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new york

All'assemblea generale Onu il resto del mondo condanna Israele, il segretario Guterres: «Rischio pulizia etnica in Cisgiordania»

Il segretario generale denuncia una trasformazione territoriale che può rendere impraticabile lo Stato palestinese. Il re di Giordania accusa Israele di perseguire un trasferimento forzato della popolazione.

22 Settembre 2026, 19:52

20:00

Cisgiordania, l’allarme di Guterres: “Il rischio è la pulizia etnica”

Guterres evoca lo spettro della pulizia etnica in Cisgiordania

A New York davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, António Guterres ha avvertito che la combinazione di violenza, sfollamenti ed espansione degli insediamenti israeliani può cancellare ogni prospettiva di pace e alimentare il rischio di «una pulizia etnica in Cisgiordania». Poco dopo, il re di Giordania Abdallah II ha indicato negli stessi episodi i segni di una politica di trasferimento forzato della popolazione palestinese.

Il segretario generale ha descritto una dinamica in cui operazioni militari, demolizioni, restrizioni alla circolazione, violenze dei coloni ed espansione degli insediamenti non sono fenomeni separati. Nel loro insieme, ha avvertito, modificano la realtà demografica e territoriale della Cisgiordania occupata, riducono gli spazi per uno Stato palestinese continuo e rischiano di distruggere la prospettiva stessa della pace.

Il richiamo alla pulizia etnica porta il confronto oltre il consueto linguaggio diplomatico. Guterres non ha presentato il termine come una formula generica, ma come il rischio prodotto dal trasferimento forzato e permanente di comunità palestinesi. È una preoccupazione già espressa dalle strutture delle Nazioni Unite: un rapporto dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani, pubblicato il 19 febbraio 2026, aveva rilevato come attacchi, distruzioni e trasferimenti forzati potessero essere diretti a determinare un cambiamento demografico duraturo nei territori palestinesi occupati. 

I campi profughi svuotati nel nord

A rendere più concreto l’allarme è la situazione nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, nel nord della Cisgiordania. Un rapporto ONU diffuso il 4 settembre 2026 sostiene che, durante l’operazione israeliana denominata “Iron Wall”, le popolazioni dei tre campi siano state interamente sfollate e che il ritorno degli abitanti sia rimasto impedito.

Secondo l’indagine, oltre 33.000 palestinesi sono stati costretti a lasciare le proprie case. Entro ottobre 2025 risultava distrutto o danneggiato il 52% delle strutture nel campo di Jenin, il 48% a Nur Shams e il 36% a Tulkarem. L’ONU riferisce inoltre di abitazioni demolite, strade e reti essenziali compromesse, accesso umanitario ostacolato e impiego di mezzi militari pesanti in aree densamente popolate. Il rapporto considera la durata e la sistematicità dello sfollamento motivo di grave preoccupazione per un possibile trasferimento forzato, che in determinate circostanze può configurare un crimine contro l’umanità. 

Israele sostiene generalmente che le operazioni in Cisgiordania siano necessarie per contrastare gruppi armati e prevenire attentati. Contesta inoltre le accuse di pulizia etnica, giudicandole espressione di un pregiudizio politico nei suoi confronti. Sul piano giuridico, considera la Cisgiordania un territorio conteso il cui status definitivo dovrebbe essere stabilito attraverso negoziati. La maggioranza della comunità internazionale, al contrario, ritiene illegali gli insediamenti israeliani nei territori occupati.

Abdallah II: “Un tentativo di cancellare la presenza palestinese”

Dal podio dell’Assemblea generale, re Abdallah II di Giordania ha usato parole altrettanto nette. Il sovrano ha definito la distruzione a Gaza e quella che considera un’annessione di fatto di terre in Cisgiordania come parti di un tentativo di cancellare la presenza palestinese e rendere impossibile la nascita di uno Stato indipendente.

Per Abdallah, l’allontanamento dei palestinesi dalle loro abitazioni non è una conseguenza episodica degli scontri, ma rientra in una politica di trasferimento forzato. Il re ha anche accusato Israele di manifestare ambizioni espansionistiche capaci di trasformarlo in una minaccia per l’intera regione. È una presa di posizione particolarmente significativa perché la Giordania ha firmato un trattato di pace con Israele nel 1994, condivide con la Cisgiordania un confine strategico e ospita una vasta popolazione di origine palestinese. 

 I ministeri degli Esteri di Pakistan, Egitto, Indonesia, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dopo aver incontrato ieri a New York, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, chiedendo l'immediata attuazione degli impegni previsti dalla prima fase di un piano di pace globale per Gaza, tra cui la fornitura senza ostacoli di aiuti umanitari, di beni per la ripresa iniziale e il ripristino delle infrastrutture critiche. Esprimendo profonda preoccupazione per le continue sofferenze umanitarie a Gaza ed esortando Israele ad adempiere agli impegni previsti dal piano, hanno sottolineato la necessità di preservare il cessate il fuoco e porre fine alle violazioni.

In risposta l'ufficio del premier israeliano Netanyahu ha diffuso un video che presenta l'Onu come un "coro di pappagalli che accusa Israele " e la didascalia "Ripetere una bugia non la rende vera". Il video fa parte della campagna "L'industria delle bugie dell'Onu" - del ministero israeliano per la Diaspora e la lotta all'antisemitismo in collaborazione con il sistema di comunicazione dell'Ufficio del primo ministro - che "espone il pregiudizio sistematico e falso contro Israele ".

Nel video diffuso si vedono pappagalli di diverso colore (per rappresentare i diversi Paesi) e specie, che indossano anche copricapo turchi e arabi, che svolazzano verso il microfono del podio delle Nazioni Unite e ripetono 'Blame Israel' (date la colpa a Israele ), fino a che l'intera sala si riempie di pennuti che ripetono la stessa frase. Poi, un rimando al sito della campagna che "espone le bugie ei pregiudizi nelle pubblicazioni dell'Onu, lanciato dal Ministero per la Diaspora la scorsa settimana".