la guerra
Hormuz resta blindato: Trump dice no alla tregua dei sette giorni offerta da Teheran
La Casa Bianca respinge la proposta iraniana veicolata dal Qatar mentre il traffico di petroliere nello stretto crolla dell'80% rispetto ai livelli prebellici
La manovra diplomatica dell’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz si infrange contro il rifiuto netto di Washington. Parlando ai cronisti prima di decollare per il Tennessee, il presidente statunitense Donald Trump ha confermato di aver bocciato la proposta di pace avanzata da Teheran.
A suo giudizio, l’iniziativa iraniana sarebbe frutto unicamente delle crescenti difficoltà economiche del Paese. Malgrado le rassicurazioni della Casa Bianca sul «controllo totale» dello stretto, la situazione operativa resta critica: la rotta marittima è sostanzialmente paralizzata e distante anni luce dai volumi commerciali precedenti al conflitto.
La proposta di riapertura era stata formalizzata dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, e trasmessa all’amministrazione americana attraverso la mediazione del Qatar. La bozza prevedeva il ripristino del normale traffico navale entro sette giorni, a condizione che fossero rispettati alcuni passaggi preliminari ben definiti.
Fonti diplomatiche riferiscono che Teheran avrebbe subordinato la riapertura dei corridoi marittimi alla cessazione delle operazioni militari nella regione, alla revoca del blocco navale statunitense e allo sblocco delle risorse finanziarie iraniane congelate all’estero. Solo dopo l’attuazione di questi step sarebbe stato possibile aprire un tavolo negoziale più ampio.
Se, in una fase iniziale, la diplomazia del Qatar e funzionari americani avevano descritto come «costruttivi» i contatti indiretti, la presa di posizione pubblica di Trump ha raffreddato le attese di un rapido cambio di passo. Washington respinge la sequenza temporale imposta da Teheran, temendo che un alleggerimento immediato della pressione militare ed economica finisca per rinviare i dossier più spinosi, a cominciare dal programma nucleare.
Per la Casa Bianca, il congelamento dell’arricchimento dell’uranio resta una precondizione non negoziabile per qualsiasi accordo duraturo. Dal canto loro, gli alti comandi iraniani continuano a escludere concessioni sulle scorte di uranio altamente arricchito, ampliando ulteriormente il divario negoziale. A complicare il quadro contribuiscono anche le indiscrezioni del Wall Street Journal, secondo cui all’interno dell’amministrazione statunitense sarebbero in corso valutazioni su nuove opzioni militari da considerare dopo le elezioni di metà mandato di novembre. L’impatto economico del protrarsi delle ostilità — iniziate il 28 febbraio 2026 con attacchi americani e israeliani — continua a riverberarsi sui mercati energetici mondiali. Prima dell’escalation, dallo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto dei liquidi petroliferi globali. Secondo i dati della Energy Information Administration (EIA) degli Stati Uniti, i flussi di greggio sono scesi dai 21,6 milioni di barili al giorno dell’ultimo trimestre 2025 a soli 4,9 milioni nel secondo trimestre 2026. Nello stesso periodo, il passaggio di gas naturale liquefatto (GNL) è crollato da 10,5 a 0,8 miliardi di piedi cubi al giorno.
Le alternative via terra, in particolare gli oleodotti che attraversano Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, offrono una capacità massima combinata di circa 4,7 milioni di barili al giorno: un margine insufficiente a compensare la chiusura della rotta marittima. Sebbene l’impianto dell’intesa proposta richiami quello del memorandum firmato nel giugno 2026 — poi rimasto lettera morta — l’assenza di garanzie di sicurezza effettive continua a scoraggiare il ritorno delle navi mercantili nel Golfo Persico.