capire che cosa sia ancora disponibile e, soprattutto, che cosa possa essere analizzato oggi con tecniche scientifiche che negli anni Ottanta e Novanta non esistevano o non erano sufficientemente sviluppate.
La nuova fase nasce anche dall’iniziativa dei familiari di Anna Maria Palermo, una delle otto donne uccise tra il 1985 e il 1995 e i cui omicidi sono stati accomunati nel tempo dall’ipotesi dell’esistenza di un unico assassino. L’avvocata Barbara Iannuccelli ha presentato un’istanza per la riapertura del caso e ha chiesto, tra le altre cose, di sottoporre i reperti a nuovi esami.
Nel frattempo altre famiglie si sono rivolte allo stesso legale. Sono già cinque, secondo le informazioni disponibili: oltre ai familiari di Anna Maria Palermo e Marina Balboni, hanno dato mandato all’avvocata anche i parenti di Giovanna Marchetti, Donatella Guerra e Claudia Santachiara.
Otto donne, dieci anni di delitti
Il nome “Mostro di Modena” non identifica un assassino mai individuato, né esiste una sentenza che abbia stabilito che tutti gli omicidi siano opera della stessa persona. È un’etichetta nata dalla ricostruzione giornalistica di una serie di delitti rimasti senza una soluzione definitiva e accomunati da alcune analogie.
L’elenco più condiviso comprende otto vittime: Giovanna Marchetti, Donatella Guerra, Marina Balboni, Claudia Santachiara, Fabiana Zuccarini, Anna Bruzzese, Anna Maria Palermo e Monica Abate. I delitti si concentrano tra il 1985 e il 1995.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che alcune ricostruzioni hanno ipotizzato altri due casi, quelli di Filomena Gnasso, uccisa nel 1983, e Antonietta Sottosanti, morta nel 1990. Sono però considerati separatamente rispetto agli otto omicidi individuati come nucleo principale della vicenda.
Giovanna Marchetti, la prima vittima
La sequenza considerata dal “Mostro” comincia nell’agosto del 1985. Giovanna Marchetti era una ragazza giovanissima. Il suo corpo fu trovato il 21 agosto nei pressi di una fornace nella zona di Baggiovara.
Era stata uccisa con un violento colpo alla testa. Sul luogo del delitto vennero trovati elementi che avrebbero potuto avere un peso nelle indagini, ma il caso non arrivò a una soluzione definitiva.
La sua morte aprì una lunga scia di omicidi che, almeno inizialmente, furono trattati come episodi distinti.
Donatella Guerra, uccisa nel 1987
Passano due anni prima del delitto successivo. Nel settembre del 1987 viene uccisa Donatella Guerra, 22 anni.
Il corpo viene trovato nella zona dei laghetti di Sant’Anna. La giovane era stata colpita al cuore e alla gola. Sul luogo del delitto vengono rilevate anche un’impronta di scarpa e tracce riconducibili a pneumatici.
Sono elementi che, con gli strumenti di oggi, potrebbero assumere un interesse diverso. All’epoca, però, non portarono all’identificazione dell'assassino.
Marina Balboni e quell’ultimo appuntamento
Poco meno di due mesi dopo, il 1° novembre 1987, tocca a Marina Balboni, 21 anni.
Il suo corpo viene trovato in un fosso lungo la strada tra Carpi e Gargallo. La ragazza è stata strangolata con il foulard che indossava.
Prima di uscire di casa aveva parlato di un appuntamento con una persona importante. È uno degli elementi che, ancora oggi, alimentano le domande sulla sua morte e sulle persone che frequentava negli ultimi giorni di vita.
Il suo caso è stato indicato tra quelli che potrebbero essere riletti alla luce di documenti e reperti rimasti disponibili.
Claudia Santachiara, i capelli mai analizzati
Nel maggio del 1989 viene uccisa Claudia Santachiara, 24 anni. Il corpo viene trovato in una zona di campagna tra Modena e Campogalliano.
Anche Claudia viene strangolata.
È proprio questo uno dei casi sui quali le nuove indagini potrebbero concentrarsi. Secondo quanto riferito nelle ultime settimane, la giovane avrebbe avuto in mano alcuni capelli che all’epoca non sarebbe stato possibile analizzare con le tecniche oggi disponibili.
Se quel materiale fosse ancora conservato e utilizzabile, potrebbe diventare uno degli elementi più interessanti da sottoporre a esame genetico.
Fabiana Zuccarini, un altro corpo in un fosso
L’8 marzo 1990 viene trovato il corpo di Fabiana Zuccarini, 21 anni, in un fosso a Staggia di Bomporto.
Anche in questo caso si parla di strangolamento. La ragazza aveva problemi di tossicodipendenza e, secondo le ricostruzioni dell’epoca, aveva raccontato ai genitori di avere un appuntamento con un uomo che chiamava “lo zio ricco”.
Gli investigatori seguirono diverse piste, compresa quella legata agli ambienti della droga, ma nessuna portò a un responsabile.
Anna Bruzzese, uccisa nel 1992
Il 4 febbraio 1992 viene trovata morta Anna Bruzzese, 33 anni, in un fosso a San Prospero.
L’autopsia accerta che la donna è stata accoltellata e che aveva cercato di difendersi. Anche il suo omicidio rimane senza un colpevole.
La vicenda si inserisce in una serie nella quale tornano alcuni elementi: donne giovani, spesso legate alla prostituzione o alla tossicodipendenza, corpi abbandonati in zone isolate e indagini che negli anni non sono riuscite a stabilire un responsabile.
Anna Maria Palermo, il caso che oggi può riaprire gli altri
Il 26 gennaio 1994 muore Anna Maria Palermo, ventenne. Il suo corpo viene trovato in un canale nella zona di Corlo, nel Modenese.
È uno dei delitti più importanti nella nuova richiesta di riapertura.
Secondo gli elementi raccolti dalla difesa della famiglia, sul corpo della ragazza c'erano ferite da taglio e segni compatibili con un'aggressione. Nei pressi del cadavere furono inoltre repertate due siringhe e altri oggetti che, secondo la richiesta presentata alla Procura, potrebbero essere nuovamente analizzati.
La famiglia chiede in particolare di verificare se sia possibile estrarre oggi profili genetici da reperti che negli anni Novanta non potevano essere studiati con la precisione consentita dalle tecniche moderne.
Per il suo omicidio ci fu anche un processo: una persona venne indicata come possibile responsabile, ma fu assolta e il delitto è rimasto senza una condanna.
Monica Abate, l’ultimo delitto
L’ultima delle otto vittime è Monica Abate. Il suo corpo viene trovato il 3 gennaio 1995 nell'abitazione dove viveva a Modena.
Inizialmente si ipotizza una morte per overdose, ma l’autopsia porta a una conclusione diversa: la donna è stata soffocata.
La scena presenta anche altri elementi anomali, tra cui la presenza di una siringa sul braccio e tracce che negli anni hanno alimentato diverse ipotesi investigative. Furono svolti ulteriori accertamenti e vennero seguite anche piste che coinvolgevano persone appartenenti alle forze dell’ordine, senza però arrivare a un responsabile.
Con Monica Abate si interrompe la sequenza dei delitti comunemente attribuiti al “Mostro di Modena”.
Un unico assassino? È ancora una domanda
È proprio questo il punto centrale della nuova possibile riapertura: capire se gli otto omicidi siano davvero collegati.
L'ipotesi di un unico assassino è stata costruita nel tempo sulla base delle caratteristiche delle vittime, delle modalità degli omicidi e del fatto che diversi corpi furono abbandonati in zone isolate. Ma non è mai stata dimostrata giudiziariamente.
Anzi, secondo alcune ricostruzioni più recenti, i casi presentano differenze tali da non escludere che dietro la serie possano esserci persone diverse. L’obiettivo degli accertamenti, quindi, non dovrebbe essere necessariamente quello di dimostrare l’esistenza del “Mostro”, ma verificare se gli elementi delle singole inchieste permettano oggi di trovare collegamenti che allora non era possibile individuare.
Le nuove tecniche possono cambiare le carte in tavola
È qui che entra in gioco la Medicina legale.
Reperti biologici, capelli, tracce ematiche e altri materiali raccolti sulle scene dei delitti potrebbero essere sottoposti a nuove analisi. Il punto, però, sarà prima di tutto capire quali reperti siano ancora conservati e in quali condizioni.
Parallelamente, gli investigatori stanno rileggendo i fascicoli originali. L'obiettivo è individuare elementi trascurati, testimonianze mai approfondite o persone che all’epoca erano entrate in contatto con le vittime e che oggi potrebbero essere rivalutate.
Non si parte dunque soltanto dai reperti. Si riparte anche dalle vite delle otto donne.
Le famiglie chiedono una risposta
A distanza di oltre trent’anni, il caso torna così al punto di partenza: otto donne uccise, nessun responsabile definitivamente individuato e una domanda rimasta senza risposta.
La possibile riapertura non significa che sia stato individuato un nuovo colpevole e nemmeno che sia stata dimostrata l’esistenza di un unico assassino. Significa, per ora, che gli elementi delle vecchie inchieste vengono nuovamente esaminati e che la Procura sta valutando se esistano le condizioni per nuovi accertamenti.
Per le famiglie, però, il significato è più semplice: provare ancora una volta a capire chi abbia ucciso quelle donne.
Quarant’anni dopo il primo delitto, la tecnologia potrebbe finalmente offrire agli investigatori strumenti che allora non esistevano. E alcuni reperti rimasti chiusi per decenni potrebbero tornare a parlare.