il giallo
Garlasco, spunta un altro test sui pedali (favorevole ad Alberto) "nascosto" dal Ris
L'analisi che avrebbe dato un esisto negativo sul presunto sangue rinvenuto sulla bici di Stasi. I risultati non sarebbero mai stati inseriti nelle relazioni ufficiali
A diciannove anni dal delitto di Garlasco, i pedali della bicicletta di Alberto Stasi tornano sotto i riflettori per una difformità emersa nella documentazione d’epoca. A riaccendere l’attenzione è un appunto interno del Ris di Parma, datato 20 settembre 2007 e attribuito all’allora capitano e consulente della Procura, Alberto Marino, in cui si segnala l’esito negativo dell’Obti test — l’accertamento mirato alla ricerca di sangue umano — eseguito su una traccia bruna presente sul tacchetto di un pedale.
Tale annotazione, non confluita nelle relazioni ufficiali successivamente comunicate, solleva interrogativi sulla completezza del materiale trasmesso alle parti. Dai verbali del 2007 emerge una sequenza di analisi articolata. Il 19 settembre fu ottenuto un profilo genetico riconducibile a Chiara Poggi, ritenuto un dato robusto e, secondo le più recenti valutazioni della Procura, riproducibile. A quel riscontro sarebbero però seguiti due run elettroforetici privi di picchi allelici — dunque senza esito — e l’appunto sul test specifico per il sangue umano risultato negativo.
Nelle relazioni tecniche figurava invece la positività al Combur test, prova generica per la presenza di sostanze ossidanti, ma non dirimente quanto alla natura ematica della traccia. La distinzione tra l’attribuzione del DNA e la qualificazione della matrice come sangue è uno snodo decisivo.
Già la sentenza di primo grado aveva puntualizzato che il rinvenimento del profilo genetico della vittima sui pedali non equivaleva, di per sé, a dimostrare la presenza di sangue o la deposizione in occasione del delitto. Le verifiche successive senza esito, ha sostenuto l’ex capitano Marino, non rappresentano un profilo alternativo né smentiscono il primo risultato; gli inquirenti contestano tuttavia il mancato approfondimento e l’assenza di una rappresentazione formale di quelle repliche negative nelle relazioni conclusive.
La difesa di Alberto Stasi, per voce dei consulenti Francesco Maria Avato e Pasquale Linarello, afferma che i tracciati nulli e i dati grezzi — acquisiti dalla difesa soltanto nel novembre 2025 — non furono messi a disposizione degli esperti di parte nel 2007. Un’omissione che, secondo la tesi difensiva, avrebbe impedito di sollecitare per tempo nuove prove e di articolare contestazioni tecniche nel contraddittorio.
Di diverso parere il consulente della famiglia Poggi, Marzio Capra, secondo cui i tracciati indicati come “successivi” sarebbero in realtà precedenti, prodotti su un campione inibito; Capra ribadisce inoltre che la presenza del DNA della vittima fu accertata nel pieno rispetto del contraddittorio. A complicare il quadro si aggiungono anomalie cronologiche e incertezze testimoniali. I documenti segnalano discrepanze tra la data d’inizio dei prelievi, indicata all’11 settembre 2007, e la datazione di alcune analisi al 10 settembre.
Nelle sue audizioni, Marino ha riferito difficoltà di replicazione dei risultati e ricordi incompleti circa la trasmissione dei dati al comandante Luciano Garofano, il quale ha escluso manipolazioni, pur non ricordando i singoli dettagli operativi. Il verbale del 24 settembre 2007 certifica che i consulenti visionarono gli atti disponibili, ma resta incerto quali tracciati specifici siano stati effettivamente mostrati. L’attuale riesame degli atti non equivale a una decisione giudiziaria né incide automaticamente sulla condanna definitiva a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi e confermata dalla Cassazione il 12 dicembre 2015. Il confronto resta circoscritto alla verifica della correttezza procedurale e della tenuta scientifica delle analisi di laboratorio. Sarà la magistratura a stabilire se le discrasie individuate integrino un’omissione documentale, un limite interpretativo delle prove o una difformità valutativa dei reperti.