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Scenari

Drone con esplosivo abbattuto da Eurofighter italiani sopra la Lituania, incursione deliberata o un mezzo fuori controllo?

Origine e responsabilità da accertare. Secondo Vilmantas Vitkauskas, responsabile del Centro nazionale lituano per la gestione delle crisi, il drone sarebbe arrivato con ogni probabilità dalla Bielorussia

15 Settembre 2026, 19:02

19:10

Eurofighter italiani abbattono un drone sulla Lituania: l’allarme NATO vicino a un impianto strategico

Nato, due caccia italiani abbattono un drone sopra la Lituania: cosa sta succedendo

Nella notte, sopra i campi quasi disabitati della Lituania centrale, la sorveglianza dei cieli baltici si è trasformata in un’operazione reale. Due Eurofighter italiani sono decollati su allarme dalla base di Šiauliai, hanno intercettato un drone entrato probabilmente dalla Bielorussia e lo hanno abbattuto vicino a un’infrastruttura energetica strategica. Nei rottami è stato poi individuato un dispositivo esplosivo. L’origine e la missione del velivolo, però, restano da accertare.

La sequenza operativa è iniziata nella tarda serata di ieri, quando i sistemi di sorveglianza hanno rilevato un oggetto non identificato entrato nello spazio aereo lituano. Sulla base dei dati radar e di altri indicatori, le autorità hanno stabilito che si trattava di un velivolo senza pilota. L’ordine di decollo immediato ha quindi raggiunto la base di Šiauliai, nel nord del Paese, dove è schierata la componente italiana della missione alleata.

Due Eurofighter F-2000 della Task Force Air “Baltic Thunder III” si sono alzati in volo in modalità scramble, la procedura d’emergenza che consente ai caccia in allerta di decollare in pochi minuti. Gli equipaggi hanno individuato e intercettato il drone, neutralizzandolo secondo le regole operative dell’Alleanza. L’abbattimento è avvenuto intorno alle 00.20 del 15 settembre, nei pressi del villaggio di Pratkūnai, nel distretto di Kaišiadorys. 

Un volo di circa mezz’ora sopra la Lituania

Secondo Vilmantas Vitkauskas, responsabile del Centro nazionale lituano per la gestione delle crisi, il drone sarebbe arrivato con ogni probabilità dalla Bielorussia e sarebbe rimasto nello spazio aereo nazionale per circa 30 minuti, seguendo una rotta ai margini delle aree più densamente abitate. Dire che il velivolo è entrato dalla Bielorussia, tuttavia, non significa averne già accertato proprietà, origine industriale o missione: questi elementi dipendono dall’analisi tecnica delle parti recuperate.

Il punto di caduta si trova vicino al bacino di Kaunas e non lontano dalla centrale idroelettrica ad accumulazione di Kruonis, un’infrastruttura energetica strategica. La prossimità dell’impianto è un dato rilevante, ma non dimostra da sola che il drone fosse diretto contro la centrale. Il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas ha spiegato che gli investigatori dovranno ricostruire la traiettoria, le caratteristiche del mezzo e il suo possibile obiettivo. Fino alla conclusione degli accertamenti, ogni attribuzione resta dunque prematura.

Le prime verifiche hanno però confermato un elemento particolarmente delicato: sul drone era presente un dispositivo esplosivo, successivamente reso sicuro dagli artificieri. Nell’area delle operazioni è stato attivato il piano lituano “Skydas”, previsto per gli interventi connessi a ordigni o materiali potenzialmente pericolosi. Il perimetro è stato isolato e affidato alla sorveglianza della polizia militare, delle forze dell’ordine e delle unità specializzate, compresi gli operatori antiterrorismo di Aras.

Gli allarmi inviati alla popolazione

Mentre i caccia erano impegnati nell’intercettazione, gli abitanti delle contee di Vilnius e Kaunas hanno ricevuto messaggi di allerta per un possibile pericolo aereo. Le comunicazioni invitavano a individuare un luogo sicuro e a seguire le indicazioni delle autorità. Una volta distrutto il velivolo e localizzata l’area di caduta, l’allarme è stato revocato.

La gestione dell’emergenza ha assunto un valore che va oltre il singolo episodio. Non si è trattato soltanto di individuare un oggetto e abbatterlo, ma di coordinare radar, catena di comando della NATO, caccia in prontezza, protezione civile, polizia, artificieri e comunicazione pubblica. Sono proprio questi passaggi, spesso invisibili, a determinare se una violazione aerea può essere contenuta prima che provochi vittime o danni alle infrastrutture.

Per il presidente Gitanas Nausėda, l’operazione ha dimostrato che il sistema di difesa aerea lituano è in grado di reagire. Il capo dello Stato ha ringraziato espressamente i militari italiani, ricordando però che l’intensificazione della guerra russa contro l’Ucraina rende plausibili nuovi episodi. Nausėda ha inoltre convocato il Consiglio di difesa dello Stato per discutere lo sviluppo delle capacità antiaeree nazionali. 

Anche il ministro degli Esteri Kęstutis Budrys ha sottolineato il ruolo degli alleati, osservando che la loro presenza contribuisce concretamente alla protezione dei cieli lituani. Il messaggio politico è netto: per Vilnius, la sicurezza non dipende soltanto dalle capacità nazionali, ma dalla credibilità della difesa collettiva e dalla disponibilità dei partner a intervenire in tempo reale. 

Chi sono gli italiani di “Baltic Thunder III”

La componente dell’Aeronautica Militare italiana ha assunto il proprio turno a Šiauliai il 31 luglio 2026. Il contingente comprende circa 200 militari e quattro Eurofighter Typhoon, denominati F-2000 nella nomenclatura italiana. È la sesta volta che l’Italia guida dalla base lituana una rotazione della missione e l’undicesimo schieramento italiano complessivo nei Paesi baltici.

La presenza non ha una funzione simbolica. Estonia, Lettonia e Lituania fanno parte della NATO, ma non dispongono di una forza da caccia adeguata a garantire autonomamente la sorveglianza continua dei loro cieli. Dal loro ingresso nell’Alleanza, gli alleati si alternano quindi con velivoli, piloti, tecnici, specialisti radar e personale logistico. Gli aerei rimangono in stato di allerta e possono essere fatti decollare dal centro alleato per le operazioni aeree di Uedem, in Germania.

La missione, nata come Baltic Air Policing, si è progressivamente avvicinata a una postura più ampia di difesa aerea. La distinzione è importante: il tradizionale air policing serve soprattutto a identificare e accompagnare velivoli che non rispettano le regole internazionali di volo; la difesa aerea deve poter affrontare anche minacce ostili, missili e droni. L’episodio di Pratkūnai mostra concretamente perché la NATO stia adattando mezzi, procedure e regole d’ingaggio a un ambiente di sicurezza molto diverso da quello precedente all’invasione russa dell’Ucraina.

Il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto, impegnato in una visita ai contingenti dislocati sul fianco orientale, ha definito episodi come questo una dimostrazione dell’importanza della presenza militare alleata nella regione. Secondo il ministero italiano, si tratta del secondo episodio nell’arco di un mese che vede coinvolti i caccia nazionali nel quadro della missione. La Difesa ha confermato che l’intercettazione e la neutralizzazione sono state condotte nel rispetto delle procedure NATO, senza fornire dettagli sul sistema impiegato per abbattere il drone. 

La provenienza non equivale all’attribuzione

Il punto politicamente più sensibile resta l’identità del velivolo. Fonti NATO citate dalla stampa italiana hanno parlato di una possibile provenienza russa, ma le autorità lituane hanno evitato conclusioni definitive. È una cautela necessaria. Un drone può attraversare il confine bielorusso senza essere necessariamente bielorusso; può essere stato lanciato altrove, deviato, disturbato dai sistemi di guerra elettronica oppure finito fuori rotta per un guasto. La presenza di esplosivo rende il caso più grave, ma non risolve automaticamente il problema dell’attribuzione.

L’analisi dei rottami dovrà cercare componenti identificabili, numeri di serie, sistemi di navigazione, memoria elettronica e residui del carico. Sarà inoltre necessario confrontare la rotta con le operazioni militari in corso nella regione. Solo questo insieme di informazioni potrà chiarire se si sia trattato di un’incursione deliberata, di un mezzo fuori controllo o dell’effetto indiretto di un’operazione collegata alla guerra.

Negli ultimi mesi lo spazio aereo baltico è stato interessato da ripetuti allarmi. La geografia espone la Lituania a un rischio particolare: il Paese confina a est e a sud con la Bielorussia e a ovest con l’exclave russa di Kaliningrad, mentre poco più a sud si apre il corridoio di Suwałki, la stretta fascia terrestre che collega gli Stati baltici al resto del territorio NATO. A questa vulnerabilità si aggiunge la proliferazione di droni militari capaci di percorrere centinaia di chilometri e di continuare a volare anche dopo aver perso il collegamento con l’operatore.

La valutazione nazionale lituana della minaccia per il 2026 aveva già segnalato un aumento del rischio di violazioni connesso alla crescente intensità degli attacchi aerei nella guerra russo-ucraina. Nel luglio 2025, due droni russi Gerbera erano precipitati sul territorio lituano. In altri casi, velivoli ucraini diretti contro obiettivi in Russia hanno oltrepassato accidentalmente i confini baltici. A maggio 2026 un caccia NATO ha abbattuto un drone ucraino sopra l’Estonia. La successione di episodi conferma che l’origine delle incursioni non può essere dedotta soltanto dal clima politico o dalla direzione di ingresso. 

Il problema del costo e della difesa a strati

L’abbattimento riuscito non chiude il dibattito, ma lo rende più urgente. Intercettare piccoli droni con caccia avanzati è possibile, tuttavia può essere oneroso e non sempre rappresenta la soluzione più adatta. Un sistema efficace deve combinare radar tradizionali, sensori acustici ed elettro-ottici, guerra elettronica, cannoni, missili a corto raggio e velivoli da combattimento. La scelta dipende dalla quota, dalla velocità, dal profilo del bersaglio e dal rischio per le persone a terra.

La difficoltà maggiore consiste nell’individuare tempestivamente apparecchi costruiti con materiali poco riflettenti, in volo a bassa quota e con dimensioni ridotte. Nello stesso tempo, abbattere un drone sopra un centro abitato può creare un pericolo aggiuntivo: rottami, carburante ed eventuali esplosivi devono ricadere in un’area dove il rischio sia considerato accettabile. Il fatto che l’intercettazione sia terminata sopra una zona rurale suggerisce quanto la gestione della traiettoria e del punto di neutralizzazione possa risultare decisiva.

Lituania, Lettonia ed Estonia hanno già indicato la difesa antidrone come una priorità, chiedendo alla NATO e all’Unione europea di accelerare il rafforzamento dei sistemi sul confine orientale. Non è una richiesta astratta. La guerra in Ucraina ha trasformato i droni da strumenti specialistici a presenza ordinaria nei conflitti: vengono impiegati per ricognizione, disturbo, attacchi contro infrastrutture e saturazione delle difese.

Quanto accaduto nella notte del 15 settembre 2026 rappresenta così un successo operativo, ma anche un avvertimento. Gli Eurofighter italiani hanno impedito che un oggetto con un carico esplosivo continuasse il proprio volo sopra la Lituania; le autorità hanno allertato la popolazione e messo in sicurezza le parti cadute; la struttura NATO ha reagito senza esitazioni. Rimane però aperta la domanda decisiva: chi abbia lanciato quel drone e per quale scopo.

La risposta arriverà, se arriverà, dall’indagine sui resti e dalla ricostruzione della rotta. Nel frattempo, l’episodio dimostra che sul fianco orientale dell’Alleanza la distanza tra sorveglianza ordinaria ed emergenza reale può ridursi a pochi minuti. Ed è proprio in quei minuti che la presenza degli alleati, compresa quella italiana, smette di essere una formula diplomatica e diventa una capacità concreta di protezione.