IL DISCORSO
Trump all'Onu: «Con l'Iran accordo o annientamento». E Cuba lascia l'aula per le parole su L'Avana
Il presidente rivendica la pace fatta con la forza, promette la fine del regime di Teheran se non firma un'intesa e liquida l'isola caraibica come «uno Stato fallito che cadrà»
«Sono sorpreso che la Cnn sia qui a coprirmi, aveva detto che non lo avrebbe fatto». Donald Trump arriva al Palazzo di Vetro con Melania al fianco e apre già in polemica, prima ancora di salire sul podio dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il discorso che segue, tra applausi e uno strappo diplomatico in piena regola, conferma il registro: la pace raccontata come un prodotto della forza, non della trattativa.
L'ultimatum a Teheran
Il passaggio più duro riguarda l'Iran. «Devo decidere se annientare l'Iran o fare un accordo. E se li devo annientare li annienterò rapidamente», dice Trump, per poi aggiungere di credere che Teheran «farà l'accordo dopo le elezioni» di metà mandato. È la stessa architettura retorica di sempre: la minaccia estrema accompagnata dall'apertura negoziale, in un equilibrio che lascia intendere quanto la partita sia ancora aperta. Il presidente lega l'Iran al terrorismo internazionale e ribadisce l'impegno a impedire a Teheran l'arma nucleare, definendo il regime «i bulli del Medio Oriente» che «ora non lo sono più». Chiede inoltre a tutti i Paesi di unirsi a Washington nell'isolamento economico della Repubblica islamica e respinge le critiche su un possibile esaurimento delle scorte militari americane: «Ne abbiamo, e molte».
Il nodo resta quello aperto da giugno, quando Washington e Teheran avevano firmato a Islamabad un memorandum con cessazione delle operazioni militari e un orizzonte di 60 giorni per un accordo finale, mai arrivato. Sul nucleare l'intesa rinviava la questione dell'arricchimento dell'uranio ai negoziati successivi, sotto la supervisione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica: un capitolo ancora bianco, che spiega perché il presidente americano continui ad alternare offerte e ultimatum.
Cartelli, Cuba e l'emisfero senza rivali
Trump estende la stessa logica muscolare al resto del continente. «I cartelli sono l'Isis dell'emisfero occidentale, nemici in guerra contro la civiltà che usano omicidi, stupri, torture ed estorsioni come strumenti di terrore», dice, annunciando che gli Stati Uniti «non permetteranno più che minacce all'America mettano radici in alcuna parte dell'emisfero occidentale» e che, se necessario, useranno la potenza militare per difendere gli interessi nazionali. Su Cuba non usa mezzi termini: «È uno Stato fallito e cadrà», accusando il regime dell'Avana di essersi coordinato per decenni con «la sinistra radicale e le reti comuniste» negli Stati Uniti, citando esplicitamente Antifa e i Democratic Socialists of America. La frase costringe la delegazione cubana ad alzarsi e ad abbandonare l'aula in diretta.
La pace rivendicata e i dossier ancora aperti
«Mentre altri parlavano, io ho agito. Mentre altri parlavano di pace, io l'ho realizzata», scandisce Trump, costruendo il racconto di due anni fa a oggi: «Il nostro Paese era morto, ora siamo nell'età dell'oro». Ringrazia il Consiglio di Sicurezza dell'Onu per la risoluzione di condanna degli attacchi iraniani alle navi commerciali, la definisce «la più sostenuta della storia delle Nazioni Unite» per numero di co-firmatari, e nello stesso fiato liquida qualsiasi ambizione multilaterale: «Non esiste un governo globale e, finché sarò presidente, non ci saranno tasse globali». Su Russia e Ucraina si limita a una previsione, «la pace si farà prima di quanto si pensi», perché «sia Kiev che Mosca non ne possono più».
Resta la contraddizione di fondo, che nessun applauso in sala risolve: si può rivendicare la pace come risultato ottenuto e insieme tenere il dito sul grilletto di un annientamento annunciato. Al Palazzo di Vetro, per una mattina, hanno convissuto entrambe le cose.