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Dalle montagne dello Yemen allo stretto Bab el-Mandeb: gli Houthi che tengono in allarme il commercio mondiale
Nati come movimento religioso nel nord dello Yemen, i ribelli di Ansar Allah sono diventati una forza armata capace di minacciare Suez, il commercio tra Asia ed Europa e le rotte energetiche saudite
Sul ponte di una petroliera in avvicinamento a Bab el-Mandeb, la costa yemenita non è più soltanto una linea scura all’orizzonte. Dopo la conquista di Mokha e dell’isola di Mayun, gli Houthi dispongono di posizioni affacciate sul passaggio che collega l’Oceano Indiano al Canale di Suez. Bastano la minaccia di un missile, un drone o una mina e la conseguente prudenza degli assicuratori per deviare una nave verso il Capo di Buona Speranza. In poche ore, un’offensiva combattuta nello Yemen ha riportato il petrolio attorno ai 106 dollari al barile e mostrato quanto una guerra rimasta a lungo ai margini dell’attenzione internazionale possa incidere sui trasporti, sui prezzi e sulla sicurezza globale.
Dalle montagne di Saada al mare
Per comprendere come una milizia nata nelle province montuose del nord sia arrivata a condizionare una delle principali arterie economiche del pianeta bisogna tornare agli anni Novanta. Il movimento oggi conosciuto come Houthi o Ansar Allah, “Partigiani di Dio”, si sviluppò negli ambienti del revival religioso zaidita attorno alla famiglia al-Houthi. Lo zaidismo è una corrente dell’islam sciita storicamente radicata nello Yemen settentrionale, dove per secoli gli imam zaiditi esercitarono il potere politico e religioso.
La progressiva centralizzazione dello Stato, la marginalizzazione economica delle province settentrionali e la crescente influenza del salafismo alimentarono un movimento di protesta che, sotto la guida di Hussein Badreddin al-Houthi, assunse toni sempre più apertamente ostili al governo di Ali Abdullah Saleh. Hussein fu ucciso dalle forze governative nel 2004, durante il primo di sei conflitti combattuti nella provincia di Saada. La sua morte non dissolse il movimento: ne fece, al contrario, un simbolo e contribuì alla sua trasformazione in una forza militare strutturata.
La svolta arrivò dopo le proteste arabe del 2011. Il presidente Saleh lasciò il potere, ma la transizione patrocinata dalle Nazioni Unite non riuscì a ricomporre le fratture del Paese. Nel settembre 2014 gli Houthi entrarono nella capitale Sanaa, inizialmente anche grazie a un’alleanza tattica con lo stesso Saleh. Nei mesi successivi avanzarono verso il centro e il sud, costringendo le autorità riconosciute internazionalmente a riparare ad Aden e poi all’estero.
Nel marzo 2015 l’Arabia Saudita intervenne alla testa di una coalizione araba per ristabilire il governo yemenita. Quella che Riyad immaginava come una campagna limitata divenne una guerra lunga, costosa e devastante. Gli Houthi resistettero ai bombardamenti, consolidarono il controllo su Sanaa e su gran parte dello Yemen settentrionale e occidentale e ampliarono il proprio arsenale di missili, droni e armi antinave. La tregua mediata dall’ONU nel 2022, pur formalmente scaduta, congelò per anni le principali linee del fronte senza produrre un accordo politico definitivo.
La conquista della costa e il salto strategico
Il nuovo avanzamento verso sud ha modificato questo equilibrio. Tra il 10 e l’11 settembre, secondo funzionari yemeniti, fonti locali e rappresentanti dello stesso movimento, gli Houthi hanno conquistato il porto di Mokha, la località costiera di Dhubab e Mayun, chiamata anche Perim, l’isola che divide in due il passaggio di Bab el-Mandeb. L’offensiva avrebbe esteso il loro controllo lungo l’intera costa yemenita del Mar Rosso e sulle posizioni dominanti attorno allo stretto. Alcuni aspetti militari restano difficili da verificare in modo indipendente, ma la caduta di Mokha e Mayun è stata confermata da esponenti dei due schieramenti.
La distinzione tra occupare le coste e controllare materialmente uno stretto internazionale resta importante. Gli Houthi non acquisiscono automaticamente la capacità di fermare ogni nave, anche perché Bab el-Mandeb è delimitato anche da Gibuti ed Eritrea ed è attraversato da forze navali straniere. Ottenere basi sull’isola di Mayun e sui rilievi della costa yemenita significa però poter osservare più da vicino il traffico, disperdere batterie mobili, impiegare droni e missili da distanze inferiori e, potenzialmente, minacciare le rotte con mine o piccole imbarcazioni.
Mokha si trova circa 80 chilometri a nord dello stretto. La sua conquista rappresenta la più rilevante espansione territoriale degli Houthi dalla tregua del 2022 e sottrae al governo riconosciuto e alle forze alleate un punto logistico essenziale della costa occidentale. Mayun ha un valore ancora più diretto: collocata al centro del passaggio, separa il canale orientale, più stretto e vicino allo Yemen, da quello occidentale, più ampio e prossimo alla costa africana.
La porta meridionale di Suez
Bab el-Mandeb — in arabo, la “porta delle lacrime” — collega il Golfo di Aden al Mar Rosso. Ogni nave che viaggia tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez deve attraversarlo. Prima delle grandi deviazioni provocate dagli attacchi houthi, lungo il sistema Mar Rosso-Suez transitava circa il 10% del commercio marittimo mondiale in volume e il 22% dei flussi containerizzati. Per le merci scambiate tra Asia ed Europa, la rotta è la più breve e commercialmente efficiente.
Il suo peso energetico è altrettanto significativo. Nella prima metà del 2023, prima della fase più acuta della crisi, attraverso Bab el-Mandeb passava circa il 12% del petrolio commerciato via mare e l’8% del gas naturale liquefatto mondiale. Lo stretto era attraversato sia dai carichi diretti dal Golfo verso l’Europa sia da prodotti russi inviati in Asia e da esportazioni provenienti dai terminali sauditi sul Mar Rosso.
La sua centralità è aumentata ulteriormente nel 2026, dopo che le restrizioni nello Stretto di Hormuz hanno spinto l’Arabia Saudita a utilizzare più intensamente l’oleodotto Est-Ovest. Questa infrastruttura attraversa la penisola arabica e porta il greggio fino a Yanbu, permettendo di evitare Hormuz. Da Yanbu, tuttavia, le petroliere dirette verso l’Asia devono uscire dal Mar Rosso proprio attraverso Bab el-Mandeb. Il passaggio che doveva rappresentare un’alternativa sicura è diventato così un secondo punto di vulnerabilità.
Dopo gli ultimi attacchi, Riyad ha comunicato la sospensione precauzionale dell’oleodotto. Secondo dati dell’Agenzia internazionale dell’energia citati dall’Associated Press, i carichi petroliferi nel Mar Rosso erano già scesi in agosto da 3,8 a 2,2 milioni di barili al giorno. La disponibilità di petrolio non è l’unico problema: contano anche le petroliere utilizzabili, i premi assicurativi, i costi di sicurezza e il tempo necessario per raggiungere i mercati di destinazione.
Petrolio e trasporti: la reazione dei mercati
La nuova avanzata ha avuto un effetto immediato sulle quotazioni. L’11 settembre il Brent ha oscillato attorno ai 105-106 dollari al barile, dopo essersi avvicinato il giorno precedente alla soglia dei 110 dollari; il WTI si è mantenuto vicino ai 100 dollari. Il movimento dei prezzi non può essere attribuito esclusivamente agli Houthi: pesano anche il conflitto con l’Iran, le difficoltà di Hormuz, la riduzione dell’offerta saudita e la domanda di navi. La conquista della costa yemenita ha tuttavia aggiunto un nuovo premio di rischio a un mercato già sotto pressione.
Per il commercio mondiale, aggirare il pericolo significa circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza. Il viaggio tra Asia ed Europa si allunga normalmente di migliaia di miglia nautiche e può richiedere una o due settimane in più, a seconda della nave e della destinazione. Aumentano il consumo di carburante, i salari degli equipaggi, i costi di noleggio e le emissioni. Si riduce inoltre la capacità effettiva della flotta mondiale, perché ogni unità rimane impegnata più a lungo sulla stessa consegna.
Gli effetti erano già visibili dopo la prima campagna houthi del 2023-2024. Nei primi cinque mesi del 2024, i flussi di greggio e prodotti petroliferi attorno al Capo di Buona Speranza aumentarono di quasi il 50% rispetto alla media del 2023. Nei primi otto mesi dello stesso anno, il petrolio transitato da Bab el-Mandeb scese da una media di 8,7 a circa 4 milioni di barili al giorno. Il traffico complessivo nell’area resta oggi inferiore di circa il 60% rispetto ai livelli precedenti agli attacchi.
Gaza, l’Iran e la costruzione di un attore regionale
Gli Houthi hanno iniziato a colpire sistematicamente la navigazione nel novembre 2023, sostenendo di voler esercitare pressione su Israele per la guerra a Gaza. Il sequestro della Galaxy Leader il 19 novembre 2023 segnò l’inizio della campagna. In seguito furono bersagliate navi con legami reali, presunti o talvolta inesistenti con Israele, gli Stati Uniti e il Regno Unito. Missili e droni vennero lanciati anche in direzione del territorio israeliano.
Il 10 gennaio 2024 il Consiglio di sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 2722, chiedendo la cessazione immediata degli attacchi e la liberazione della Galaxy Leader. Stati Uniti e Regno Unito risposero con bombardamenti contro radar, depositi, sistemi missilistici e siti di lancio nelle aree controllate dal movimento. Le operazioni degradarono singole capacità, ma non eliminarono l’arsenale né la possibilità degli Houthi di ricorrere a piattaforme mobili e sistemi relativamente economici.
Il rapporto con l’Iran è decisivo, ma non rende Ansar Allah una semplice pedina. Teheran ha fornito negli anni sostegno politico, addestramento, tecnologie e componenti per missili e droni, secondo rapporti delle Nazioni Unite e valutazioni occidentali. Il movimento conserva però una propria base sociale, una catena di comando yemenita e obiettivi interni autonomi. L’alleanza con l’Iran offre agli Houthi risorse e profondità strategica; a Teheran offre un partner capace di esercitare pressione sull’Arabia Saudita, su Israele e sulle rotte occidentali con costi relativamente limitati.
Il controllo di Sanaa, delle istituzioni del nord e delle aree più popolose ha inoltre trasformato la ribellione in un’autorità di fatto. Gli Houthi amministrano territori, raccolgono imposte, controllano mezzi di comunicazione e mobilitano combattenti. Organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani hanno documentato repressione del dissenso, detenzioni arbitrarie, reclutamento di minori e interferenze nell’assistenza umanitaria. La loro forza non deriva quindi soltanto dall’arsenale, ma dalla capacità di combinare apparato militare, controllo politico e propaganda.
Il rischio di una nuova guerra yemenita
La caduta di Mokha e Mayun non riguarda soltanto le petroliere. Rischia di chiudere la fase di relativa calma iniziata nel 2022 e di riportare lo Yemen verso una guerra su larga scala. Le forze contrarie agli Houthi restano frammentate tra il governo riconosciuto, unità sostenute dall’Arabia Saudita, formazioni appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti e movimenti separatisti meridionali. Questa divisione ha contribuito all’avanzata dei ribelli e rende complessa un’eventuale controffensiva.
Per la popolazione yemenita, già provata da oltre un decennio di guerra, il prezzo potrebbe essere ancora più grave. Il Paese dipende dalle importazioni per gran parte del cibo, dei medicinali e del carburante. Nuovi combattimenti lungo la costa, la militarizzazione dei porti e l’aumento dei costi di trasporto possono ridurre ulteriormente l’accesso ai beni essenziali. Anche le azioni concepite per proteggere la navigazione devono quindi misurarsi con il rischio di colpire infrastrutture civili e aggravare la crisi umanitaria.
Gli Houthi sostengono che la navigazione resterà sicura per le compagnie non coinvolte nel loro embargo contro le navi collegate all’Arabia Saudita. Le rassicurazioni, tuttavia, non bastano a compagnie, comandanti e assicuratori. Nella logistica marittima, la percezione del rischio può produrre conseguenze quasi quanto un blocco formale: una rotta non deve essere completamente chiusa per diventare troppo costosa o pericolosa.
È questo il risultato più rilevante dell’ascesa di Ansar Allah. Un movimento nato ai margini dello Stato yemenita è riuscito prima a conquistare la capitale, poi a sopravvivere alla campagna militare saudita e infine a proiettare la propria forza sul mare. Con la presenza a Mokha, sulla costa e a Mayun, gli Houthi non possiedono necessariamente il dominio assoluto di Bab el-Mandeb. Hanno però ottenuto qualcosa di quasi altrettanto influente: la capacità di far dubitare il mondo che quella porta resti aperta.