Tokyo
2026, fuga dal Giappone: mille manager stranieri lasciano il Paese per la stretta sui visti
Le rigide normative introdotte dal governo conservatore innalzano i requisiti di capitale e impongono l'assunzione di personale locale, mettendo in grave crisi i piccoli imprenditori
Nella prima metà del 2026, quasi mille titolari di visto per manager d'impresa hanno abbandonato il Giappone, registrando un esodo quadruplicato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Secondo i dati dell'Agenzia per i servizi d'immigrazione riportati dal Japan Times, 953 imprenditori stranieri hanno lasciato il Paese senza completare le procedure di rientro. Il trend risulta in costante accelerazione: si è passati da una media di 40 partenze mensili nei primi tre trimestri del 2025 al picco di 226 registrato nel solo mese di giugno. A innescare questa ondata di rientri in patria sono state le severe norme introdotte a ottobre 2025 dal governo guidato dalla premier Sanae Takaichi, con l'obiettivo dichiarato di arginare l'immigrazione fraudolenta e tutelare il mercato del lavoro locale.
Le nuove disposizioni hanno innalzato drasticamente il capitale minimo necessario per l'ottenimento e il rinnovo del visto, portandolo da 5 a 30 milioni di yen (circa 165 mila euro), e hanno introdotto l'obbligo di assumere a tempo pieno almeno un cittadino giapponese o un residente permanente. Questa stretta sta colpendo con particolare durezza il tessuto della piccola imprenditoria straniera, specialmente il settore della ristorazione etnica. Nonostante il governo abbia concesso un periodo transitorio fino a ottobre 2028 per l'adeguamento alle nuove regole, l'impatto sul campo è già drastico: un sondaggio della Tokyo Shoko Research evidenzia come quasi la metà degli intervistati lamenti gravi difficoltà operative e una percentuale crescente stia considerando la chiusura definitiva. Le nuove politiche segnano così una brusca inversione di tendenza per un visto che fino a fine 2025 viveva una fase di forte espansione, con quasi 47 mila titolari, di cui circa la metà di nazionalità cinese.