DOPO LA SENTENZA
Regeni, la giustizia e gli affari: dieci anni di rapporti fra Italia ed Egitto, mentre una famiglia cercava giustizia
La sentenza sul sequestro del ricercatore riporta l’attenzione su un decennio di scambi, investimenti energetici e contratti militari. I dati mostrano la continuità degli affari
Il 28 settembre 2026, a Roma, tre uomini degli apparati di sicurezza egiziani sono stati condannati per il sequestro di Giulio Regeni. Nello stesso decennio in cui la sua famiglia ha cercato giustizia, gli scambi fra Italia ed Egitto sono cresciuti e grandi progetti nell’energia e nella difesa sono andati avanti. Le due storie non si spiegano a vicenda, ma non possono essere raccontate ignorandosi.
La decisione della Corte d’assise è di primo grado e riguarda tre persone, non lo Stato egiziano. I giudici hanno condannato a dieci anni tre appartenenti agli apparati di sicurezza del Cairo per il sequestro di Giulio Regeni; un quarto imputato è stato assolto. Le condanne non riguardano l’omicidio. È una distinzione decisiva, perché il processo non ha dato una risposta giudiziaria definitiva a tutte le domande sulla morte del ricercatore. Eppure la sentenza del 28 settembre 2026 riporta in primo piano un’altra domanda, politica: che cosa è accaduto ai rapporti fra Italia ed Egitto mentre la famiglia Regeni cercava giustizia?
La risposta più immediata viene dai dati commerciali: gli scambi non si sono fermati. Secondo la ricostruzione pubblicata dal Fatto Quotidiano, l’interscambio è aumentato del 13,1% tra il 2006 e il 2015 e del 36,2% «dal 2016 in poi». Per quest’ultimo dato l’articolo non esplicita l’anno finale del confronto; inoltre, le percentuali non sono ricostruibili dalla sola serie MAECI citata. Sono quindi da considerare come calcoli attribuiti al Fatto Quotidiano, non come una verifica autonoma. Il confronto suggerisce un’accelerazione, ma non dimostra, da solo, che il caso Regeni abbia favorito o ostacolato il commercio. Mostra piuttosto che la tragedia e la crescita degli affari hanno convissuto.
Che cosa dicono davvero i numeri
Per leggere quella crescita occorre distinguere un anno eccezionale da una tendenza stabile. La scheda dell’Osservatorio economico del ministero degli Esteri, elaborata su dati Istat, registra un interscambio di 6,891 miliardi di euro nel 2022. Negli anni successivi il valore è sceso a 5,991 miliardi nel 2023 e 5,305 miliardi nel 2024, per risalire a 5,923 miliardi nel 2025. I dati del 2025 e del 2026 sono indicati come provvisori nella scheda. Dire che gli scambi si sono assestati «intorno ai 5,9 miliardi» coglie dunque la dimensione del 2023 e del 2025, ma non deve nascondere la flessione del 2024.
La stessa serie consente di capire chi vende e chi compra. Nel 2025 l’Italia ha esportato in Egitto beni per 2,873 miliardi di euro e ne ha importati per 3,050 miliardi: il saldo, positivo nei tre anni precedenti considerati dalla scheda, è diventato negativo per 177 milioni. Nel primo semestre del 2026 l’interscambio ha raggiunto 3,117 miliardi, rispetto ai 2,787 miliardi dello stesso periodo del 2025. Il confronto semestrale segnala una ripresa, ma non autorizza ancora a descrivere l’intero 2026 come un anno record.
C’è poi una distinzione spesso trascurata: l’interscambio misura il valore delle merci che attraversano i confini, non l’ammontare degli investimenti, dei contratti militari o dei finanziamenti europei. Sommare queste cifre produrrebbe un totale suggestivo ma scorretto. Nel commercio corrente, la scheda ministeriale segnala tra le principali voci dell’export italiano macchinari, prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche. Il rapporto economico non è quindi riducibile a una sola grande commessa: coinvolge forniture industriali, energia e imprese che operano stabilmente sul mercato egiziano.
Anche la posizione relativa dei due Paesi aiuta a evitare generalizzazioni. Per l’Egitto, l’Italia è stata nel 2025 il secondo mercato di destinazione delle sue esportazioni, secondo le elaborazioni ministeriali. Vista dall’Italia, invece, la quota egiziana sul totale degli scambi nazionali resta contenuta. È una relazione importante, dunque, ma non simmetrica: il peso di Roma per le vendite egiziane è diverso dal peso del Cairo per l’insieme del commercio italiano.
Zohr, il progetto che attraversa due epoche
Nel settore energetico questa relazione ha un nome: Zohr. Eni annunciò la scoperta del giacimento offshore nell’agosto 2015, prima della scomparsa di Regeni. La società stimò allora un potenziale fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto. L’espressione tecnica conta: non equivale a dire che l’intera quantità sia estraibile o disponibile per l’Italia. Zohr si trova nel blocco Shorouk, nel Mediterraneo egiziano, e la produzione è iniziata nel dicembre 2017. La sua storia precede quindi il caso Regeni, mentre la fase di sviluppo industriale è proseguita dopo il 2016.
Secondo il Fatto Quotidiano, gli investimenti legati a Zohr supererebbero 12 miliardi di dollari e sarebbe stato prospettato un ulteriore programma da 8 miliardi di dollari per nuovi pozzi. Sono cifre rilevanti per comprendere la scala degli interessi in gioco, ma vanno tenute distinte: la prima riguarda investimenti indicati come già effettuati, la seconda un piano prospettato. Non rappresentano entrambe spese già sostenute, né possono essere aggiunte al valore annuo dell’interscambio commerciale. I comunicati Eni citati documentano la scoperta e l’avvio della produzione, ma non verificano autonomamente questi due importi.
La dimensione energetica rende il rapporto più profondo di una semplice sequenza di acquisti e vendite. Lo sviluppo di un grande giacimento richiede impianti, personale, tecnologie, tempi lunghi e intese con le autorità del Paese ospitante. Per questo una crisi diplomatica può avere conseguenze diverse da quelle che avrebbe su uno scambio occasionale. Non significa che ogni decisione italiana sull’Egitto sia stata dettata da Zohr; significa che, nel valutare le scelte dei governi, è necessario tenere presente l’esistenza di un interesse industriale pluriennale, avviato prima dell’omicidio e mantenuto negli anni successivi.
Le fregate e la continuità dei contratti
Il secondo settore che rende visibile questa continuità è la difesa. Nel bilancio 2020 Fincantieri registra il perfezionamento della vendita di due fregate FREMM, con la consegna della prima unità nello stesso anno e la seconda prevista nel 2021. Nel novembre 2023 il gruppo ha annunciato un ulteriore contratto decennale con l’autorità egiziana competente per il supporto e la manutenzione delle due navi, del valore di circa 260 milioni di euro, soggetto alle condizioni sospensive usuali indicate nel comunicato. La fornitura iniziale e i servizi successivi mostrano come una vendita militare possa generare rapporti industriali che durano ben oltre la consegna.
Il valore politico di quelle commesse non va confuso con una responsabilità giudiziaria per il delitto Regeni: sono questioni distinte. Ma proprio perché l’acquirente è lo Stato egiziano, le forniture militari espongono con particolare evidenza il dilemma della politica estera italiana. Roma ha continuato a intrattenere rapporti economici e istituzionali con il Cairo mentre la magistratura italiana indagava su appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. Per il lettore, la domanda utile non è se commercio e giustizia possano essere messi nella stessa colonna di un bilancio. È quali condizioni di trasparenza e di cooperazione giudiziaria l’Italia abbia richiesto nel mantenere quella relazione.
Un processo celebrato nonostante l’assenza degli imputati
La strada verso la sentenza è stata lunga anche per una questione processuale fondamentale: gli imputati non hanno partecipato al dibattimento. Nel 2023 la Corte costituzionale è intervenuta sulla possibilità di procedere in loro assenza in un caso nel quale, secondo la ricostruzione contenuta nella pronuncia, la mancata collaborazione delle autorità egiziane aveva inciso sulla possibilità di notificare gli atti. Il punto non era cancellare le garanzie degli accusati, ma impedire che un ostacolo alla conoscenza formale del processo rendesse impossibile celebrarlo. La distinzione è essenziale per comprendere sia il risultato raggiunto sia le difficoltà incontrate.
Il dibattimento è iniziato nel febbraio 2024. Il mese successivo, il 17 marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è recata al Cairo insieme ai leader europei in occasione dell’avvio del partenariato strategico e globale fra Unione europea ed Egitto. Le due date, così vicine, fotografano la contemporaneità di percorsi diversi: in Italia un’aula di tribunale cercava di accertare responsabilità individuali; sul piano internazionale il Cairo veniva confermato come interlocutore per economia, investimenti, sicurezza e migrazione. La visita non prova un nesso causale con il processo, ma rende concreto il contrasto che ha accompagnato l’intera vicenda.
Il partenariato europeo comprende un pacchetto di 7,4 miliardi di euro per il periodo 2024-2027: 5 miliardi di prestiti, 1,8 miliardi di investimenti aggiuntivi da mobilitare e 600 milioni destinati a priorità specifiche. Non si tratta di un versamento italiano al governo egiziano, né di una cifra da sommare ai flussi commerciali fra Roma e il Cairo. È, invece, la misura della scelta compiuta a livello europeo di rafforzare una relazione considerata strategica. Lo stesso quadro istituzionale indica che l’UE e l’Egitto collaborano su commercio, mobilità, sicurezza e altri ambiti; il primo vertice bilaterale si è poi svolto a Bruxelles il 22 ottobre 2025.
Il quadro complessivo, dunque, non è quello di un’interruzione seguita da una ripresa. È quello di rapporti economici proseguiti durante una vicenda giudiziaria irrisolta per dieci anni. Le merci hanno continuato a circolare, Zohr è entrato in produzione, i contratti navali hanno prodotto nuove attività di supporto e l’Unione europea ha elevato il livello della propria partnership con l’Egitto. Nessuno di questi fatti stabilisce chi abbia ucciso Giulio Regeni. Tutti aiutano però a spiegare perché il caso sia rimasto anche una questione di politica estera, e non soltanto una vicenda giudiziaria.
La sentenza del 28 settembre delimita con precisione ciò che, per ora, la giustizia italiana ha accertato in primo grado: tre condanne per sequestro e un’assoluzione, senza condanne per l’omicidio. La crescita degli scambi delimita un’altra realtà: la ricerca di verità non ha portato alla sospensione della relazione economica fra i due Paesi. Tenere separate queste due constatazioni — senza usare gli affari per minimizzare il processo, né i dati commerciali come prova di responsabilità penali — è il modo più rigoroso per capire il rapporto fra Roma e il Cairo dopo Regeni.