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Giornalismo

Ranucci: «Non mi candido, rivendico il reintegro alla guida di Report»

Ricorso al giudice del lavoro e smentite sulle chat con Lavitola

09 Settembre 2026, 19:22

19:30

Ranucci: «Non mi candido, rivendico il reintegro alla guida di Report»

Sigfrido Ranucci, giornalista

Non un comizio, ma una rivendicazione professionale. Il 9 settembre 2026, davanti ai cronisti riuniti alla festa nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra a Roma, Sigfrido Ranucci chiude la porta a una candidatura e ne lascia aperta un’altra: quella dello studio di Report. Dice di voler continuare a condurre il programma, considera possibile il reintegro e respinge con parole durissime le accuse sull’esistenza di chat segrete con Valter Lavitola. Sullo sfondo restano lo scontro con la Rai, il ricorso al giudice del lavoro e l’inchiesta sull’attentato dell’ottobre 2025.

La dichiarazione resa alla festa nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra, a Roma, prova a separare due piani che da settimane tendono a sovrapporsi: da una parte, il contenzioso sul futuro professionale del giornalista; dall’altra, le ricostruzioni su un possibile progetto politico elaborato da Valter Lavitola. Ranucci respinge l’idea di essere già entrato in campagna elettorale e indica nella guida della trasmissione di Rai3 il proprio obiettivo immediato. Alla domanda sulla possibilità di essere reintegrato, risponde senza esitazioni: quella possibilità, sostiene, esiste.

Non si tratta soltanto di una rivendicazione pubblica. Attraverso i suoi legali, il giornalista ha avviato un’azione urgente davanti al giudice del lavoro per contestare la decisione che lo ha escluso dalla conduzione. Il ricorso apre una partita giudiziaria distinta dal confronto editoriale e politico: sarà il tribunale a valutare la fondatezza delle contestazioni e l’eventuale sussistenza dei presupposti per un provvedimento di reintegro. Fino a quella decisione, il ritorno di Ranucci resta dunque una possibilità rivendicata dalla sua difesa, non un esito acquisito. 

Lo scontro sulla guida della trasmissione

La frattura è diventata pubblica il 28 agosto 2026, quando la Rai ha annunciato di voler affidare Report a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi giornalisti con esperienze sul campo. L’azienda ha presentato la scelta come un passaggio destinato a rafforzare autorevolezza, indipendenza e qualità del programma. Una parte consistente della redazione storica ha però contestato sia il metodo seguito sia il merito delle nomine, chiedendo garanzie sull’autonomia editoriale e minacciando, nella fase più tesa del confronto, di lasciare la trasmissione.

Ranucci ha reagito sostenendo di non avere ricevuto spiegazioni adeguate sulla propria rimozione. La Rai gli avrebbe prospettato incarichi alternativi, tra cui possibili collocazioni al Tg3, a RaiNews o presso una sede di corrispondenza estera. Il giornalista ha espresso forti perplessità, insistendo sul punto centrale della sua posizione: se l’azienda non lo considera più adatto a guidare Report, deve chiarire le ragioni di una decisione che incide sul suo ruolo e sull’identità di un programma costruito attorno al lavoro collettivo della redazione investigativa. 

Nei giorni successivi, il quadro è cambiato ancora. Presutti ha ritirato la propria disponibilità, spiegando la scelta con l’esigenza di contribuire alla tutela del programma nel quale si era formata. Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento Rai, ha invece confermato la designazione di Piervincenzi e indicato nell’8 novembre 2026 la data prevista per il ritorno in onda. Parallelamente, è ripreso il confronto con gli inviati e sono state valutate formule organizzative capaci di garantire alla squadra un ruolo nella definizione della linea editoriale. 

È in questo scenario ancora fluido che la frase di Ranucci sul possibile reintegro assume un peso preciso. Il giornalista non considera chiusa la partita e lega il proprio futuro alla decisione del giudice e alle eventuali nuove determinazioni della Rai. La sua posizione resta netta: non vuole trasformare la notorietà ottenuta con le inchieste in un capitale elettorale, ma continuare a esercitare il mestiere che ha svolto per decenni.

La candidatura negata e il sondaggio sulla popolarità

L’ipotesi di una discesa in politica non nasce soltanto dalle domande dei cronisti. Nei mesi precedenti erano emersi riferimenti a un sondaggio sul potenziale elettorale di Ranucci e a conversazioni nelle quali Lavitola avrebbe prospettato al giornalista un futuro da candidato, fino a immaginarlo alla guida del governo. Secondo le ricostruzioni giornalistiche basate sugli atti dell’indagine, il progetto sarebbe stato coltivato da Lavitola già dal 2024. Le valutazioni attribuite all’imprenditore, tuttavia, non dimostrano da sole che Ranucci avesse deciso di candidarsi o che esistesse una struttura politica pronta a sostenerlo.

RaiNews ha riferito dell’elaborazione di un questionario intitolato “Indagine potenziale elettorale”, pensato per misurare l’eventuale candidatura del conduttore come figura di riferimento del cosiddetto campo largo. La bozza sarebbe stata sottoposta anche a Ranucci e ad altri giornalisti per osservazioni. Il conduttore ha riconosciuto di avere saputo del sondaggio, ma ha negato di aver assunto impegni politici o di aver avviato una campagna elettorale.

Il 10 luglio 2026, intervistato dal Corriere della Sera, aveva già escluso una candidatura e respinto l’idea che i rapporti personali di Lavitola potessero condizionare la linea di Report. Aveva distinto la propria sfera privata dall’autonomia della trasmissione, invitando a verificare il contenuto delle puntate e delle inchieste realizzate. È una distinzione decisiva: la conoscenza tra due persone può avere rilievo investigativo o deontologico, ma non consente automaticamente di dedurre un accordo politico o editoriale. 

Alla presentazione romana del libro “Il ritorno della casta”, l’8 settembre, Ranucci ha ribadito di non sentirsi destinato alla politica e di voler tornare alle inchieste. Interpellato su una rilevazione SWG diffusa da La7, ha citato i dati sulla propria popolarità e credibilità, ma ha sostenuto che quei risultati non equivalgono all’annuncio di una candidatura. Il punto, nella sua lettura, è un altro: la politica lo temerebbe più nel ruolo di conduttore di Report che in quello di aspirante parlamentare. 

Queste parole non cancellano gli interrogativi sollevati dal sondaggio e dai contatti con Lavitola, ma fissano una posizione pubblica inequivoca alla data del 9 settembre 2026: Ranucci afferma di non candidarsi, nega di essere il leader del centrosinistra e dichiara di voler rimanere nel giornalismo. Qualunque valutazione diversa dovrebbe essere sostenuta da elementi ulteriori rispetto alle intenzioni politiche attribuitegli da terzi.

Le chat contestate e il dovere di distinguere i fatti

Il passaggio più duro delle dichiarazioni romane riguarda le presunte comunicazioni riservate con Lavitola. Ranucci nega l’esistenza di chat segrete su Signal e liquida le accuse con un’espressione volutamente brusca: «Sono tutte cazzate». Aggiunge di essere intercettato da oltre un anno, così come diverse persone a lui vicine. La smentita riguarda il carattere occulto attribuito alle conversazioni, ma non elimina l’esistenza di contatti tra i due già emersi negli atti e raccontati da varie testate.

Le carte citate dall’Ansa riportano messaggi nei quali Lavitola avrebbe cercato di persuadere Ranucci a valutare un ingresso in politica, ricorrendo a toni adulatori e prospettandogli un futuro ai vertici delle istituzioni. Nell’ordinanza cautelare, il giudice avrebbe collegato il sostegno offerto dall’indagato al progetto, coltivato fin dal 2024, di trasformare il conduttore in una figura capace di modificare gli equilibri elettorali. Questo è il contenuto della ricostruzione giudiziaria relativa agli obiettivi attribuiti a Lavitola; non equivale a una prova automatica dell’adesione di Ranucci a quel disegno. 

La cautela è indispensabile perché la vicenda si sviluppa all’interno di un’inchiesta penale particolarmente grave: quella sull’attentato compiuto davanti all’abitazione del giornalista nell’ottobre 2025. Lavitola è indicato dall’accusa come presunto mandante dell’azione. La sua responsabilità dovrà essere accertata in sede processuale e vale, come per ogni indagato o imputato, la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva.

Secondo quanto riferito da Adnkronos, la Procura di Roma ha avviato l’iter per ottenere l’estradizione di Gomes Tavares, ricercato in Africa e accusato di aver svolto un ruolo di collegamento tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente eseguito l’attentato. Gli atti devono essere tradotti in francese prima dell’invio della rogatoria internazionale. Gli inquirenti, sempre secondo le informazioni disponibili, non avrebbero invece programmato nell’immediato la convocazione dell’ex moglie di Lavitola, che si è dichiarata disponibile a riferire ciò che sa. 

Il tema delle chat, dunque, non può essere isolato dal procedimento penale nel quale quelle comunicazioni vengono analizzate. Ma occorre evitare due scorciatoie opposte: considerare ogni contatto come prova di un’intesa illecita oppure trattare ogni elemento investigativo come irrilevante prima ancora che sia verificato. Il compito degli inquirenti è ricostruire il significato, la cronologia e il contesto delle conversazioni; quello dell’informazione è distinguere le contestazioni dell’accusa, le valutazioni del giudice e le repliche delle persone coinvolte.