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Vaticano

Leone XIV revoca il taglio del 10% agli stipendi dei cardinali: simbolo dell'austerità superato, ma la sfida della sostenibilità resta

La decisione considerata la fine di un provvedimento emergenziale adottato durante il Covid

14 Settembre 2026, 17:33

17:40

Leone XIV restituisce ai cardinali il 10% dello stipendio: finisce un taglio dell’era Covid

Vaticano, Leone XIV cancella i tagli agli stipendi voluti da Francesco per sanare il bilancio dopo Covid - 19

Per cinque anni il taglio del 10% agli stipendi dei cardinali è stato uno dei segni più visibili dell’austerità imposta ai vertici vaticani durante la crisi del Covid-19. Dal 1° settembre 2026 quella decurtazione non c’è più: Leone XIV l’ha revocata riconoscendo che l’emergenza è stata superata, ma senza dichiarare conclusa la sfida più difficile, quella di rendere sostenibili nel tempo i conti della Santa Sede.

Che cosa cambia dal 1° settembre

Il provvedimento di Leone XIV interviene in modo circoscritto ma politicamente significativo: abroga l’articolo 1 della lettera apostolica Un futuro sostenibile, promulgata da Francesco il 23 marzo 2021. Era la disposizione che, dal successivo 1° aprile, aveva ridotto del 10% la retribuzione corrisposta dalla Santa Sede ai cardinali.

La decisione è stata resa pubblica il 14 settembre 2026, ma produce effetti dal 1° settembre. I cardinali interessati tornano quindi a percepire la quota eliminata durante la fase più critica della pandemia. Gli effetti maturati nei cinque anni di applicazione della norma restano però validi: non si tratta di un rimborso retroattivo delle somme trattenute, bensì del ripristino della retribuzione precedente a partire dalla data fissata dal nuovo atto.

Nella motivazione riportata da Euronews, il Papa riconosce che le misure adottate dal predecessore furono necessarie per affrontare l’eccezionale pressione provocata dalla pandemia, ma ritiene che possano ora essere superate. La sostenibilità economica, precisa il testo, dovrà comunque essere perseguita dalle istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano attraverso strumenti differenti. È questo il passaggio centrale della scelta: non la negazione della linea di rigore inaugurata nel 2021, ma il tentativo di separare l’obiettivo — mantenere i conti sotto controllo — da uno degli strumenti emergenziali utilizzati per raggiungerlo.

La stretta decisa da Francesco durante la pandemia

Per comprendere la portata dell’intervento bisogna tornare alla primavera del 2021. Le chiusure imposte dal Covid-19 avevano colpito duramente le attività in grado di generare entrate per il Vaticano, a cominciare dal turismo e dai Musei Vaticani. Il motu proprio di Francesco partiva da una diagnosi esplicita: il disavanzo caratterizzava da anni la gestione della Santa Sede e l’emergenza sanitaria aveva ulteriormente indebolito le fonti di ricavo.

Il documento indicava inoltre il costo del personale come una voce rilevante dei bilanci vaticani. L’obiettivo dichiarato era garantire l’equilibrio tra entrate e uscite e, nello stesso tempo, salvaguardare i posti di lavoro. Da qui la scelta di una riduzione progressiva, più pesante per le fasce superiori e meno incisiva per le altre categorie. 

L’articolo 1 stabiliva il taglio del 10% per i cardinali retribuiti dalla Santa Sede. L’articolo 2 introduceva una decurtazione dell’8% per le persone inquadrate nei livelli retributivi C e C1, al netto degli eventuali compensi aggiuntivi previsti dai rispettivi contratti. Si trattava delle posizioni superiori dell’amministrazione, nelle quali rientrano incarichi di responsabilità presso dicasteri e altri organismi.

L’articolo 3 disponeva invece una riduzione del 3% per chierici e membri di istituti di vita consacrata o società di vita apostolica collocati nei livelli C2, C3 e nei dieci livelli funzionali non dirigenziali. Non era dunque, in senso tecnico, un taglio indistinto a tutto il personale vaticano: il perimetro era definito dalla qualifica, dallo stato e dall’inquadramento retributivo. La norma prevedeva inoltre una tutela per chi potesse dimostrare di non essere in grado di sostenere spese fisse legate alla propria salute o a quella di familiari entro il secondo grado.

Le disposizioni non riguardavano soltanto gli uffici centrali. Il campo di applicazione comprendeva anche il Vicariato di Roma, i capitoli delle basiliche papali, la Fabbrica di San Pietro e la Basilica di San Paolo fuori le Mura. L’impianto aveva quindi una dimensione più ampia della sola Curia romana e coinvolgeva una rete di enti i cui stipendi dipendevano, direttamente o indirettamente, dalla Santa Sede o dallo Stato vaticano.

Gli scatti biennali e ciò che non viene restituito

Il pacchetto del 2021 conteneva anche la sospensione degli scatti biennali di anzianità. Il blocco era previsto dal 1° aprile 2021 al 31 marzo 2023 per i destinatari degli articoli 2 e 3 e per il personale con contratto dal quarto al decimo livello funzionale. Le fasce più basse del personale laico non erano quindi comprese nella sospensione.

La distinzione temporale è importante. Il blocco non è ancora in corso: la finestra prevista dal motu proprio si è conclusa nel marzo 2023. Tuttavia, gli effetti prodotti durante quel periodo rimangono acquisiti. La decisione di Leone XIV non ricostruisce retroattivamente l’anzianità economica sospesa e non trasforma gli aumenti non maturati in crediti da corrispondere oggi. Interviene esclusivamente sulla riduzione prevista per i cardinali, con effetti dal settembre 2026.

Anche per questo sarebbe impreciso descrivere il provvedimento come una cancellazione integrale e indistinta di tutte le misure salariali del 2021. L’atto reso noto il 14 settembre riguarda l’articolo 1. Altre parti del dispositivo hanno seguito percorsi e tempi differenti, mentre alcune hanno già esaurito per loro natura la propria efficacia.

Il precedente del taglio del 3%, già rimosso nel 2025

Il ripristino delle retribuzioni cardinalizie non è, infatti, il primo intervento di Leone XIV su Un futuro sostenibile. Un rescritto della Segreteria per l’Economia, datato 16 giugno 2025, aveva già disposto l’abrogazione dell’articolo 3 a partire dal 1° luglio 2025, eliminando per il futuro il taglio del 3% applicato alle categorie previste da quella disposizione.

Il documento chiariva che il Papa era stato aggiornato sulle ragioni originarie del contenimento del costo del personale, sui risultati ottenuti e sulle conseguenze di un mantenimento o di una rimozione delle misure. Anche in quel caso furono fatti salvi gli effetti prodotti nel periodo di vigenza. La sequenza mostra quindi una revisione graduale, non un’unica inversione improvvisa: prima il superamento della decurtazione del 3%, poi quello del taglio del 10% ai cardinali. 

Questa gradualità suggerisce un metodo di intervento basato sulla valutazione delle singole disposizioni e del loro impatto. Non consente invece di affermare, in assenza di ulteriori atti, che l’intero sistema introdotto nel 2021 sia stato annullato in blocco. In particolare, ogni norma deve essere letta alla luce della propria durata, della categoria interessata e degli eventuali successivi provvedimenti di modifica.

Conti migliori, ma il deficit operativo non è scomparso

La svolta sulle retribuzioni arriva in un quadro finanziario meno grave rispetto agli anni della pandemia. Il bilancio consolidato della Santa Sede per il 2024 ha registrato un avanzo di 1,6 milioni di euro, contro un disavanzo complessivo di 51,2 milioni nell’esercizio precedente. Il risultato ha rappresentato un recupero rilevante, ma non equivale alla soluzione definitiva dei problemi strutturali.

Il dato più indicativo resta quello operativo: il deficit è sceso da 83,5 milioni nel 2023 a 44,4 milioni nel 2024, con una riduzione vicina al 50%. Le entrate sono aumentate di circa 79 milioni, grazie soprattutto alle donazioni e ai ricavi della gestione ospedaliera, mentre il controllo della spesa ha assorbito almeno in parte l’inflazione e la crescita dei costi per il personale. La gestione finanziaria ha generato un risultato positivo di 46 milioni, decisivo per compensare il disavanzo operativo. 

La stessa documentazione vaticana invita, però, a interpretare il miglioramento con prudenza. Una parte del risultato è legata all’aumento delle donazioni e a effetti finanziari che non possono essere automaticamente considerati ricorrenti. La piena sostenibilità rimane un obiettivo di lungo periodo. Per questo l’eliminazione di un taglio salariale non deve essere letta come la certificazione di un bilancio definitivamente risanato, ma come una decisione resa possibile da condizioni meno eccezionali e inserita in un percorso ancora incompleto. 

Occorre inoltre distinguere l’avanzo finale dal risultato della gestione ordinaria. Il primo combina attività operative e finanziarie; il secondo fotografa con maggiore immediatezza lo squilibrio tra entrate e costi ricorrenti. Nel 2024 il saldo complessivo è tornato positivo, ma l’attività ordinaria ha continuato a produrre un passivo di oltre 44 milioni. Il nodo per il Vaticano resta dunque quello di costruire entrate stabili, governare i costi e finanziare la missione universale della Chiesa senza dipendere eccessivamente da componenti straordinarie.

Una scelta economica con un significato istituzionale

Il ritorno alla retribuzione piena per i cardinali ha inevitabilmente anche un valore simbolico. Nel 2021 Francesco aveva chiesto ai vertici di sostenere la quota maggiore del sacrificio, applicando il principio di progressività: 10% ai cardinali, 8% ai livelli superiori, 3% ad altre categorie. Era un messaggio interno prima ancora che contabile, costruito sull’idea che l’emergenza non dovesse tradursi in licenziamenti e che il peso del risanamento dovesse partire dall’alto.

Leone XIV non contesta apertamente quella logica. Al contrario, riconosce la necessità storica delle misure adottate durante la pandemia. Ritiene però conclusa la fase in cui il taglio alle retribuzioni cardinalizie rappresentava uno strumento adeguato. Il nuovo orientamento affida il rigore a meccanismi diversi: programmazione, controllo della spesa, gestione del patrimonio, qualità degli investimenti e maggiore stabilità delle entrate.

È su questo terreno che si misurerà la solidità della decisione. L’impatto contabile del ripristino non è quantificato nei documenti pubblicamente disponibili richiamati, e sarebbe quindi improprio attribuirgli una cifra non verificata. Il punto politico-amministrativo è comunque chiaro: dopo gli interventi emergenziali, il Vaticano tenta di passare a una gestione strutturale, nella quale i sacrifici sul personale non costituiscano la leva principale per tenere in equilibrio i conti.

La scelta del 1° settembre 2026 come data di efficacia segna così un nuovo passaggio nel progressivo smantellamento delle misure nate nell’emergenza sanitaria. Non cancella il quinquennio trascorso, non restituisce retroattivamente quanto trattenuto e non elimina da sola le fragilità finanziarie della Santa Sede. Restituisce però ai cardinali quel 10% sottratto nel 2021 e chiude uno dei capitoli più visibili della politica di austerità salariale voluta da Francesco.