il caso
Sanzioni Usa alla Corte dell'Aia dopo il Nobel a Navi Pillay: «Corte canaglia». Ma l'Italia si smarca e difende la giustizia internazionale
Roma rifiuta la linea di Washington e firma una dichiarazione congiunta con i partner occidentali per ribadire il sostegno incondizionato all’indipendenza del tribunale
L’Italia ha ufficialmente preso le distanze dagli Stati Uniti, rifiutando di allinearsi alla scelta, senza precedenti, con cui l’amministrazione americana ha sferrato un attacco diretto alla Corte penale internazionale (Cpi). In un frangente di forte frizione diplomatica, Roma ha deciso di non avallare la linea dura promossa dal segretario di Stato americano Marco Rubio, aderendo invece a un fronte compatto di partner occidentali — fra cui Germania, Francia, Giappone e Canada — per sottoscrivere una dichiarazione congiunta in difesa dell’istituzione giudiziaria dell’Aia. Fonti della Farnesina hanno confermato la partecipazione italiana all’iniziativa coordinata con le principali democrazie alleate.
Nel testo, i firmatari ribadiscono la piena fiducia nella Corte penale internazionale e la netta contrarietà alle sanzioni decise da Washington, riaffermando il sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità dell’organo giudiziario. La diplomazia italiana ha sottolineato che l’obiettivo dei Paesi promotori resta quello di mantenere un «dialogo costruttivo e inclusivo» con le nazioni che non aderiscono allo Statuto di Roma, a partire dagli stessi Stati Uniti. Contestualmente, Roma e gli alleati hanno espresso apprezzamento per le misure preventive e organizzative adottate dalla Corte per fronteggiare i provvedimenti americani, garantendo la continuità dell’esercizio del mandato giudiziario.
A suscitare sconcerto negli ambienti internazionali è la natura inedita del provvedimento annunciato da Washington. Diversamente dai precedenti, che prendevano di mira singoli magistrati o funzionari, le nuove misure restrittive colpiscono la Cpi in quanto istituzione: tra gli obiettivi dichiarati figurano il congelamento di eventuali beni sotto giurisdizione statunitense, il divieto di ogni transazione finanziaria con il tribunale e l’interruzione dei servizi forniti da soggetti terzi, con l’evidente intento di minarne la capacità operativa.
Il fondamento normativo dell’affondo rimanda all’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 6 febbraio 2025, che accusa la Corte di condurre azioni illegittime contro cittadini statunitensi e dirigenti israeliani. L’ostilità di Washington è esplosa dopo la decisione del 21 novembre 2024 con cui la Camera preliminare della Cpi ha emesso mandati d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza. Un ulteriore terreno di attrito riguardava l’indagine aperta nel marzo 2020 sulle condotte del personale militare americano in Afghanistan, che secondo fonti giornalistiche sarebbe stata nel frattempo archiviata per quanto attiene ai soldati degli Stati Uniti.
Washington ha concesso una finestra transitoria fino al 7 aprile 2027 per il pagamento degli stipendi, dei contributi degli Stati parte, delle coperture sanitarie, degli affitti e delle spese correnti. Una seconda deroga assicura la continuità dei servizi informatici, delle comunicazioni e dei software gestionali in cloud. Questa architettura di eccezioni evidenzia la natura ambivalente della strategia americana: da un lato la volontà politica di colpire il tribunale, dall’altro la necessità di un periodo di smobilitazione per scongiurare effetti immediati incontrollati.
A rendere ancora più evidente il paradosso della vicenda è la coincidenza temporale: l’annuncio delle misure statunitensi è arrivato il 9 ottobre 2026, a poche ore dall’assegnazione a Oslo del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, celebre giurista ed ex giudice della Cpi. La presidente della Corte, Tomoko Akane, ha respinto con fermezza i provvedimenti americani, confermando che giudici e procuratori proseguiranno il loro lavoro in piena autonomia. Parallelamente, la diplomazia dell’Unione europea ha rinnovato l’impegno a sostenere il funzionamento della Corte, la cui efficacia dipende in modo decisivo dalla cooperazione e dal supporto dei governi aderenti.
