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il caso

Garlasco e il Ris, la svolta dell'Arma. Il generale Luongo: «Se qualcuno ha sbagliato pagherà»

Dalla distruzione dei reperti dell'impronta 33 prima del via libera giudiziario alle corse elettroforetiche negative sui pedali della bici di Stasi: il vertice dei Carabinieri difende il Ris ma promette il pugno di ferro sulle responsabilità individuali

05 Ottobre 2026, 21:22

21:30

Garlasco e il Ris, la svolta dell'Arma. Il generale Luongo: «Se qualcuno ha sbagliato pagherà»

«Tutelare il lavoro del reparto non significa sottrarre le singole condotte a verifica». Lo ha detto al Tg1 il Comandante generale dei Carabinieri, Salvatore Luongo, imprime una svolta a un capitolo giudiziario mai davvero archiviato: l’omicidio di Chiara Poggi. Alla luce delle recenti rivelazioni sulla gestione dei reperti da parte del Ris e dei contrasti emersi nelle analisi genetiche, il vertice dell’Arma sceglie la via della massima trasparenza, ancorando la fiducia dei cittadini non a un’improbabile infallibilità degli operatori, bensì al rispetto rigoroso dei protocolli e alla capacità di autocritica.

Un intervento netto, accompagnato dalla promessa di una reazione severa dell’istituzione qualora la magistratura dovesse accertare irregolarità o condotte illecite. Il nodo dell’“impronta 33”: smaltimenti e autorizzazioni fuori tempo Al centro della nuova tempesta si colloca la sorte dei campioni biologici connessi alla cosiddetta impronta 33, la traccia individuata sulla parete della scala nei pressi del luogo in cui fu ritrovato il corpo di Chiara Poggi. Secondo gli atti acquisiti dalla Procura di Pavia e ripresi dagli organi di stampa, le soluzioni liquide contenenti materiale genetico sarebbero state eliminate già nel settembre 2016.

Una relazione interna, firmata dal colonnello Matteo Donghi, documenta le operazioni preparatorie allo spegnimento di un freezer del Ris, datate 15 settembre 2016, con provette destinate allo smaltimento come rifiuti speciali su disposizione del tenente colonnello Alberto Marino. L’autorizzazione formale dell’autorità giudiziaria alla distruzione sarebbe tuttavia intervenuta solo tra il 2021 e il 2022, malgrado l’opposizione messa agli atti dalla difesa di Alberto Stasi. Ne risulta un disallineamento temporale di circa sei anni tra l’eliminazione effettiva e il successivo via libera del giudice dell’esecuzione. Resta inoltre da chiarire la reperibilità dell’intonaco originario relativo alla traccia, segnalato come non disponibile già nel giugno 2025, circostanza che ha imposto agli esperti di procedere ai più recenti confronti esclusivamente sui rilievi fotografici.

Proprio tali immagini avevano condotto all’attribuzione della traccia ad Andrea Sempio, che ha contestato con fermezza le conclusioni, sottolineando come «una parete di casa è un supporto accessibile a chiunque». Il rebus dei pedali: i tracciati elettroforetici del 2007 Accanto alla vicenda dei reperti, gli atti evidenziano una seconda frattura sugli accertamenti eseguiti nel settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Una nota della Procura di Pavia, datata 28 settembre 2026, richiama l’analisi dei dati grezzi condotta dai consulenti della difesa, Ugo Ricci e Pasquale Linarello: al primo esito positivo del 19 settembre 2007 (relativo al campione bu_p, attribuito alla vittima) avrebbero fatto seguito, il giorno successivo, due corse elettroforetiche totalmente negative.

Gli avvocati di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, denunciano che tali tracciati negativi non sarebbero mai stati inseriti nel fascicolo originario, né trasmessi al pubblico ministero o messi a disposizione dei periti nominati dal giudice nel 2009. L’ex comandante del Ris, Luciano Garofano, sostiene invece che tutti i dati fossero accessibili alle parti. I consulenti della Procura, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, confermano la presenza di risultati negativi e rimarcano l’esigenza di ulteriori verifiche, all’epoca non eseguite. Per il consulente della famiglia Poggi, Marzio Capra, si tratterebbe di controlli antecedenti o modificati, richiamando la necessità di distinguere tra divergenze scientifiche, mancato deposito formale e ipotetico occultamento intenzionale: profili che spetterà alla magistratura chiarire.

Su questo terreno sdrucciolevole si inserisce la posizione del generale Luongo. Pur rivendicando il valore e l’elevata qualificazione scientifica dell’Arma e del Ris, il comandante generale precisa che il prestigio delle istituzioni si tutela affrontando i dubbi a viso aperto e sanzionando eventuali responsabilità individuali. Nel frattempo, i legali della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, ribadiscono che le nuove carte non introducono elementi idonei a ribaltare giudizi già passati in giudicato.

La Procura generale di Milano e la Procura di Pavia mantengono la massima cautela, ricordando che un’eventuale revisione del processo Stasi richiede presupposti di novità stringenti e rigorosi. La vicenda di Garlasco torna così a mostrare come la solidità della giustizia e la ricerca della verità sul delitto di Chiara Poggi non possano prescindere dal rigore delle procedure e da una trasparenza assoluta della prova scientifica.