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l'analisi

Chi ha consegnato la Sassonia-Anhalt all’estrema destra: la nuova geografia sociale del voto tedesco

Dagli ex astenuti agli operai, dai giovani alla generazione di mezzo: anatomia di un consenso che ha superato i confini tradizionali dell’estrema destra tedesca

08 Settembre 2026, 10:15

10:20

Chi ha consegnato la Sassonia-Anhalt all’AfD: la nuova geografia sociale del voto tedesco

La macchia azzurra dell’AfD copre quasi tutta la carta elettorale della Sassonia-Anhalt. Si interrompe soltanto nelle città, in tre collegi fra Magdeburgo e Halle conquistati dalla Linke. Tutto il resto — 38 circoscrizioni su 41 — è passato al partito di estrema destra. Ma la geografia racconta solo una parte della svolta: dietro il 43,8% di Alternative für Deutschland c’è un elettorato molto più largo del suo stereotipo, mobilitato fra gli ex astenuti, radicato nella generazione di mezzo e unito soprattutto dalla convinzione di ricevere meno di quanto gli spetti.

La mappa rovesciata: dalle roccaforti CDU al dominio dell’AfD

La dimensione del cambiamento emerge dal confronto con il 2021. Cinque anni fa la CDU aveva conquistato 40 dei 41 collegi uninominali della Sassonia-Anhalt, lasciandone appena uno all’AfD. Il 6 settembre la geografia politica si è quasi completamente capovolta: Alternative für Deutschland ha prevalso in 38 collegi su 41, mentre i tre restanti sono stati conquistati dalla Linke nelle aree urbane di Magdeburgo e Halle.

Il voto di lista conferma la portata dello spostamento. Secondo il risultato provvisorio, l’AfD ha raggiunto il 43,8%, più che raddoppiando il proprio risultato del 2021, e ha ottenuto 39 seggi nel Landtag. La maggioranza assoluta ne richiede 42. La CDU del cancelliere Friedrich Merz, fino a quel momento forza dominante nel Land, è invece precipitata a 15 deputati. Il dato non consegna automaticamente il governo all’AfD, ma rende molto più difficile costruire una maggioranza alternativa e sottopone a una pressione senza precedenti il principio di non collaborazione con l’estrema destra seguito dagli altri partiti tedeschi.

Lo scarto fra città e provincia è netto, ma non racconta due territori completamente separati. L’AfD è risultata il primo partito anche nei grandi centri considerando il voto di lista: circa il 33% a Magdeburgo e il 30% a Halle. Nei comuni con meno di 5.000 abitanti, tuttavia, è arrivata intorno al 50%, mentre nelle città con più di 100.000 residenti si è fermata mediamente al 31%. La Linke è riuscita a difendere i suoi collegi urbani grazie al voto diretto ai candidati, dimostrando che la scelta personale e il radicamento locale possono ancora interrompere l’onda dell’AfD. 

Il partito che ha riportato gli astenuti alle urne

Per capire il risultato non basta osservare il trasferimento di voti fra i partiti. Il vero serbatoio dell’avanzata dell’AfD è stato l’elettorato che nel 2021 non aveva partecipato. Secondo il modello di flussi elaborato da Infratest dimap per l’ARD, circa 157.000 ex astenuti hanno scelto questa volta l’AfD. Altri 83.000 elettori sono arrivati dalla CDU.

I numeri della cosiddetta migrazione elettorale sono stime, non un conteggio individuale delle schede: combinano risultati ufficiali, sondaggi rappresentativi prima e durante il voto, composizione demografica e cambiamenti intervenuti nell’elettorato. Restano però uno strumento importante per cogliere la direzione politica del movimento. In questo caso indicano che l’AfD non si è limitata a consolidare una base già esistente: ha allargato la partecipazione e ha sfondato nel principale bacino conservatore.

Il partito ha assorbito anche quote più contenute provenienti da SPD, Linke e FDP. Il messaggio politico è evidente: il successo non può essere liquidato come il prodotto di una sola nicchia ideologica. L’AfD ha funzionato contemporaneamente da voto identitario, da protesta contro il governo federale, da sanzione nei confronti dell’esecutivo regionale e, per una parte degli elettori, da scelta ritenuta coerente con le proprie priorità.

La partecipazione, salita al 78%, circa 17 punti in più rispetto al 2021, rafforza questa lettura. Non è stata una vittoria favorita dalla passività generale, ma ottenuta in una consultazione altamente mobilitante. In termini assoluti non si tratta del maggior numero di votanti nella storia del Land: nel 1990 andarono alle urne circa 127.000 persone in più. Da allora, tuttavia, la Sassonia-Anhalt ha perso oltre mezzo milione di elettori, conseguenza di invecchiamento, denatalità e migrazioni interne. Il record percentuale del 2026 segnala dunque una società politicamente attivata, non rassegnata. 

Età e genere: il baricentro è nella generazione di mezzo

L’elettore più rappresentativo dell’AfD in Sassonia-Anhalt è un uomo di mezza età, ma il profilo non deve diventare una caricatura. Il partito è arrivato primo in ogni fascia anagrafica e ha raccolto un consenso consistente anche tra donne e giovani. Secondo l’exit poll di Infratest dimap, realizzato in 180 seggi rappresentativi su circa 21.000 elettori, l’AfD ha ottenuto il 50% fra gli uomini e il 39% fra le donne. Il divario di genere è significativo, ma non riduce il voto femminile a un fenomeno marginale.

La concentrazione massima si registra fra i 35 e i 59 anni, dove il partito supera il 52%. È la fascia che sostiene gran parte dell’economia locale, affronta direttamente il costo della vita, i cambiamenti del lavoro e la pressione sui servizi pubblici, e ricorda sia la transizione successiva alla riunificazione sia le promesse di convergenza con l’Ovest non sempre percepite come realizzate.

Tra gli under 25 l’AfD raccoglie circa il 42% — il dato definitivo dell’analisi ARD si colloca al 41% — risultando nettamente prima anche fra i più giovani. Questo elemento smentisce l’idea secondo cui l’estrema destra tedesca sarebbe soltanto il rifugio di un elettorato anziano e nostalgico. La sua capacità di comunicare attraverso piattaforme digitali, linguaggi semplici e messaggi conflittuali le consente di intercettare anche una generazione che non ha vissuto la Germania divisa.

Fra gli ultrasettantenni l’AfD scende invece al 31%, raggiungendo la parità con la CDU. È l’unica fascia nella quale i cristiano-democratici riescono a contenere davvero il distacco. Il dato suggerisce che la continuità istituzionale e l’attaccamento ai partiti tradizionali resistono soprattutto tra gli elettori più anziani; nelle generazioni centrali e giovani, la fedeltà politica appare molto più fragile. 

Istruzione, lavoro e percezione dell’ingiustizia

Anche il titolo di studio divide nettamente l’elettorato. Tra chi possiede un livello d’istruzione medio-basso — diploma secondario o formazione professionale — l’AfD si avvicina al 60%. Fra i laureati scende intorno al 30%, mentre i Verdi raggiungono il 16%, quasi il doppio del loro dato complessivo. La CDU, al contrario, mostra percentuali più uniformi nei diversi livelli d’istruzione, senza riuscire però a prevalere in nessuno dei principali segmenti.

Sarebbe semplicistico leggere questa differenza come una contrapposizione tra elettori informati e disinformati. Il titolo di studio è spesso collegato alla professione, al reddito, al luogo di residenza, alla possibilità di trasferirsi e alla familiarità con istituzioni e linguaggi politici. Nelle zone rurali o industriali, la formazione professionale non indica necessariamente marginalità: identifica anche lavoratori qualificati che possono percepire come insufficientemente riconosciuto il proprio ruolo sociale.

Fra gli operai l’AfD sfiora nuovamente il 60%. Ancora più marcato è il risultato tra le persone insoddisfatte della propria situazione finanziaria: quasi due terzi scelgono il partito di Ulrich Siegmund, mentre nessun concorrente arriva al 10%. In questo gruppo la SPD, nata storicamente come rappresentanza politica del lavoro, si ferma intorno al 3%. Tra chi giudica positivamente la propria condizione economica, l’AfD scende invece al 37% e la CDU sale al 20%.

La variabile decisiva non è quindi soltanto la povertà misurabile, ma la percezione della posizione occupata nella società. In un sondaggio Infratest dimap, il 66% degli elettori dell’AfD ha dichiarato di ricevere meno della propria giusta quota rispetto al modo in cui vivono gli altri tedeschi; nella popolazione complessiva la stessa risposta si ferma al 51%. È in questa distanza fra aspettative, riconoscimento e sicurezza che il voto di protesta diventa appartenenza politica. 

Non soltanto protesta: la normalizzazione agli occhi degli elettori

La tentazione di spiegare tutto come un voto di rabbia rischia di oscurare un passaggio più profondo. Una parte consistente dell’elettorato non considera più l’AfD un corpo estraneo al sistema. Il 43% degli intervistati ritiene che, pur avendo singoli esponenti estremisti, il partito nel suo complesso si collochi piuttosto al centro. Tra gli elettori dell’AfD la quota sale all’87%.

Questa percezione contrasta con la classificazione del ramo regionale da parte dell’Ufficio per la protezione della Costituzione della Sassonia-Anhalt, che lo considera un’organizzazione di estrema destra accertata. Ma il contrasto è precisamente il cuore del problema politico: l’etichetta istituzionale non produce automaticamente isolamento sociale. Per molti sostenitori, anzi, le accuse rivolte al partito diventano la prova di uno scontro con le élite politiche e mediatiche.

L’AfD beneficia inoltre della fiducia attribuitale su temi specifici. Il 36% degli intervistati la considera la forza che rappresenta meglio gli interessi della Germania orientale, contro il 16% della Linke. Il partito ha così occupato una funzione che per anni era appartenuta alla sinistra postcomunista: dare voce alla sensazione che i Länder dell’Est continuino a essere ascoltati meno e giudicati dall’esterno.

Il giudizio sui governi completa il quadro. L’87% degli elettori si dichiara insoddisfatto dell’esecutivo federale, mentre il 66% esprime insoddisfazione per la coalizione regionale uscente. Il 59% ritiene che il governo di Berlino meritasse un voto di punizione. L’AfD ha saputo trasformare questi diversi livelli di malcontento in un’unica offerta politica; la CDU non è riuscita a separare il proprio candidato regionale dal peso del cancelliere Merz. 

Il dilemma tedesco dopo il voto

La vittoria lascia aperta la questione più difficile: chi governerà. Con 39 seggi su 83, l’AfD è arrivata a tre deputati dalla maggioranza assoluta, ma resta priva di un alleato dichiarato. CDU e altri partiti tradizionali hanno ribadito il rifiuto di collaborare. Mantenere la barriera politica, il cosiddetto Brandmauer, potrebbe però richiedere una maggioranza fra forze molto distanti, eventualmente dipendente dal sostegno della Linke.

Il voto non dimostra che ogni elettore dell’AfD condivida l’intero programma o le posizioni dei suoi esponenti più radicali. Dimostra però che, in Sassonia-Anhalt, il partito è diventato una forza popolare trasversale per età, capace di dominare nelle campagne, penetrare nelle città, mobilitare gli astenuti e conquistare lavoratori che un tempo guardavano alla sinistra o alla CDU.

È questo, più ancora del 43,8%, il dato che Berlino non può ignorare. Il problema per gli avversari dell’AfD non consiste soltanto nel trovare una formula parlamentare che la tenga fuori dal governo. Consiste nel comprendere perché centinaia di migliaia di persone, chiamate a scegliere in una consultazione ad altissima partecipazione, l’abbiano ormai considerata non un’eccezione temporanea, ma il principale strumento disponibile per rappresentare interessi, paure e domanda di cambiamento.