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Dai topi alle terapie umane: l’optogenetica può curare le malattie del cervello?

Dalle crisi epilettiche fermate nei topi al recupero parziale della vista nell’uomo

05 Ottobre 2026, 13:28

13:30

Dai topi alle terapie umane: l’optogenetica può curare le malattie del cervello?

Premio Nobel per la medicina a Deisseroth, Hegemann e Nagel: chi sono i tre scienziati che hanno capito come il cervello organizza emozioni e ricordi

Un uomo cieco riesce a individuare e toccare un oggetto, ma soltanto quando indossa occhiali che trasformano le immagini in impulsi luminosi. È uno dei risultati umani documentati dell’optogenetica: un recupero parziale della funzione visiva, non una guarigione. Il caso mostra insieme la possibilità e il limite della tecnica premiata con il Nobel per la Medicina 2026: controllare cellule nervose con la luce è possibile; farne una terapia per le malattie del cervello richiede ancora passaggi decisivi.

Il 5 ottobre 2026 il Nobel per la Medicina è stato assegnato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e sull’optogenetica. Il riconoscimento premia un modo nuovo di studiare il sistema nervoso: intervenire su popolazioni selezionate di cellule e osservare come cambia il comportamento dei circuiti. Non certifica, invece, l’esistenza di una cura già disponibile per le malattie del cervello. 

La dotazione del premio è di 12 milioni di corone svedesi, come confermato dalla Fondazione Nobel per il 2026. Il valore scientifico delle scoperte è però distinto dal loro grado di maturità clinica: una tecnica può diventare indispensabile nei laboratori molto prima di essere utilizzabile nei pazienti. Per capire dove si trovi oggi l’optogenetica bisogna separare tre livelli: ciò che permette di conoscere, ciò che funziona negli animali e ciò che è stato effettivamente sperimentato nell’uomo.

Che cosa significa controllare i neuroni con la luce

L’optogenetica combina una componente genetica con una componente ottica. Nelle cellule bersaglio vengono introdotte istruzioni per produrre proteine fotosensibili, tra cui le canalrodopsine. Quando ricevono luce della lunghezza d’onda adatta, queste proteine modificano il passaggio di ioni attraverso la membrana e quindi l’attività elettrica della cellula. A seconda dello strumento impiegato, è possibile favorire oppure inibire l’attivazione dei neuroni.

La peculiarità non è semplicemente usare la luce, ma indirizzare l’intervento verso determinati tipi cellulari, con una precisione temporale che può raggiungere la scala dei millisecondi. Questo consente di verificare se una popolazione neuronale contribuisca davvero a una funzione o a un disturbo. Osservare un circuito e modificarlo sono operazioni diverse: la seconda aiuta a distinguere una semplice associazione da un rapporto causale. 

Ma la precisione di un esperimento non equivale automaticamente alla precisione di una terapia. Per arrivare a un paziente occorre sapere quali cellule modificare, come raggiungerle e quale schema di stimolazione possa offrire un beneficio senza interferire con altre funzioni. 

L’epilessia: fermare la crisi mentre comincia

Una delle dimostrazioni precliniche più significative riguarda l’epilessia. Nel 2013, un gruppo guidato da Esther Krook-Magnuson pubblicò su Nature Communications un esperimento su topi con un modello di epilessia del lobo temporale. Un sistema rilevava le crisi spontanee e attivava la stimolazione luminosa in risposta al segnale: un intervento a circuito chiuso, non una stimolazione continua. 

I ricercatori riuscirono a interrompere rapidamente le crisi sia inibendo neuroni eccitatori sia attivando una sottopopolazione di cellule inibitorie. In quest’ultimo caso, le cellule bersaglio rappresentavano meno del 5% dei neuroni dell’ippocampo. Il risultato dimostrava che, in quel modello animale, modificare una porzione limitata della rete poteva fermare un evento patologico molto più ampio. 

L’interesse clinico è evidente: intervenire soltanto quando serve potrebbe limitare l’esposizione del cervello a una modulazione permanente. Tuttavia, le epilessie non sono tutte uguali e la selezione del bersaglio resta decisiva. Una revisione dedicata alla traduzione dell’optogenetica nell’epilessia descrive risultati promettenti, ma anche ostacoli ancora sostanziali prima dell’impiego clinico. 

Parkinson: capire la stimolazione prima di sostituirla

Nel Parkinson, l’optogenetica ha già contribuito a chiarire come funzionano interventi esistenti. Uno studio pubblicato nel 2009 su Science, firmato da Viviana Gradinaru e colleghi, incluso Deisseroth, utilizzò la tecnica in roditori con un modello parkinsoniano per distinguere il ruolo di diversi elementi dei circuiti interessati dalla stimolazione cerebrale profonda, o DBS.

In quell’esperimento, gli effetti benefici nell’area del nucleo subtalamico potevano essere spiegati dalla stimolazione selettiva degli assoni afferenti, cioè delle fibre che portano segnali verso quella regione. La scoperta mostrava perché fosse riduttivo pensare alla DBS come a un semplice interruttore acceso su un gruppo omogeneo di neuroni: nell’area stimolata convivono componenti differenti, con ruoli differenti.

Questo è un esempio concreto di utilità medica senza applicazione diretta della luce al paziente. L’optogenetica può aiutare a identificare quali connessioni contino per un beneficio terapeutico e orientare strategie più mirate. Il risultato sui roditori, però, non dimostra una cura del Parkinson né la possibilità di ripristinare i neuroni dopaminergici perduti.