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Giudiziaria

Processo Regeni, a Roma il primo grado contro quattro ufficiali egiziani mai comparsi in aula

Dieci anni dopo la tragica fine del ricercatore italiano l'attesa della sentenza

28 Settembre 2026, 10:13

10:44

Caso Regeni, la Corte d’Assise decide sulle accuse ai quattro ufficiali egiziani

Regeni, il giorno del verdetto: dopo oltre dieci anni a giudizio gli 007 egiziani

Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni scomparve al Cairo. Dieci anni dopo, quattro ufficiali della sicurezza egiziana sono sotto processo a Roma per il suo sequestro; uno di loro risponde anche delle lesioni e dell’omicidio. La Corte d’Assise è chiamata a pronunciarsi senza che gli imputati siano mai comparsi in aula.

La distanza tra Il Cairo e Roma ha attraversato ogni fase di questo processo. Giulio Regeni scomparve nella capitale egiziana il 25 gennaio 2016; il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio, con segni di violenze e torture. Il 28 settembre 2026, a oltre dieci anni da quei fatti, la prima Corte d’Assise di Roma è chiamata a pronunciarsi sulle responsabilità di quattro ufficiali della sicurezza egiziana. Nessuno di loro è mai comparso davanti ai giudici italiani. 

Le accuse e le pene richieste

Gli imputati sono il generale Tariq Sabir, i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. A tutti è contestato il sequestro di persona pluriaggravato. Sharif risponde inoltre di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato, in concorso con altre persone non identificate. Sono accuse sulle quali deve decidere la Corte: le imputazioni, da sole, non costituiscono un accertamento di colpevolezza. 

Nella requisitoria del 23 giugno 2026, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto l’ergastolo per Sharif, indicato dall’accusa come l’esecutore materiale dell’omicidio. Per gli altri tre imputati ha sollecitato 17 anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Si tratta delle richieste della Procura, non di pene già inflitte: il collegio può valutarle diversamente alla luce degli atti e delle argomentazioni della difesa. Anche la Presidenza del Consiglio, tramite l’Avvocatura dello Stato, ha avanzato una richiesta di risarcimento nei confronti dei quattro imputati. 

La distinzione tra le posizioni degli imputati è centrale per capire il verdetto atteso. Secondo la ricostruzione riportata dalla Corte costituzionale, il sequestro sarebbe iniziato il 25 gennaio nella metropolitana del Cairo e la privazione della libertà sarebbe proseguita per giorni. Le lesioni e l’omicidio sono invece contestati, tra i quattro ufficiali sotto processo, al solo Sharif. La Corte d’Assise dovrà valutare separatamente le prove relative a ciascuna persona e a ciascun reato. 

Perché il processo si celebra senza gli imputati

L’assenza dei quattro ufficiali non è stata soltanto un dato delle udienze: per anni ha impedito al procedimento di andare avanti. Le autorità egiziane non hanno comunicato i loro recapiti necessari alla notifica degli atti. Nel 2021, dopo un primo rinvio a giudizio, la Corte d’Assise annullò la dichiarazione che consentiva di procedere in assenza e restituì gli atti al giudice dell’udienza preliminare. Nell’aprile 2022, di fronte all’impossibilità di rintracciare gli imputati, il procedimento fu sospeso. 

Lo stallo è stato superato con la sentenza n. 192 del 2023 della Corte costituzionale. I giudici hanno stabilito che, in una situazione come quella esaminata, la mancata collaborazione dello Stato di appartenenza degli imputati non può impedire indefinitamente l’accertamento giudiziario di fatti riconducibili alla tortura. La decisione non ha attribuito responsabilità penali ai quattro ufficiali: ha aperto la strada alla celebrazione del processo, salvaguardando il compito della Corte d’Assise di esaminare le prove e il diritto di difesa. Il dibattimento è iniziato il 20 febbraio 2024.

C’è anche una precisazione giuridica importante. Il procedimento riguarda fatti che comprendono, nella ricostruzione dell’accusa, atti di tortura; il reato di tortura non compare però tra le imputazioni, perché è stato introdotto nel codice penale italiano nel 2017, dopo la morte di Regeni. Le contestazioni oggetto del giudizio sono quelle di sequestro, lesioni e omicidio, secondo le diverse posizioni degli imputati. Distinguere i fatti descritti dalle fattispecie penali contestate evita di attribuire al processo un capo d’accusa che non ha. 

Le ricostruzioni al vaglio dei giudici

Per la Procura, Regeni sarebbe stato considerato erroneamente una persona impegnata in attività di intelligence ostile. In questa prospettiva, il sequestro e le violenze sarebbero stati finalizzati a ottenere informazioni che il ricercatore non poteva fornire. È la tesi dell’accusa, costruita sugli elementi portati nel dibattimento, e non va confusa con una conclusione già raggiunta dai giudici.

I difensori d’ufficio hanno contestato il coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani e la tenuta delle prove a carico degli imputati; nelle arringhe è stata prospettata una ricostruzione alternativa del sequestro. Anche queste sono tesi di parte. La sentenza di primo grado dovrà stabilire quali elementi siano dimostrati e se siano sufficienti per attribuire responsabilità individuali, mantenendo distinta la certezza della morte violenta di Regeni dall’identificazione giudiziaria dei responsabili. 

Il pronunciamento atteso a Roma, per le ore 18 di oggi, è dunque un passaggio decisivo, ma resta una sentenza di primo grado. Dopo anni segnati anche dall’impossibilità di notificare gli atti agli imputati, per la prima volta una Corte d’Assise è chiamata a dare una risposta sul merito delle accuse. Il significato di quella risposta dipenderà dal dispositivo e dalle motivazioni: fino alla decisione, le richieste della Procura e le obiezioni della difesa restano ciò che sono, posizioni sottoposte al giudizio della Corte.