il caso
Modena, El Koudri tenta il suicidio in carcere con un'overdose di farmaci: è fuori pericolo
Il trentunenne indagato per la strage del 16 maggio a Reggio Emilia è stato soccorso e trasferito d'urgenza in ospedale. Restano aperti gli accertamenti sulle modalità di accesso ai medicinali nella sezione a rischio del penitenziario.
Ricovero d’urgenza per Salim El Koudri, 31 anni, detenuto alla casa circondariale di Sant’Anna a Modena con l’accusa di aver investito volontariamente i passanti in via Emilia Centro. Secondo le prime informazioni, l’uomo avrebbe tentato il suicidio in cella ingerendo una quantità rilevante di farmaci. Soccorso con tempestività dal personale penitenziario e trasferito in ospedale, è stato sottoposto alle cure necessarie: il quadro clinico è rapidamente migliorato e risulta ora fuori pericolo. Pur in assenza di un bollettino medico ufficiale, più testate convergono nel riferire il superamento della fase critica. Punti da chiarire e verifiche nella sezione a rischio L’episodio solleva interrogativi sostanziali sulle procedure di custodia e vigilanza nell’istituto modenese.
Dalle prime ricostruzioni emerge che El Koudri era collocato in una sezione dedicata ai detenuti con rischio suicidario già formalmente riconosciuto. La direzione del penitenziario e gli inquirenti hanno avviato accertamenti interni per definire la dinamica dei fatti, con particolare attenzione alle modalità con cui l’indagato abbia potuto reperire e accumulare i medicinali utilizzati per l’intossicazione. L’esito di tali verifiche sarà decisivo per stabilire l’eventuale presenza di falle nei protocolli di sorveglianza e assistenza, senza anticipare valutazioni di responsabilità amministrative o penali prima delle conclusioni ufficiali. La perizia psichiatrica e il quadro processuale Il gesto in cella è intervenuto a brevissima distanza da una tappa cruciale del procedimento.
Il 2 ottobre 2026, al Tribunale di Modena, si è tenuta a porte chiuse l’udienza sulla perizia psichiatrica acquisita tramite incidente probatorio. L’incarico era stato affidato l’11 giugno 2026 dalla giudice per le indagini preliminari, Donatella Pianezzi, alla psichiatra Matilde Forghieri e al neuropsicologo forense Giuseppe Sartori. Le conclusioni dei periti attestano che El Koudri era capace di intendere e di volere al momento dell’attacco del 16 maggio ed è idoneo a stare in giudizio. Pur rilevando criticità e tratti patologici, gli esperti hanno escluso un vizio di mente, totale o parziale, ricondicendo la condotta a sentimenti di frustrazione e rancore con capacità operative sostanzialmente integre.
La difesa sostiene invece che l’azione sia dipesa da un raptus legato a patologia psichiatrica, mentre i legali delle persone offese sollecitano ulteriori approfondimenti su una possibile matrice ideologica, alla luce del materiale informatico sequestrato. Fonti giudiziarie e giuristi interpellati evidenziano tuttavia che la contiguità temporale tra l’udienza e il gesto non consente di postulare un nesso causale automatico: si tratta di piani analiticamente distinti. Il bilancio dell’attacco e la tutela dei ristretti Il procedimento penale riguarda l’assalto del 16 maggio 2026 in via Emilia Centro, quando un’auto piombò sulla folla provocando inizialmente otto feriti.
Tra questi, Monica Esposito, 55 anni, è deceduta due mesi dopo in ospedale per la gravità delle lesioni; una turista tedesca ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. All’udienza del 2 ottobre erano presenti varie vittime e familiari, tra cui Angelo Ciccarelli, marito di Monica Esposito, rimasto in sedia a rotelle. L’imputazione contestata è quella di strage; al momento non risulta formulata l’aggravante di terrorismo. L’episodio in carcere riporta l’attenzione sull’attuazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario, varato dal Ministero della Giustizia.
Le direttive e i protocolli in vigore stabiliscono una responsabilità condivisa tra amministrazione penitenziaria e servizio sanitario per la protezione della vita e della salute dei detenuti. Come ribadito anche nell’inchiesta in corso, il dovere di assistenza e prevenzione verso un ristretto in custodia cautelare è un obbligo istituzionale inderogabile, che procede su un binario parallelo e distinto rispetto all’accertamento, rigoroso e garantito, delle responsabilità penali per i fatti di eccezionale gravità contestati.