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Spagna

I decreti di Sánchez naufragano per il no di Junts: premier in bilico tra le proteste con pentole e padelle

Il veto di Junts blocca i decreti sul diritto alla casa e mette a rischio l'agenda di Sánchez

02 Ottobre 2026, 16:10

16:11

Spagna, Junts affossa i decreti sulla casa: doppia sconfitta per Sánchez

Pedro Sanchez oggi cade? La bomba catalana sulla testa del premier

Le pentole risuonavano davanti ai municipi, ma i voti decisivi mancavano in Parlamento. In Spagna la protesta per il diritto alla casa è arrivata fino alle porte del Congresso senza riuscire a salvare i due decreti del governo di Pedro Sánchez: Junts ha confermato il proprio rifiuto e i provvedimenti sono stati bocciati. Una sconfitta concreta sulle politiche abitative, prima ancora che una prova della fragilità dell’esecutivo.

Il passaggio parlamentare del 2 ottobre 2026 si è concluso con una doppia sconfitta per l’esecutivo. Il primo decreto ha raccolto 172 voti favorevoli e 178 contrari; il secondo, dedicato alla proroga dei contratti di affitto, si è fermato a 166 sì contro 184 no. La minaccia di Junts è dunque diventata un voto contrario effettivo: non più soltanto un avvertimento negoziale, ma il blocco del pacchetto con cui il governo intendeva rispondere all’emergenza abitativa.

Dalle piazze al Congresso

Ieri sera le manifestazioni avevano riunito cittadini con pentole e padelle davanti ai municipi di Madrid, Barcellona e altre città. Le concentrazioni chiedevano una cosa precisa: la convalida dei due decreti appena approvati dal Consiglio dei ministri. Il giorno successivo, centinaia di persone sono partite dall’accampamento di Puerta del Sol verso il Congresso. La pressione della piazza, però, non era un sostegno senza riserve al governo: tra le rivendicazioni figuravano anche critiche alla sua responsabilità nella gestione della crisi. 

Al centro della mobilitazione c’è il caso di Maricarmen Abascal, la donna di 87 anni sfrattata dall’abitazione madrilena nella quale aveva vissuto per settant’anni. La sua vicenda è entrata persino nel preambolo del decreto principale: il governo la indica come il punto di svolta di una domanda sociale di protezione e come esempio delle insufficienze del sistema esistente. Non è dunque soltanto il simbolo scelto dai manifestanti: è anche la vicenda attraverso cui l’esecutivo ha motivato l’urgenza del proprio intervento legislativo. 

Che cosa prevedevano i provvedimenti

Il pacchetto era stato approvato il 29 settembre. Il testo principale, il Real Decreto-ley 26/2026, pubblicato sul Bollettino ufficiale dello Stato il 30 settembre, aveva un obiettivo dichiarato ampio: proteggere la funzione sociale della casa e aumentare l’offerta di abitazioni accessibili. Non si limitava, quindi, a una risposta al singolo sfratto, ma interveniva su diversi segmenti del mercato immobiliare e delle locazioni. 

Tra le misure figuravano protezioni contro gli sfratti fino al 31 dicembre 2030, limitazioni agli acquisti speculativi fino alla fine del 2028, una regolazione degli affitti stagionali e delle stanze, l’applicazione dell’Iva al 10% agli alloggi turistici, deduzioni fiscali per gli inquilini e agevolazioni per i piccoli proprietari. Il secondo decreto riguardava invece la proroga automatica dei contratti di affitto: una separazione importante, perché i due testi non disponevano degli stessi appoggi parlamentari.

Il decreto principale modificava, fra l’altro, la disciplina delle locazioni e le procedure civili. Per gli affitti temporanei già sottoscritti prevedeva un regime transitorio, distinguendoli dai contratti rinnovati dopo l’entrata in vigore della nuova normativa. Questo dettaglio aiuta a comprendere la portata dell’intervento: non una sola misura emergenziale, ma un insieme di cambiamenti destinati a incidere sui rapporti tra inquilini, proprietari e amministrazioni pubbliche. 

Il peso dei sette deputati catalani

Junts per Catalunya, il partito guidato da Carles Puigdemont, aveva chiesto il ritiro dei provvedimenti e la preparazione di un nuovo testo. La sua obiezione era anche economica: secondo la formazione indipendentista, le misure avrebbero ridotto l’offerta di immobili in affitto e fatto aumentare i prezzi, senza proteggere adeguatamente gli inquilini vulnerabili. È la valutazione politica del partito, non un effetto dimostrato dei decreti. Il governo ha sostenuto la tesi opposta, presentandoli come strumenti contro la speculazione. 

I sette deputati di Junts sono determinanti per gli equilibri della coalizione Psoe-Sumar, che deve cercare sostegni esterni per approvare i propri provvedimenti. In questa occasione, inoltre, il fronte favorevole non era identico sui due testi: Podemos aveva confermato il sostegno a entrambi, mentre il Partito nazionalista basco e Coalición Canaria appoggiavano il primo ma respingevano il secondo. Parlare di una maggioranza compatta avrebbe quindi nascosto il problema centrale: Sánchez doveva costruire due accordi distinti, e il rifiuto catalano li ha resi impraticabili. 

Una sconfitta non equivale alla caduta del governo

Il risultato indebolisce politicamente Sánchez, ma la bocciatura dei decreti non comporta automaticamente la caduta dell’esecutivo. La votazione sui provvedimenti non era una mozione di sfiducia. La Costituzione spagnola prevede un meccanismo distinto: il Congresso può rovesciare il governo attraverso una mozione di censura approvata a maggioranza assoluta, che deve indicare anche un candidato alternativo alla presidenza. Confondere questi due passaggi trasformerebbe una grave sconfitta legislativa in un esito istituzionale che il voto, da solo, non produce.

Il contrasto resta netto: nelle piazze si chiedeva di rendere stabili le nuove tutele; in Parlamento non si è trovato l’accordo necessario. Per chi affronta uno sfratto o la scadenza di un contratto, la distinzione tra crisi politica e risposta legislativa non è astratta. È proprio l’incapacità di tradurre la mobilitazione in norme condivise il punto su cui insistono le organizzazioni degli inquilini, che hanno prospettato un’ulteriore escalation delle proteste, fino allo sciopero generale.