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Indagini

Omicidio Colapietro a Torino, il racconto di Morando: «Fu la prof a guidare il piano per nascondere il corpo»

Il racconto dell’indagato punta sulla docente che viveva nell’alloggio. Le difese divergono e l’inchiesta deve ancora stabilire come morì il trentanovenne e quale ruolo ebbe ciascuno dopo il delitto

28 Settembre 2026, 09:48

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Omicidio Colapietro a Torino, il racconto di Morando: «Fu la prof a guidare il piano per nascondere il corpo»

Torino, le intercettazioni: "E’stata la prof "Satana" a decidere di sezionare il corpo di Fabio Colapietro"

Una frase in codice alla madre, poi la polizia davanti alla porta di un appartamento a Torino. Il corpo di Fabio Colapietro era lì dentro da giorni. Ora gli investigatori devono chiarire non soltanto come sia morto, ma chi abbia deciso di sezionarlo e tentare di nasconderlo.

La parola usata da Cristian Matheus De Oliveira Morando per descrivere ciò che era successo nell’appartamento di via Tommaso Gulli non era «cadavere». Al telefono con la madre parlò di un «odore di arance». Secondo quanto riportato nell’ordinanza di custodia cautelare, la donna spiegò agli investigatori che quel riferimento, per il figlio, indicava la presenza di una persona morta. Fu una delle comunicazioni che precedettero l’arrivo della polizia nell’alloggio torinese dove venne trovato il corpo di Fabio Colapietro, 39 anni, sezionato e nascosto tra sacchi e contenitori. 

L’inchiesta riguarda due momenti distinti, entrambi ancora da ricostruire con precisione: la colluttazione nella quale Colapietro ha perso la vita e le decisioni prese dopo la sua morte. Morando ha ammesso il proprio coinvolgimento nell’uccisione, sostenendo che non fosse intenzionale. Ha inoltre indicato Nicole Formichetti, l’insegnante che abitava nell’appartamento, come la persona che avrebbe guidato i tentativi di eliminare il corpo. È la versione di un indagato, non un accertamento definitivo sul ruolo della donna. 

La festa nell’alloggio di via Gulli

La ricostruzione riferita dal difensore di Morando colloca l’inizio degli incontri nell’appartamento alla sera del 20 settembre 2026. Nell’alloggio di via Gulli, nel quartiere Borgo Vittoria, si sarebbero ritrovati Morando, Formichetti, Keith Butig e, successivamente, Colapietro. Il gruppo, secondo il racconto del 26enne, avrebbe consumato per giorni sostanze stupefacenti e superalcolici. Tra le droghe menzionate nelle cronache figurano crack, Lsd, cannabis, funghi allucinogeni e MDPHP. L’elenco descrive quanto emerso dai racconti raccolti finora: non chiarisce chi abbia assunto ciascuna sostanza, né in quali quantità. 

Prima della morte ci sarebbe stata una discussione per del denaro. Morando ha riferito di aver saputo che Colapietro era sospettato di avergli sottratto una somma, indicata in alcune ricostruzioni come 50 euro. Da lì, secondo la sua versione, sarebbe nata una colluttazione. Il presunto furto non va però scambiato per un fatto provato, né la cifra per un movente già accertato: sono elementi del racconto dell’indagato, da confrontare con le altre testimonianze e con i risultati degli esami.

Sul momento decisivo le dichiarazioni riportate non restituiscono un quadro uniforme. Tgcom24 riferisce che Morando ha descritto un’aggressione durante la quale avrebbe stretto un braccio intorno al collo di Colapietro e lo avrebbe colpito al volto. In altre ricostruzioni dell’interrogatorio, alla domanda del giudice su un’eventuale stretta al collo, il giovane avrebbe detto di non ricordare. Anche il suo difensore ha insistito sulla confusione dei ricordi. Per stabilire come sia morto il 39enne, la versione dell’indagato dovrà essere valutata insieme agli accertamenti medico-legali e agli altri riscontri dell’indagine.

Dopo la colluttazione, il tentativo di rianimarlo

Morando ha raccontato che, quando Colapietro perse conoscenza, le persone presenti tentarono di rianimarlo. Secondo quanto riferito dal suo avvocato, Wilmer Perga, le manovre sarebbero proseguite per circa due ore. Non è un particolare secondario: indica il punto dal quale il 26enne fa iniziare la fase successiva, quella dei tentativi di nascondere il corpo. Resta comunque una circostanza affidata, allo stato, al racconto della difesa. 

Nella versione di Morando, dopo la morte di Colapietro il gruppo non chiamò i soccorsi. I tre avrebbero invece continuato a restare nell’abitazione e ad assumere sostanze, mentre cercavano una soluzione per far sparire il cadavere. Avrebbero acquistato sacchi, candeggina, teli, guanti, nastro adesivo, cemento e strumenti da taglio: materiali destinati, secondo le ricostruzioni pubblicate, a pulire l’alloggio, sezionare il corpo e occultarne i resti. Occorre distinguere anche qui tra gli acquisti attribuiti al gruppo e il contributo concreto che ciascuno avrebbe dato alle operazioni. 

Morando attribuisce a Formichetti il ruolo di principale organizzatrice in quelle ore. Secondo Tgcom24, il giovane avrebbe raccontato che la docente proponeva come sbarazzarsi del corpo e avrebbe inizialmente considerato l’ipotesi di gettarlo nel lago di Garda, prima che il gruppo decidesse di dividerlo. Il riferimento è rilevante perché riguarda l’origine delle decisioni prese dopo il delitto, ma non equivale a una prova autonoma: proviene dall’uomo accusato dell’omicidio. Formichetti non ha confermato quella ricostruzione e, nell’interrogatorio davanti al giudice, si è avvalsa della facoltà di non rispondere. 

Il corpo di Colapietro è stato effettivamente trovato sezionato nell’appartamento. Gli agenti hanno rinvenuto resti in sacchi neri e contenitori con cemento. Il ritrovamento conferma che al tentativo di occultamento seguirono azioni concrete; non risolve, da solo, la questione di chi abbia materialmente compiuto ciascun gesto o di chi lo abbia deciso. Sono passaggi che l’inchiesta dovrà separare, evitando di attribuire automaticamente a tutti i presenti la medesima condotta. 

La telefonata alla madre e l’arrivo della polizia

La vicenda è emersa la sera di giovedì 24 settembre. Morando, agitato, parlò con la madre di qualcosa di grave accaduto nell’alloggio. La donna ha raccontato di averlo esortato a rivolgersi alla polizia. Le ricostruzioni pubblicate differiscono su chi abbia materialmente effettuato la chiamata, ma concordano sul fatto che quel contatto portò gli agenti a rintracciare il giovane e poi nell’appartamento di via Gulli. Morando accompagnò gli investigatori all’indirizzo dove si trovava Colapietro. 

Nell’abitazione viveva Formichetti, insegnante di italiano originaria del Reatino. La donna aveva 47 anni, secondo diverse testate; l’articolo di Tgcom24 la indica invece come quarantaseienne. La discrepanza anagrafica non incide sui fatti contestati, ma è un esempio della cautela necessaria quando si ricostruisce una vicenda ancora recente. La sua professione ha attirato attenzione mediatica; ai fini dell’indagine, il dato essenziale è che l’alloggio in cui fu trovato il corpo era quello in cui risiedeva. 

La posizione di Keith Butig, 22 anni, è distinta da quella degli altri due indagati. Secondo quanto riferito dal suo difensore, la giovane nega di aver partecipato all’uccisione, al sezionamento e all’occultamento del corpo; avrebbe riconosciuto di aver acquistato alcuni sacchi successivamente utilizzati per nascondere i resti. Sostiene inoltre di essersi trovata in un’altra stanza quando avvenne la colluttazione. Tgcom24 riferisce che Butig avrebbe parlato anche di minacce ricevute. Sono dichiarazioni che devono essere vagliate e confrontate con gli altri elementi raccolti dagli investigatori. 

Tre indagati in carcere, accuse diverse

Il 27 settembre, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torino, Antonio Borretta, ha disposto la custodia cautelare in carcere per Morando, Formichetti e Butig. Non ha però convalidato i fermi: secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, ha ritenuto che non sussistesse il pericolo di fuga posto alla base di quel provvedimento. Le due decisioni non si contraddicono: riguardano presupposti differenti, e il mancato via libera ai fermi non ha comportato la liberazione degli indagati. 

A Morando è contestato l’omicidio. Per Formichetti e Butig le contestazioni riportate riguardano invece favoreggiamento e concorso nella soppressione del cadavere: allo stato delle informazioni pubblicate, non risultano accusate di aver ucciso Colapietro. È una distinzione indispensabile anche nel leggere il racconto di Morando sulla presunta regia della docente. Attribuirle un ruolo nelle scelte compiute dopo la morte della vittima non significa attribuirle l’aggressione che l’ha provocata. Tutti e tre restano indagati e le loro responsabilità dovranno essere accertate nel procedimento. 

Il difensore di Morando ha prospettato la possibilità che l’uccisione, avvenuta a suo dire durante una colluttazione e senza intenzione di uccidere, riceva una diversa qualificazione giuridica. È una tesi difensiva, non una decisione del giudice. I legali di Formichetti, dal canto loro, hanno spiegato che la donna non era nelle condizioni di rispondere durante l’interrogatorio e hanno lasciato aperta la possibilità che venga sentita successivamente. Le rispettive posizioni potranno dunque essere ulteriormente precisate. 

Al centro dell’indagine restano la causa esatta della morte di Colapietro, la sequenza degli eventi nell’alloggio e le responsabilità individuali nell’occultamento del corpo. Morando ha indicato persone, gesti e possibili decisioni; Butig ha fornito una versione che ne limita il coinvolgimento; Formichetti non ha ancora risposto alle domande del giudice. Solo il confronto tra queste dichiarazioni, i reperti e gli accertamenti tecnici potrà stabilire quanto ciascun racconto corrisponda a ciò che è accaduto in via Gulli.