l'indagine
Caso Orlandi, un flauto al vaglio dei Ris potrebbe riaprire il caso dopo quarant'anni: nuove analisi genetiche a Roma
Convocati i consulenti di Marco Accetti per verificare un possibile legame con la scomparsa della cittadina del Vaticano
Un flauto potrebbe aprire un nuovo capitolo nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi.
Questa mattina, nei laboratori del Ris dei Carabinieri di Tor di Quinto, a Roma, sono in corso accertamenti su uno strumento a fiato rinvenuto all’interno di uno dei pacchi visionati dai militari.
L’oggetto sarà sottoposto ad analisi genetiche per verificare l’eventuale presenza di tracce biologiche utili alle indagini.
A rendere nota la circostanza è Gianluigi Nuzzi, conduttore di “Dentro la notizia”, attraverso un video diffuso sui profili social della trasmissione.
Secondo quanto riferito dal giornalista, per le operazioni sono stati convocati anche i consulenti della difesa di Marco Accetti, ex fotografo e cineasta, oggi 71enne, indagato nel nuovo procedimento aperto dalla Procura di Roma sulla scomparsa della cittadina vaticana.
Il flauto è dunque un reperto che gli inquirenti intendono esaminare con particolare scrupolo.
Le analisi del Dna mirano a stabilire se sullo strumento siano presenti profili riconducibili a persone che possano avervi avuto contatto e, in caso affermativo, a verificarne la comparabilità con campioni già a disposizione degli investigatori.
Resta tuttavia da chiarire un aspetto cruciale: non è ancora certo se lo strumento ora all’esame sia lo stesso indicato in passato da Accetti oppure un reperto diverso.
«Bisogna capire se è quello che era già stato indicato da Accetti o se si tratta di un nuovo flauto», ha spiegato Nuzzi nel video.
Gli accertamenti del Ris si inseriscono nel più recente filone investigativo sulla vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983, all’età di 15 anni.
Da allora, la sua sorte è rimasta uno dei più grandi enigmi della cronaca italiana, alimentando nel tempo piste, testimonianze e verifiche di varia natura.
Marco Accetti è da anni una figura emersa nell’intricata storia: si è attribuito un ruolo nella cosiddetta “pista internazionale” relativa ai sequestri di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ed è stato coinvolto in precedenti approfondimenti investigativi.
Le sue affermazioni sono state oggetto di riscontri e contestazioni e, proprio per questo, ogni nuovo elemento viene oggi vagliato con prudenza.
L’attenzione è ora concentrata sullo strumento musicale.
I test di laboratorio dovranno anzitutto appurare l’esistenza di tracce genetiche utilizzabili e solo in seguito, qualora presenti, consentire eventuali confronti.
Si tratta di verifiche che potrebbero offrire un riscontro concreto, ma che al momento non permettono conclusioni sulla sorte di Emanuela.
La cautela, dunque, resta imprescindibile: l’eventuale riconducibilità del reperto alla ragazza dovrà essere comprovata sia attraverso gli esami scientifici sia mediante la ricostruzione della provenienza dello strumento.
Solo al termine degli accertamenti si potrà comprendere se quel flauto rappresenti una pista inedita oppure un elemento già noto agli inquirenti.
A oltre quarant’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, il caso continua a sollevare interrogativi.
Questa volta, a parlare saranno soprattutto le analisi del Ris, chiamate a stabilire se su un semplice strumento a fiato possa annidarsi una traccia capace di aggiungere un tassello a uno dei misteri più dibattuti del Paese.
Intanto, il legale di Marco Fassoni Accetti, Giancarlo Germani, è presente al Ris dei Carabinieri di Tor di Quinto, dove sono in corso gli accertamenti sul flauto che potrebbe essere appartenuto a Emanuela Orlandi.
«Mi trovo al Ris», ha dichiarato all’ANSA, «l’unica dichiarazione che posso dare».
Lo stesso Accetti, ora nuovamente indagato, negli anni scorsi aveva rinvenuto un flauto che attribuiva alla giovane.
Tuttavia, durante i lavori della Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, il maestro di flauto della ragazza, Loriano Berti, aveva sostenuto che quello ritrovato non fosse affatto lo strumento della cittadina vaticana.