Funerali
L'addio a Ratko Mladić come un test politico per la Serbia di oggi divisa tra celebrazione militare, memoria negata e aspirazioni europee
A Belgrado la bara avvolta nella bandiera, simboli militari e l'assenza del presidente rivelano un Paese diviso
La bara avvolta nella bandiera serba, i soldati, la banda militare, la folla fin dall’alba e l’assenza studiata del presidente: a Belgrado l’addio a Ratko Mladić si è trasformato in qualcosa di più di un funerale, rivelando le contraddizioni di una Serbia ancora sospesa tra nazionalismo, memoria negata e ambizioni europee.
Il contrasto è tutto nella scena: dentro la chiesa di San Luca Apostolo a Belgrado, il rito funebre officiato dal patriarca Porfirije; fuori, una folla arrivata fin dalle prime ore del mattino; attorno, simboli militari, bandiere nazionali, telecamere dei media filogovernativi. Il funerale di Ratko Mladić, l’ex comandante serbo-bosniaco condannato in via definitiva all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, non è stato soltanto un addio religioso. È diventato, in poche ore, un test politico per la Serbia di oggi, per il suo rapporto con il proprio passato e per la sua già tormentata traiettoria europea.
A Belgrado, lunedì 7 settembre 2026, migliaia di persone si sono radunate per rendere omaggio a un uomo che la giustizia internazionale ha collocato tra i principali responsabili delle atrocità commesse durante la guerra in Bosnia. La camera ardente è durata per circa cinque ore, iniziata dalle 7 del mattino, e a mezzogiorno è stato celebrato l’“opelo”, la tradizionale cerimonia funebre ortodossa. Il patriarca Porfirije ha guidato il rito; al cimitero, secondo quanto documentato da Associated Press, soldati dell’esercito serbo hanno trasportato la bara avvolta nella bandiera nazionale mentre una banda militare accompagnava la cerimonia.
Nel linguaggio delle immagini, più ancora che in quello delle dichiarazioni, il messaggio è apparso evidente. La bara di Mladić era stata riportata in Serbia già il 3 settembre, con un aereo governativo decollato dai Paesi Bassi. All’arrivo a Belgrado, soldati serbi avevano preso in consegna il feretro, anch’esso avvolto nella bandiera, in una cerimonia trasmessa in diretta dalla tv filogovernativa Informer. Sul volo ufficiale viaggiava anche il ministro della Giustizia Nenad Vujić, insieme al figlio del defunto, Darko Mladić, e ad alcuni ex commilitoni. Sono dettagli che confermano come, pur nel tentativo delle autorità di tenere un profilo formalmente prudente, l’apparato statale abbia avuto un ruolo visibile almeno nella gestione del rimpatrio e nella cornice pubblica dell’evento.
Eppure, proprio mentre la cerimonia assumeva una forma solenne e fortemente simbolica, le principali autorità politiche serbe hanno scelto di non trasformare il funerale in una piena investitura istituzionale. Il presidente Aleksandar Vučić non era presente. Ha spiegato nei giorni precedenti che l’organizzazione delle esequie spettava alla famiglia e che lui non avrebbe potuto partecipare perché impegnato nella visita di Stato del presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, in agenda a Belgrado il 7 e 8 settembre. La sua assenza non è passata inosservata: è sembrata la ricerca di un equilibrio difficile tra una parte dell’opinione pubblica serba che continua a considerare Mladić un “eroe nazionale” e la pressione internazionale, soprattutto europea, che chiedeva di evitare ogni forma di glorificazione ufficiale.
L’assenza del capo dello Stato, tuttavia, non ha cancellato la forte ambiguità politica della giornata. Secondo ANSA, alla cerimonia erano presenti alcuni ministri del governo. Secondo AP, tra i partecipanti figuravano anche il leader nazionalista serbo-bosniaco Milorad Dodik e l’ambasciatore russo in Serbia Alexander Botsan-Kharchenko. In altri termini, il funerale non è stato un evento strettamente privato né soltanto religioso: si è collocato in quello spazio grigio in cui il potere evita una piena assunzione di responsabilità politica, ma consente che il tributo pubblico si svolga con tutti i segni della legittimazione simbolica.
Per capire la portata di questo funerale bisogna tornare ai fatti giudiziari, che non appartengono alla sfera dell’interpretazione politica ma a quella delle sentenze definitive. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato Ratko Mladić il 22 novembre 2017 all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi o consuetudini di guerra. La condanna riguardava, tra l’altro, il massacro di Srebrenica del luglio 1995, l’assedio di Sarajevo e altri crimini commessi contro civili non serbi durante il conflitto bosniaco. L’International Residual Mechanism for Criminal Tribunals ha poi confermato in via definitiva, l’8 giugno 2021, le condanne e la pena del carcere a vita.
La sentenza è il punto fermo da cui discende tutto il resto. Quando oggi si discute di memoria, di revisionismo o di “glorificazione”, non si parla di giudizi morali astratti, ma di un uomo riconosciuto colpevole dalla giustizia internazionale di avere avuto un ruolo centrale in crimini che hanno segnato la storia europea del secondo Novecento. Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, in una nota diffusa dopo la morte di Mladić il 27 agosto 2026, ha ricordato che quei fatti sono stati definitivamente accertati in sede giudiziaria e fanno parte del record storico, condannando sia il negazionismo del genocidio di Srebrenica sia ogni azione che glorifichi i condannati per genocidio e crimini di guerra.
Non sorprende, allora, che la reazione più dura sia arrivata dall’Unione europea. Già il 4 settembre, la commissaria all’Allargamento Marta Kos aveva definito il ritorno dei resti di Mladić a Belgrado “un test molto importante” per capire gli sviluppi dei giorni successivi e la valutazione dei Paesi membri sulla Serbia. Il 7 settembre, giorno del funerale, il Servizio europeo per l’azione esterna ha ribadito in un comunicato che “qualsiasi glorificazione di criminali di guerra, negazione del genocidio e revisionismo” contraddice “i valori europei più fondamentali” e non ha posto né nell’Unione né nei Paesi candidati. La formula non è rituale: la Serbia è ufficialmente un Paese candidato all’adesione e la riconciliazione regionale è considerata da Bruxelles un criterio politico sostanziale, non una nota a margine.
Qui sta il nodo politico più sensibile. La leadership serba prova da anni a tenere insieme registri diversi: dialogo con Bruxelles, coltivazione del consenso nazionalista interno, rapporti pragmatici con Mosca, controllo del racconto mediatico domestico. Il funerale di Mladić ha compresso tutto questo in una sola giornata. Da un lato, Vučić ha evitato di esporsi fisicamente; dall’altro, l’apparato pubblico non si è sottratto del tutto alla macchina simbolica che ha accompagnato il rimpatrio e le esequie. La presenza di soldati, banda militare, ministri e copertura televisiva in diretta ha trasformato una cerimonia familiare in un evento nazionale de facto, anche senza il sigillo formale di una commemorazione di Stato.
La ferita ancora aperta di Srebrenica
Per la Bosnia-Erzegovina, e in particolare per le vittime di Srebrenica, la scena di Belgrado ha avuto inevitabilmente il sapore della provocazione storica. In una dichiarazione ufficiale del 27 agosto 2026, il presidente di turno della Presidenza bosniaca Denis Bećirović ha ricordato che Mladić “rimane iscritto in nero” nella storia del Paese, dell’Europa e del mondo, e che la sentenza definitiva del Tribunale dell’Aja lo ha collocato “tra i più brutali assassini del XX secolo”. Il richiamo non è soltanto retorico: è il modo con cui Sarajevo riafferma che la memoria pubblica non può essere separata dalla verità giudiziaria.
Questa distanza tra Belgrado e Sarajevo non riguarda solo il passato. Incide sul presente dei Balcani occidentali: sulla fiducia reciproca, sui rapporti tra comunità, sullo spazio lasciato alle narrazioni revisioniste. Quando migliaia di persone rendono omaggio a un uomo condannato per il genocidio di Srebrenica, il problema non è solo morale o simbolico. Diventa politico nel senso più concreto del termine, perché segnala che una parte della società e una parte dell’establishment continuano a leggere la guerra degli anni Novanta attraverso categorie identitarie e vittimistiche incompatibili con una piena riconciliazione regionale.
Un funerale che parla della Serbia di oggi
Ridurre quanto accaduto a Belgrado a una semplice manifestazione di nostalgie nazionaliste sarebbe però insufficiente. Il funerale di Mladić racconta anche la fragilità del compromesso su cui si regge la Serbia contemporanea. Il Paese resta formalmente orientato verso l’Europa, ma una porzione non marginale del suo spazio pubblico continua a riservare rispetto, se non venerazione, ai protagonisti militari delle guerre jugoslave. È in questo scarto che si inserisce la prudenza di Vučić: non sconfessare apertamente quei sentimenti, ma neppure intestarseli davanti a Bruxelles.
Il problema, per Belgrado, è che questa ambivalenza sta diventando sempre meno sostenibile. L’Unione europea non ha reagito soltanto sul piano valoriale: ha ricordato, con linguaggio diplomatico ma inequivocabile, che il rapporto con il passato può influire sulla valutazione politica di uno Stato candidato. In altre parole, non si tratta soltanto di una disputa memoriale. È un dossier di politica estera, di credibilità istituzionale e di affidabilità europea.
Per questo il funerale di Ratko Mladić ha avuto un peso che va ben oltre la cronaca della giornata. Nella capitale serba si sono visti insieme, nello stesso spazio, tre livelli diversi di realtà: la devozione nazionalista di migliaia di persone; la cautela tattica del potere; il richiamo duro della giustizia internazionale e delle istituzioni europee. È da questo triangolo che passa una parte importante del futuro politico della Serbia.
Belgrado ha mostrato che il passato non è affatto passato. E che, a trentun anni da Srebrenica, il conflitto decisivo nei Balcani non è solo quello tra memorie opposte, ma quello tra la verità giudiziaria accertata e la sua continua contestazione nello spazio pubblico. Il funerale di Mladić, con il suo apparato liturgico, militare e politico, ha reso visibile proprio questo: la distanza ancora enorme tra la condanna internazionale di un criminale di guerra e la sua persistente riabilitazione emotiva in una parte della società serba.