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Onu, le delegazioni abbandonano l'aula all'ingresso di Netanyahu. E lui: «Siete dei codardi»

Decine di diplomatici lasciano la sala dell'Assemblea Generale tra cori pro-Palestina mentre il premier israeliano definisce la protesta «ipocrisia sconcertante»

24 Settembre 2026, 20:41

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ONU, le delegazioni abbandonano l'aula all'ingresso di Netanyahu. E lui: «Siete dei codardi»

L’ingresso di Benjamin Netanyahu nell’aula dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York si è trasformato in un confronto aspro, tanto politico quanto simbolico. Al suo arrivo sul podio, decine di diplomatici appartenenti a diverse delegazioni si sono alzati e hanno lasciato l’emiciclo in segno di protesta, tra slogan e cori pro-Palestina che si levavano dagli spalti, lasciando la sala visibilmente diradata.

Il primo ministro israeliano ha reagito con tono di sfida. Rivolgendosi tanto ai banchi rimasti vuoti quanto ai delegati ancora seduti, ha scandito: «Chi ha lasciato l’aula è un codardo morale, se ce ne sono altri se ne vadano subito».

Ha quindi bollato l’uscita coordinata delle diplomazie come una manifestazione di «ipocrisia sconcertante», sostenendo che, neutralizzando le capacità nucleari dell’Iran, Israele avrebbe tutelato anche la sicurezza di molti Paesi i cui rappresentanti avevano appena abbandonato la seduta. Nel suo intervento, il leader israeliano ha ripercorso con toni drammatici le tappe del conflitto su più fronti. Ha rievocato l’attacco del 7 ottobre e le atrocità compiute dai «mostri di Hamas» – che, ha ricordato, hanno colpito anche sopravvissuti dell’Olocausto – richiamando la perdita del proprio fratello e rivendicando la resilienza nazionale: «Pensavano che ci avrebbero atterrito, invece abbiamo combattuto come leoni».

Ha poi descritto una piccola nazione impegnata in una guerra simultanea su sette fronti, concludendo: «Vinceremo, non abbiamo altra scelta». Tra i passaggi di maggior impatto scenico, Netanyahu ha mostrato in aula uno dei cercapersone impiegati da Israele nelle operazioni contro Hezbollah in Libano nel 2024. «Ve lo ricordate? Hezbollah se lo ricorda», ha detto dal palco. Difendendo la linea contro Teheran, ha definito la decisione di colpire l’Iran «una delle decisioni più facili che abbia mai preso da premier», aggiungendo che, senza quell’azione, «saremmo tutti morti».

Non sono mancati strali contro potenze occidentali e Paesi confinanti. Replicando alle accuse di colonialismo indirizzate a Israele, il premier ha chiamato in causa Regno Unito e Francia, ricordando che furono proprio loro a coniare quel termine. Ha poi risposto al leader siriano Ahmad al-Sharaa sulla sovranità del Golan, affermando che la presenza israeliana su quelle alture risale «fino dai tempi di Mosè».

A fare da contraltare al discorso al Palazzo di Vetro è giunta la replica a distanza del sindaco di New York, Zohran Mamdani. Attaccato da Netanyahu per un presunto sostegno ad Hamas e per l’incitamento alle proteste in città, Mamdani ha scelto di non controbattere a parole: sui social ha diffuso un video in cui pianta un ulivo a Gracie Mansion e cena con famiglie palestinesi di Gaza, accompagnando le immagini con la didascalia: «Che la pace sia il nostro futuro».