l'inchiesta
Garlasco, le scelte del Ris sotto esame: dai primi rilievi ai risultati mai condivisi
Le deposizioni degli investigatori e le tracce di Dna che sono state distrutte dieci anni fa
Una squadra partita per cercare soprattutto impronte entra in una casa dove il sangue è invece una presenza evidente. È il contrasto che emerge dal racconto di Marco Pizzamiglio sulle prime fasi dell’indagine per l’omicidio di Chiara Poggi. Diciannove anni dopo, le domande non riguardano soltanto ciò che venne trovato nella villetta di Garlasco, ma anche ciò che fu analizzato, comunicato alle parti e conservato: passaggi oggi riesaminati dai magistrati di Pavia.
Il punto di partenza è la deposizione di Marco Pizzamiglio, allora responsabile della sezione Biologia del Ris di Parma e vice del comandante Luciano Garofano. Nell’agosto 2007 fu lui a gestire la richiesta di intervento a Garlasco, mentre Garofano era in vacanza. Il suo racconto ai magistrati di Pavia restituisce un problema organizzativo concreto: il reparto doveva rispondere contemporaneamente anche a un duplice omicidio nel Trevigiano e non disponeva di biologi sufficienti per entrambe le esigenze. Pizzamiglio decise di raggiungere Garlasco.
Il sopralluogo comincia dalle informazioni ricevute
Secondo la deposizione riportata da la Repubblica Pizzamiglio aveva chiesto che la zona fosse isolata per consentire l’organizzazione del lavoro. Prima di partire aveva ricevuto un’indicazione decisiva: gli accertamenti avrebbero riguardato soprattutto impronte, non tracce di Dna. Portò quindi una squadra composta da quattro o cinque dattiloscopisti. Una volta entrato nell’abitazione, però, trovò un ambiente con un’ampia presenza di sangue, diverso da quello prospettato. La discrepanza fra le informazioni ricevute e la scena osservata è uno degli elementi più rilevanti della sua ricostruzione.
La ricostruzione allarga il quadro alle scelte investigative oggi contestate: capelli dimenticati, impronte sulle porte e mancati approfondimenti genetici in relazione all’autopsia. Il filo comune è la completezza dell’indagine: che cosa fu individuato, che cosa venne raccolto, quali analisi furono eseguite e quali informazioni raggiunsero i magistrati e le parti.
I pedali della bicicletta e i risultati discordanti
Il capitolo più circostanziato riguarda le analisi genetiche sui pedali della bicicletta bordeaux di Alberto Stasi. Sulla consulenza dei genetisti della Procura Pierangela Grignani e Carlo Previderè avevano restituito un profilo attribuito a Chiara Poggi. Nei dati grezzi acquisiti nel novembre 2025 sono emerse anche due successive corse elettroforetiche del 20 settembre, prive di picchi allelici: risultati che non figuravano negli atti del procedimento, secondo la ricostruzione della Procura.
Nella relazione del 15 settembre 2026 i consulenti dei pm osservano che il risultato successivo avrebbe dovuto porre il problema di ulteriori approfondimenti. Alberto Marino, che si occupò degli accertamenti, ha spiegato ai magistrati di avere ripetuto le analisi per approfondire il dato. Il consulente della famiglia Poggi, Marzio Capra, ha invece sostenuto che il dato indicato come negativo del 20 settembre fosse riconducibile a una precedente corsa su un campione inibito, registrata con una data di modifica. Il contrasto riguarda dunque anche la cronologia e l’identificazione delle operazioni, non soltanto il loro significato.
Che cosa sapevano i consulenti delle parti
Francesco Maria Avato, che faceva parte del gruppo di esperti della difesa di Stasi, ha dichiarato che i tracciati negativi non furono messi a loro disposizione. Secondo il professore, davanti a una discrepanza di quella portata sarebbe stato necessario ripetere le analisi e informare il magistrato.
Anche Pasquale Linarello, ex ufficiale del Ris e oggi consulente della difesa, ha sostenuto che gli esiti discordanti avrebbero richiesto approfondimenti. Marino ha evocato anche possibili problemi dei software dell’epoca, mentre Garofano ha dichiarato di non avere un ricordo preciso di alcuni passaggi. Giorgio Portera ha inoltre spiegato di non avere eseguito né interpretato personalmente l’analisi genetica: l’accesso con la sua utenza, secondo la sua versione, riguardava una fase tecnica di caricamento sul sequenziatore.
Gli estratti di Dna distrutti nel 2016
Un secondo fronte riguarda la conservazione dei materiali. Il contenuto di una relazione interna del Ris, firmata dal colonnello Matteo Donghi, colloca nel settembre 2016 lo smaltimento collettivo degli estratti di Dna. L’ordine partì da Marino, allora alla guida della sezione Biologia. Quella distruzione non avrebbe violato le regole. La spiegazione richiama il Dpr 87 del 2016 e le disposizioni sulla protezione dei dati genetici.
Il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, ha assicurato collaborazione e trasparenza qualora la magistratura accerti irregolarità o responsabilità individuali. La sua posizione, riportata dal Corriere, tiene distinti il valore del reparto e l’eventuale condotta dei singoli. È anche il criterio necessario per leggere questa fase: verificare atti e decisioni, senza attribuire responsabilità collettive e senza escludere in anticipo quelle personali.