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Catalogna

Lleida vieta i volti coperti negli spazi pubblici: il burqa al centro di uno scontro politico e giudiziario

Eccezioni, sanzioni e un possibile ricorso alla luce del precedente del Tribunale supremo

25 Settembre 2026, 18:34

18:40

Lleida vieta di coprire il volto negli spazi pubblici: il burqa torna davanti alla legge

Spagna: Un comune della Catalogna vieta di indossare il burqa negli spazi pubblici.

A Lleida il burqa non compare nel testo della nuova ordinanza. Eppure è al centro del voto che ha diviso il consiglio comunale: la città catalana ha approvato una regola contro gli indumenti che nascondono il volto negli spazi pubblici. La scelta riapre una controversia che, qui, era già arrivata fino al Tribunale supremo.

La nuova ordinanza sulla convivenza è stata approvata dal consiglio comunale il 25 settembre 2026 con 16 voti favorevoli e 11 contrari. La maggioranza è nata dall’accordo fra i socialisti che governano la città e Junts, ai quali si è aggiunta Vox. Hanno votato contro Esquerra Republicana, il Comú e il Partito popolare: quest’ultimo ritiene che le eccezioni previste dal testo rendano il divieto meno netto di quanto annunciato. Non è dunque una divisione semplice tra favorevoli e contrari al velo integrale; i gruppi contestano anche il modo in cui il Comune ha scelto di intervenire. 

Una regola generale, un effetto preciso

Il punto decisivo è l’articolo 12. La disposizione non nomina il burqa né il niqab: vieta di indossare negli spazi pubblici indumenti che nascondano il volto. La formulazione è generale, ma coinvolge direttamente entrambi i tipi di velo integrale. Non riguarda invece, per il solo fatto di essere un velo, il foulard che lascia scoperto il viso. Per chi legge la norma è una distinzione essenziale: l’oggetto del divieto non è il copricapo in sé, bensì l’occultamento del volto.

Il testo prevede però delle eccezioni: il divieto non si applica nei luoghi di culto, negli spazi in cui coprirsi il volto sia abituale secondo consuetudini socialmente accettate, né quando ciò avvenga nell’esercizio di un diritto fondamentale. Quest’ultima clausola conta particolarmente. Da un lato introduce una salvaguardia; dall’altro lascia aperta la questione di come distinguere, nei casi concreti, una condotta vietata dall’esercizio della libertà religiosa. Dire che il Comune ha vietato senza eccezioni il burqa in ogni spazio pubblico sarebbe quindi inesatto. 

La violazione è classificata come infrazione lieve. La nuova ordinanza prevede una sanzione compresa fra 400 e 750 euro, preceduta da un avvertimento. Si tratta di una misura inserita in una revisione più ampia delle regole cittadine: il provvedimento disciplina anche altri comportamenti negli spazi comuni e aggiorna un’ordinanza risalente al 2007. Il riferimento alle multe descrive ciò che stabilisce il testo approvato, non equivale a dire che siano già state elevate sanzioni o che ogni possibile contestazione giuridica sia stata risolta.

Il precedente che pesa sulla decisione

Per Lleida non è il primo tentativo. Nel 2010, durante l’amministrazione socialista guidata da Àngel Ros, la città adottò restrizioni al velo integrale negli edifici e nei servizi municipali. Nel 2013 il Tribunale supremo spagnolo annullò quelle disposizioni: una decisione che oggi torna al centro del confronto perché riguarda la possibilità per un Comune di limitare, con una propria ordinanza, comportamenti collegati all’esercizio di diritti fondamentali. Il nuovo testo estende il terreno del dibattito agli spazi pubblici e ricorre a una formula che non indica una specifica confessione religiosa; resta da vedere se queste differenze saranno sufficienti sotto il profilo giuridico. 

È qui che il caso locale assume una dimensione nazionale. La questione non è soltanto se una città possa stabilire come si debba apparire nelle sue strade. È anche quale autorità abbia il potere di fissare un limite alla libertà religiosa, con quali garanzie e sulla base di quale norma. Il precedente del Supremo non permette di prevedere automaticamente l’esito di un eventuale ricorso contro la nuova ordinanza, ma impedisce di considerare chiuso il problema dopo il voto consiliare. La maggioranza politica che ha approvato la misura e la sua tenuta davanti ai giudici sono due questioni distinte. 

Anche il percorso politico mostra quanto il testo fosse controverso. Il 15 settembre la proposta non aveva ottenuto il via libera della commissione comunale competente. La giunta socialista ha scelto ugualmente di portarla in aula. Nei giorni successivi Junts ha annunciato il proprio sostegno, rendendo possibile l’approvazione iniziale; Vox si è schierata a favore, mentre ERC, PP e Comú sono rimasti contrari. Dopo questa prima approvazione è previsto un periodo per presentare osservazioni: la votazione rappresenta un passaggio rilevante, non necessariamente l’ultimo della procedura. 

Proteggere senza escludere

La giunta presenta il divieto anche come una misura di emancipazione, sostenendo che il velo integrale possa isolare le donne dalla vita cittadina. È un argomento contestato da chi teme che una multa colpisca proprio le persone che si vorrebbero aiutare. Le realtà sociali richiamate dalla stampa spagnola segnalano un rischio concreto da valutare: se una donna subisce pressioni sulla scelta di vestirsi, vietarle l’accesso allo spazio pubblico con quel capo potrebbe non rimuovere quelle pressioni e potrebbe restringere ulteriormente la sua possibilità di uscire. Non è un esito accertato a Lleida, ma una delle obiezioni al metodo scelto. 

Il voto del 25 settembre stabilisce dunque un indirizzo politico chiaro, ma non elimina le domande che lo accompagnano. Occorrerà capire come saranno interpretate le eccezioni, se e quando verranno applicate le sanzioni e se la norma supererà un eventuale controllo dei giudici. Soprattutto, il caso di Lleida mette alla prova la distanza fra due obiettivi che il Comune dichiara di voler conciliare: garantire la partecipazione delle donne alla vita pubblica e rispettare i diritti individuali di chi quello spazio lo attraversa.