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Parlamento europeo

Il Canada propone lo status di "membro associato" all'UE per rafforzare la propria autonomia

Nel suo intervento a Strasburgo il premier Carney ha però precisato che il suo Paese non punta a diventare uno Stato membro dell’UE, né intende trasferire a Bruxelles competenze sovrane paragonabili a quelle condivise dai Ventisette

17 Settembre 2026, 15:54

16:00

Canada più vicino all’UE, Carney apre allo status di associato ma blinda la sovranità

Carney elogia l’alleanza tra UE e Canada ma pone limiti su adesione e sovranità

Nell’aula del Parlamento europeo a Strasburgo, Mark Carney ha aperto una porta che Ottawa aveva finora lasciato soltanto socchiusa. Il Canada è pronto a discutere uno status senza precedenti di “membro associato” dell’Unione europea, ma non intende aderire pienamente al blocco né cedere sovranità. Dietro questa distinzione si profila un progetto molto più concreto di una formula diplomatica: costruire un asse transatlantico su commercio, difesa, tecnologia, energia e materie prime, mentre il rapporto con gli Stati Uniti attraversa una fase di forte tensione.

Un’apertura politica, non una domanda di adesione

Nel suo intervento davanti all’Eurocamera, Carney ha accolto favorevolmente la proposta avanzata il giorno precedente dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nel discorso sullo stato dell’Unione di ieri la leader dell’esecutivo comunitario aveva invitato Ottawa a lavorare per «aprire la porta» al Canada come primo membro associato dell’Unione. La formula, priva di precedenti nell’architettura istituzionale comunitaria, è stata presentata come il possibile approdo di un rapporto destinato ad andare oltre l’attuale accordo commerciale. 

Il premier canadese ha risposto con disponibilità, ma ha anche fissato subito il perimetro della discussione. Il Canada non punta a diventare uno Stato membro dell’UE, né intende trasferire a Bruxelles competenze sovrane paragonabili a quelle condivise dai Ventisette. La denominazione finale, ha osservato Carney, spetterà agli europei; per Ottawa conteranno soprattutto il contenuto dell’intesa, i diritti e gli obblighi previsti e la sua capacità di produrre benefici concreti senza ridurre l’autonomia decisionale canadese. 

Non si tratta soltanto di una precisazione giuridica. È il messaggio politico centrale della visita: il Canada vuole avvicinarsi all’Europa proprio per diventare più autonomo, non per sostituire una dipendenza con un’altra. Nella visione di Carney, l’integrazione con partner affidabili deve aumentare la capacità del Paese di difendere i propri interessi, diversificare mercati e approvvigionamenti e resistere alle pressioni esterne.

Che cosa può significare “membro associato”

L’espressione scelta da von der Leyen ha una notevole forza simbolica, ma non corrisponde, almeno per ora, a una categoria definita dai trattati europei. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea disciplina l’adesione piena e stabilisce che possa presentare domanda ogni Stato europeo rispettoso dei valori dell’Unione. Il Canada, oltre a non cercare questa strada, non rientra evidentemente nella normale prospettiva geografica dell’allargamento. 

La proposta dovrà quindi tradursi in un quadro costruito su misura. Non è ancora stabilito se richiederà un nuovo accordo internazionale, una serie di intese settoriali o una cornice politica capace di coordinare strumenti già esistenti. Restano da chiarire anche il ruolo degli Stati membri, le procedure di approvazione e gli eventuali meccanismi di consultazione permanente.

Proprio questa indeterminatezza spiega la cautela canadese. Espressioni come “adesione associata” possono suggerire un accesso esteso al mercato unico, l’allineamento automatico alle norme europee o forme di partecipazione alle istituzioni dell’UE. Nessuno di questi elementi, tuttavia, è stato ancora concordato. Il progetto deve essere negoziato e il vertice Canada-UE previsto a Ottawa per il 29 e 30 ottobre 2026 rappresenterà il primo appuntamento decisivo per trasformare la proposta politica in un’agenda operativa. 

Da questo punto di vista, la formula di von der Leyen appare soprattutto come l’annuncio di una disponibilità: Bruxelles vuole offrire al Canada un livello di cooperazione più elevato di quello normalmente riservato ai Paesi terzi. Il risultato potrebbe essere un modello originale, diverso sia dall’adesione piena sia dagli accordi attraverso cui altri partner europei partecipano a porzioni del mercato unico.

Sovranità attraverso la cooperazione

Il passaggio più netto del discorso di Carney ha riguardato la sovranità canadese. Ottawa, ha spiegato, cerca partenariati complementari che rafforzino la capacità nazionale di scegliere, produrre, commerciare e proteggersi. La cooperazione non deve consentire a una potenza esterna di controllare i mercati canadesi, mettere in discussione l’integrità territoriale del Paese o condizionarne le scelte democratiche.

È una concezione della sovranità meno legata all’autosufficienza e più alla resilienza. Per un’economia aperta come quella canadese, l’indipendenza non consiste nel ridurre gli scambi, ma nell’evitare che infrastrutture, tecnologie, capitali, forniture energetiche o sbocchi commerciali dipendano in misura eccessiva da un solo interlocutore. La diversificazione diventa così uno strumento di sicurezza nazionale.

Carney aveva anticipato questa impostazione il 15 settembre, sostenendo che l’integrazione economica può essere usata come leva coercitiva e che catene di approvvigionamento, tariffe e infrastrutture finanziarie sono ormai parte della competizione geopolitica. Il suo obiettivo dichiarato è accrescere l’autonomia strategica del Canada attraverso investimenti interni e legami più profondi con partner considerati affidabili. 

In questa prospettiva, l’Europa è interessante non solo come mercato, ma come polo industriale, normativo e tecnologico. Anche l’UE sta cercando di ridurre vulnerabilità in settori sensibili, dalla difesa ai semiconduttori, dalle materie prime all’energia. Il linguaggio dell’“autonomia strategica”, utilizzato da entrambe le parti, offre dunque una base politica comune, pur senza cancellare differenze economiche e interessi nazionali.

Dal Ceta a un’alleanza economica più ampia

Il punto di partenza resta il Ceta, l’accordo economico e commerciale globale applicato provvisoriamente dal 2017. L’intesa ha eliminato gran parte dei dazi e creato strumenti di dialogo regolatorio, facilitando l’accesso reciproco ai mercati. Secondo la Commissione, nel 2025 gli scambi bilaterali di beni e servizi hanno raggiunto 130 miliardi di euro, con una crescita dell’80% rispetto al 2016; il commercio di soli beni è arrivato a 81,5 miliardi, mentre quello dei servizi ha toccato 49 miliardi

Sono cifre significative, ma il rapporto rimane asimmetrico. L’UE è il secondo partner commerciale del Canada dopo gli Stati Uniti, mentre il Canada pesa in misura assai più contenuta sul commercio estero europeo. Per Ottawa, quindi, ampliare l’accesso al mercato comunitario significa ridurre una vulnerabilità strutturale. Per Bruxelles significa consolidare il rapporto con un Paese del G7 ricco di energia, minerali critici, competenze tecnologiche e capacità industriali.

Von der Leyen ha proposto di passare dal Ceta a una vera “Alleanza per il futuro”, delineando una cooperazione su manifattura avanzata, tecnologie, industria della difesa, Artico, batterie, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, cybersicurezza ed energia. Dopo l’incontro bilaterale a Strasburgo, i due leader hanno aggiunto all’agenda lo spazio, i servizi finanziari, i sistemi di pagamento e la possibilità di rendere più fluido il commercio digitale di prodotti non agricoli e servizi. 

Questa estensione è importante perché sposta il baricentro dai dazi alla sicurezza economica. Un’alleanza di nuova generazione dovrebbe occuparsi non soltanto di quanto Canada ed Europa commerciano, ma anche di ciò che sono in grado di produrre insieme, delle tecnologie che intendono proteggere e delle dipendenze che vogliono ridurre.

Difesa, industria e materie prime

La cooperazione non parte da zero. Al vertice bilaterale del 23 giugno 2025, Canada e UE hanno firmato un partenariato per la sicurezza e la difesa, accompagnato da un’agenda strategica più ampia. Il quadro comprende il sostegno all’Ucraina, la mobilità militare, la sicurezza marittima e spaziale, le minacce ibride, la cybersicurezza, le tecnologie emergenti e la collaborazione fra industrie della difesa. Si tratta di uno strumento politico non vincolante, pensato per coordinare e approfondire rapporti già consolidati anche attraverso la Nato.

Un ulteriore passo è arrivato con la partecipazione canadese a SAFE, lo strumento europeo da 150 miliardi di euro destinato a sostenere investimenti comuni nella produzione e negli acquisti per la difesa. Il Canada è diventato il primo Paese non europeo ammesso a questo meccanismo, confermando che una cooperazione avanzata con Stati terzi è possibile anche senza adesione all’Unione. 

Per Ottawa, l’opportunità è duplice: ampliare i mercati per le imprese canadesi e accedere a catene industriali più articolate. Per l’Europa, il Canada può offrire risorse, competenze aerospaziali e una base produttiva integrabile nello sforzo di riarmo e rafforzamento tecnologico. Resta però necessario stabilire quali imprese potranno partecipare ai programmi comuni, quali requisiti di origine si applicheranno e come proteggere proprietà intellettuale e informazioni sensibili.

Lo stesso vale per i minerali critici. Il Canada dispone di risorse rilevanti per batterie, sistemi energetici e tecnologie militari, mentre l’UE cerca forniture più diversificate e tracciabili. La complementarità è evidente, ma trasformarla in progetti richiederà investimenti nelle miniere, nelle raffinerie, nei trasporti e nelle infrastrutture energetiche, oltre a garanzie ambientali e rapporti adeguati con le comunità coinvolte.

L’ombra della crisi con Washington

L’avvicinamento all’Europa avviene sullo sfondo delle tensioni commerciali tra Canada e Stati Uniti. Ottawa resta profondamente collegata all’economia statunitense per geografia, investimenti, manifattura e infrastrutture. Proprio questa vicinanza rende difficile immaginare un disaccoppiamento e, allo stesso tempo, urgente la ricerca di alternative.

Carney non presenta l’alleanza con l’UE come un progetto diretto contro Washington. Il messaggio, tuttavia, è inequivocabile: il Canada rivendica il diritto di scegliere autonomamente i propri partner. Rafforzare il legame europeo significa aumentare il margine di manovra di Ottawa in un contesto nel quale tariffe e accesso ai mercati sono diventati strumenti di pressione politica.

Anche per Bruxelles la posta in gioco va oltre il rapporto bilaterale. Accogliere il Canada in una nuova cerchia di associazione consentirebbe all’Unione di mostrare che la propria rete di accordi può trasformarsi in una piattaforma geopolitica, capace di unire democrazie avanzate senza imporre necessariamente il modello dell’adesione. È un’ambizione rilevante, ma dovrà misurarsi con le competenze degli Stati membri e con il rischio di creare aspettative superiori agli strumenti disponibili.

Il prossimo negoziato dovrà quindi rispondere a domande molto concrete: quali settori saranno realmente integrati, quali norme dovranno essere riconosciute reciprocamente, come saranno risolte le controversie e quale peso avranno i Parlamenti. Dovrà inoltre chiarire se lo status di membro associato offrirà vantaggi diversi da quelli ottenibili attraverso una serie di accordi settoriali.

L’apertura di Strasburgo resta comunque un passaggio politico di rilievo. Per la prima volta, la leadership dell’UE ha prospettato a una grande democrazia non europea un rapporto descritto con il linguaggio dell’appartenenza, seppure associata. Carney ha accettato di discuterne, ma ha ribaltato il significato tradizionale dell’integrazione: avvicinarsi per essere più indipendenti. La riuscita del progetto dipenderà ora dalla capacità di Bruxelles e Ottawa di trasformare quella formula in un’intesa credibile, equilibrata e rispettosa delle rispettive sovranità.