l'inchiesta
Garlasco e il giallo della morte di Giovanni Ferri: perché la Procura di vuole riaprire il caso dopo 16 anni
Il pensionato di 88 anni fu trovato morto con delle ferite ai polsi e la vicenda fu archiviata come suicidio. Ora la svolta
A quasi sedici anni da quella tragica mattina del 22 novembre 2010, la morte di Giovanni Ferri, ex meccanico di 88 anni, torna al centro dell’attenzione giudiziaria e mediatica.
Per oltre tre lustri il decesso dell’anziano è stato classificato come un gesto volontario: una conclusione formale che non ha mai convinto la moglie, Gabriella Conti, convinta che il marito non avesse alcun motivo per togliersi la vita.
Oggi la Procura della Repubblica di Pavia, retta dal procuratore Fabio Napoleone, appare orientata a riesaminare la vicenda, avviando i primi passaggi di un percorso complesso frenato, però, da un ostacolo non secondario: il fascicolo originario risulta al momento irreperibile negli archivi dell’ufficio giudiziario.
Le indiscrezioni su una possibile riapertura sono trapelate il 15 settembre 2026 durante la trasmissione Mattino Cinque su Canale 5 e sono state poi riprese da vari organi di stampa.
Secondo tali ricostruzioni, il procuratore Napoleone avrebbe dato impulso alle verifiche preliminari sulla fattibilità di un nuovo procedimento e disposto la ricostituzione del fascicolo relativo al decesso del pensionato.
Resta tuttavia necessario distinguere tra anticipazioni mediatiche e realtà procedurale: allo stato, la Procura pavese non ha diffuso comunicazioni ufficiali che attestino l’apertura di un nuovo fascicolo di reato né l’esecuzione di accertamenti tecnici.
La richiesta di ricostruire la documentazione risponde a un dovere amministrativo e conoscitivo: prima di valutare se esistano i presupposti giuridici e scientifici per riaprire l’inchiesta, i magistrati devono esaminare i verbali del sopralluogo, i rilievi fotografici, la relazione autoptica e il provvedimento con cui il caso fu archiviato.
Un impulso determinante è arrivato dall’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste la famiglia Ferri pro bono.
Il legale ha incontrato il procuratore capo di Pavia per rappresentare le istanze dei congiunti.
Pur non essendo noti i contenuti del colloquio né eventuali atti depositati, il dato saliente è la riapertura di un canale formale di interlocuzione con i vertici dell’ufficio requirente, cui spetta la direzione delle indagini preliminari.
Per comprendere l’origine dei dubbi che avvolgono la vicenda occorre ripercorrere le ultime ore di Giovanni Ferri.
La mattina di lunedì 22 novembre 2010 l’anziano uscì verso le 9.30 dalla sua abitazione di Garlasco per recarsi, come d’abitudine, al bar Jolly in largo Primo Maggio per un caffè.
Non vedendolo rientrare per il pranzo, la moglie diede l’allarme.
Il corpo senza vita fu rinvenuto circa sei ore più tardi, intorno alle 15.30, da una diciassettenne che passeggiava con il cane in via Mulino, all’epoca zona piuttosto isolata.
L’ottantottenne era rannicchiato in una stretta intercapedine tra un muro di cinta e l’edificio al civico 9.
Presentava una profonda lesione alla gola e gravi ferite a un polso.
Sul posto intervennero i sanitari del 118, i Carabinieri della Stazione di Garlasco e i militari del Nucleo Operativo di Vigevano.
Se in un primo momento gli investigatori non esclusero l’ipotesi di omicidio, le valutazioni compiute sulla scena e il successivo trasferimento della salma all’obitorio di Pavia orientarono le autorità verso la tesi del suicidio, ritenendo le ferite compatibili con un atto autolesivo in assenza di terze persone.
Uno dei punti più controversi concerne la presenza e la collocazione dell’arma da taglio.
Nel corso degli anni, diverse narrazioni hanno sostenuto che nell’intercapedine, accanto al cadavere, non fosse stato rinvenuto alcun coltello, alimentando il sospetto di un’asportazione da parte di un aggressore.
Di avviso opposto sono le dichiarazioni rilasciate nel 2026 all’emittente televisiva dall’ex maresciallo Pennini il quale, pur precisando di non essere stato fisicamente presente, ha richiamato la documentazione ufficiale dell’epoca, affermando che l’arma era sulla scena e “si trovava posizionata proprio nella mano della vittima”.
Anche la descrizione delle lesioni risulta difforme: mentre alcune cronache locali parlarono genericamente di “polsi recisi”, gli atti indicherebbero ferite alla gola e al solo polso sinistro.
Trattandosi di elementi cruciali per ricostruire la dinamica, la Procura dovrà verificare la corrispondenza tra le memorie testimoniali a distanza di tempo e i dati oggettivi fissati nei verbali e negli esami medico-legali del 2010.
A tenere viva la richiesta di verità è la determinazione della vedova, Gabriella Conti.
La donna ha sempre descritto il marito come lucido, sereno e abitudinario, privo di segnali di depressione o disagio psicologico, un profilo confermato all’epoca anche da altri familiari, che lo ricordavano in buona salute e in piena forma per l’età.
Oltre all’aspetto psicologico, la moglie ha posto quesiti di natura logistica e dinamica: via Mulino non rientrava tra i percorsi consueti dell’anziano e la scelta di un cunicolo così angusto per un atto estremo appare alla famiglia innaturale.
Conti lamenta inoltre di non essere stata ascoltata a fondo dagli inquirenti e ritiene che l’indagine iniziale sia stata archiviata con troppa fretta.
Un eventuale nuovo approfondimento dovrà misurarsi con l’usura del tempo: a sedici anni dai fatti, la modifica dei luoghi, la possibile perdita o il deterioramento dei reperti e l’affievolirsi dei ricordi rappresentano limiti rilevanti.
Tuttavia, l’impiego di tecnologie forensi e medico-legali di ultima generazione potrebbe offrire spunti inediti, a condizione che campioni biologici e tracce siano stati conservati correttamente.
La riemersione del caso Ferri si colloca sullo sfondo della perdurante attenzione mediatica attorno a Garlasco, nota per il delitto di Chiara Poggi del 13 agosto 2007.
La coincidenza geografica e qualche contiguità di conoscenze hanno talvolta alimentato teorie su presunti legami tra i due eventi.
Eppure, alla luce del quadro documentale, non esiste alcun riscontro oggettivo o elemento probatorio reso pubblico che colleghi la morte di Giovanni Ferri all’omicidio della giovane.
Le ipotesi secondo cui l’ex meccanico possa essere stato testimone involontario di fatti illeciti restano congetture prive di conferma processuale.
Gli esperti invitano pertanto a evitare sovrapposizioni arbitrarie e a valutare la vicenda Ferri esclusivamente sulla base delle sue specifiche e documentate anomalie.
La possibile riapertura delle indagini rimane subordinata all’esito della ricostruzione del fascicolo.
Solo se la Procura di Pavia riuscirà a recuperare o ricostituire integralmente la documentazione originaria, riscontrando eventuali lacune investigative o nuovi elementi di valutazione scientifica, si potrà passare dalla verifica preliminare all’iscrizione formale di un nuovo procedimento penale.