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l'intervento

Meloni reinterpreta Mattarella: «Da ministro dell'Istruzione invitava a non concentrare troppi alunni stranieri nella stessa classe»

La premier nega contrasti con il Quirinale e rivendica l’obiettivo dell’integrazione. Ma il futuro provvedimento dovrà sciogliere i nodi della cittadinanza, della lingua e della distribuzione territoriale degli alunni

22 Settembre 2026, 20:08

21:19

Scuola e alunni stranieri, Meloni rilegge Mattarella: «Nessuno scontro, vogliamo evitare i ghetti»

Scuola, Meloni: parole Mattarella? Non le considero contro iniziativa governo

"Quando il presidente della Repubblica era ministro dell'Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe, è una misura di buon senso. Mi pare sia giusto portarla avanti". Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ospite di Cinque minuti, in onda questa sera su Rai1. 

Le stesse parole, due letture politiche. Dopo il richiamo di Sergio Mattarella a una scuola aperta a tutti, capace di integrare senza creare ghetti, Giorgia Meloni esclude che il capo dello Stato abbia voluto censurare il piano del governo sul numero massimo di alunni stranieri nelle classi. Per la premier, è proprio una distribuzione equilibrata degli studenti a impedire che le differenze linguistiche diventino separazione.

La presidente del Consiglio respinge dunque la lettura secondo cui il discorso del capo dello Stato sarebbe stato rivolto contro il provvedimento annunciato dall’esecutivo. A suo giudizio, il richiamo a una scuola capace di evitare isolamento e separazioni non contraddice l’impostazione del governo: ne confermerebbe, semmai, la finalità dichiarata.

«Non considero le parole di Mattarella contro l’iniziativa del governo», è in sintesi la posizione espressa da Giorgia Meloni, che concentra l’attenzione sul passaggio dedicato al rischio di creare ghetti. Nella lettura della premier, l’integrazione risulta più efficace quando gli alunni stranieri, in particolare quelli con difficoltà linguistiche, vengono inseriti in classi nelle quali la maggioranza degli studenti parla correntemente italiano.

Il ragionamento dell’esecutivo è che una composizione più equilibrata delle aule possa favorire l’apprendimento della lingua, la partecipazione alla vita scolastica e le relazioni con i compagni. Resta però da capire come questo principio verrà tradotto in norme, quali studenti saranno considerati ai fini dell’eventuale limite e quali strumenti avranno a disposizione scuole ed enti locali per applicarlo.

Il messaggio pronunciato ad Amatrice

Le parole di Sergio Mattarella erano arrivate ieri, durante l’inaugurazione dell’anno scolastico 2026-2027 all’Istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne” di Amatrice, nel decimo anniversario del terremoto che colpì l’Italia centrale.

Nel suo intervento, il Presidente della Repubblica ha ricordato che la scuola deve preparare tutti ed essere aperta a tutti, come stabilisce l’articolo 34 della Costituzione. Ha quindi assegnato all’istituzione scolastica il compito di costruire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, evitare la formazione di ghetti e barriere e produrre coesione sociale. Il discorso non conteneva un riferimento esplicito alla proposta governativa, ma la coincidenza temporale con il dibattito sul tetto agli studenti stranieri ha alimentato una lettura politica delle sue parole. 

Meloni contesta proprio questa interpretazione. Per la presidente del Consiglio, impedire che si consolidino classi caratterizzate da forti difficoltà linguistiche non significa chiudere la scuola, ma creare le condizioni per un’inclusione concreta. In questa prospettiva, il punto decisivo non dovrebbe essere soltanto la cittadinanza riportata nei documenti, bensì la conoscenza dell’italiano e la possibilità di seguire efficacemente le lezioni.

Il progetto del governo e i nodi applicativi

L’iniziativa era stata anticipata da Meloni il 20 settembre, durante Fenix, la manifestazione di Gioventù nazionale. La premier aveva annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento destinato a stabilire per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. Nello stesso pacchetto aveva indicato percorsi di apprendimento dell’italiano per i genitori in presenza di gravi problemi di inserimento scolastico dei figli e il divieto di indumenti che coprano integralmente il volto negli istituti.

Il dibattito non parte da zero. Una circolare ministeriale dell’8 gennaio 2010 aveva già fissato come criterio generale un limite del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe, prevedendo tuttavia possibili deroghe legate alle competenze linguistiche degli studenti e alle caratteristiche del territorio. I documenti del ministero hanno continuato negli anni a monitorare le classi oltre quella soglia, distinguendo anche tra alunni nati in Italia e arrivati successivamente.

È una distinzione sostanziale. La cittadinanza straniera, da sola, non misura la padronanza linguistica: molti studenti sono nati o hanno svolto gran parte del percorso scolastico in Italia e parlano italiano come prima lingua. Altri, arrivati da poco, possono invece avere bisogno di corsi intensivi di italiano L2, mediatori culturali e sostegno didattico specifico. Già nell’anno scolastico 2019-2020, secondo il ministero, il 65,4% degli studenti con cittadinanza non italiana era nato nel nostro Paese.

Le maggiori difficoltà riguardano l’applicazione nei quartieri e nei comuni dove la presenza di famiglie straniere è particolarmente elevata. I dirigenti scolastici hanno osservato che, soprattutto nell’infanzia e nella primaria, le iscrizioni seguono normalmente il criterio della vicinanza alla residenza. Rispettare rigidamente una soglia potrebbe quindi richiedere trasferimenti verso altri istituti, con problemi di distanza, disponibilità dei posti e organizzazione familiare.