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lo scenario

Benzina alle stelle e sondaggi in calo: la guerra nel Golfo travolge la campagna repubblicana. Trump: «Finirà subito dopo i midterm»

Il presidente accusa Teheran di voler condizionare il voto mentre il petrolio schizza oltre i cento dollari al barile e l'inflazione spaventa la Casa Bianca

09 Settembre 2026, 23:03

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Benzina alle stelle e sondaggi in calo: la guerra nel Golfo travolge la campagna repubblicana. Trump: «Finirà subito dopo i midterm»

Alla Vigilia della convention repubblicana a Dallas, il presidente Donald Trump introduce una variabile temporale inedita nell’evoluzione della guerra contro l’Iran: la fine delle ostilità non dipenderà da scadenze fissate dai vertici militari né da un eventuale negoziato, ma, secondo la sua previsione, arriverà all’indomani delle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026.

L’annuncio giunge mentre la campagna militare, avviata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele come operazione lampo, è entrata nel suo settimo mese, in un contesto segnato dall’impennata dei prezzi dell’energia e dall’erosione del consenso interno.

Prima di partire per il Texas per l’appuntamento del 9 e 10 settembre, Trump ha sostenuto che la leadership iraniana stia deliberatamente prolungando i combattimenti per danneggiare il Partito repubblicano e favorire un cambio di maggioranza al Congresso. Nella ricostruzione presidenziale, le autorità di Teheran puntano all’elezione di un’amministrazione americana “debole”, così da allentare le pressioni internazionali e proseguire nello sviluppo dell’arma nucleare.

“Penso che la guerra finirà immediatamente dopo le elezioni, perché non possono resistere ancora”, ha dichiarato il presidente, definendo gli avversari “disperati”. L’ipotesi di un intervento diretto dell’Iran sul voto è stata però avanzata senza l’esibizione di prove pubbliche, e la Casa Bianca non ha chiarito il nesso causale per cui l’esito delle urne dovrebbe determinare automaticamente la cessazione delle operazioni.

La formula appare dunque come una scommessa politica: trasferire su Teheran la responsabilità dei costi economici del conflitto e, al contempo, promettere un sollievo immediato alle famiglie statunitensi dopo la consultazione. Il fronte più delicato per l’amministrazione resta quello dei carburanti. Il Brent ha superato la soglia dei 100 dollari per la prima volta da luglio, mentre il riferimento statunitense è salito oltre i 95 dollari.

Le quotazioni riflettono le tensioni dovute ai ripetuti scambi di attacchi e ai dubbi sulla sicurezza delle rotte nel Golfo. Trump ha ammesso la difficoltà di ottenere un calo dei prezzi prima di novembre, assicurando però che subito dopo le elezioni “il petrolio comincerà a precipitare”. Uno scenario che presuppone il ripristino della stabilità nello Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitava circa un quinto delle forniture mondiali di greggio.

Sebbene fonti governative statunitensi rivendichino di aver ripreso il controllo dei corridoi di navigazione, garantendo la scorta a quasi 1.500 navi commerciali e riportando l’export dell’area a due terzi dei livelli precedenti, tali valutazioni sono contestate da Teheran e smentite dall’elevata volatilità che continua a caratterizzare i mercati.

In questo quadro si apre la convention di Dallas, concepita dall’entourage presidenziale come vetrina mediatica per mobilitare la base e rassicurare i finanziatori. Con interventi previsti per entrambe le serate da parte di Trump e con il contributo del vicepresidente JD Vance, la strategia punta a trasformare le midterm in un mandato personale sul presidente.

L’impostazione, tuttavia, suscita forti apprensioni tra i candidati repubblicani dei collegi più contendibili, molti dei quali hanno scelto di disertare l’evento per evitare che la competizione si trasformi in un plebiscito sull’operato della Casa Bianca. Sullo sfondo emergono anche divergenze comunicative nell’esecutivo: mentre Trump fissa scadenze politiche per la fine delle ostilità, il vicepresidente Vance mantiene un profilo più prudente, rifiutando di indicare “scadenze artificiali” a fronte dell’imprevedibilità del comportamento militare iraniano.

Le rilevazioni demoscopiche evidenziano uno scarto tra la narrazione dell’amministrazione e l’orientamento degli elettori: secondo i dati più recenti, solo il 31% degli americani approva la conduzione delle operazioni contro l’Iran, mentre il dissenso sulle politiche economiche e sulla gestione del costo della vita è ancor più marcato.

Un’analisi del Council on Foreign Relations conferma che il protrarsi delle ostilità sta trasformando le elezioni in un referendum sul presidente in carica, mettendo a rischio la tenuta dei seggi repubblicani.

In parallelo, si inasprisce il fronte diplomatico. Il Consiglio dei governatori dell’AIEA ha approvato a maggioranza — 23 voti favorevoli su 35, con l’opposizione di Russia, Cina e Niger — il deferimento dell’Iran al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la mancata cooperazione di Teheran sulle tracce di uranio rinvenute in siti non dichiarati.

Una possibile sconfitta repubblicana consegnerebbe ai democratici la Camera o una maggioranza risicata al Senato, esponendo l’amministrazione a inchieste parlamentari sulla conduzione della guerra e limitando la capacità di manovra del presidente anche su altri scenari globali, tra cui i rapporti con la Russia di Vladimir Putin e la gestione della crisi ucraina.

Presentando la prosecuzione dello sforzo bellico come prova di fermezza fino al voto, Trump mira a ricompattare l’elettorato conservatore; resta però il fatto che, fino al 3 novembre, i cittadini americani saranno chiamati a sostenere il peso finanziario e politico di un conflitto dai tempi e dagli esiti ancora incerti.