Lavoro
Ex Ilva, presidio e blocchi a oltranza: fermati i rifornimenti e impianti a rischio
Decise altre 48 ore di sciopero mentre Palazzo Chigi propone la cassa integrazione fino al 2027 e i sindacati chiedono garanzie occupazionali e transizione equa
Protesta a oltranza, i fuochi accesi per scaldare la notte e il presidio fisso degli operai che chiedono garanzie reali sul lavoro, sul futuro e su un piano industriale concreto, rifiutando la prospettiva di essere liquidati con la sola cassa integrazione. È con questa determinazione che le tute blu proseguono la mobilitazione, mentre Fim, Fiom e Uilm nazionali rilanciano l’iniziativa di lotta e proclamano altre 48 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva di fronte alle risposte del Governo ritenute insufficienti.
Palazzo Chigi intanto prova a scrivere le contromosse. Il decreto atteso in serata dal Consiglio dei ministri si muove su un doppio binario: da un lato la proroga della cassa integrazione in deroga fino a giugno 2027, estesa anche alle aziende dell’indotto e dell’appalto; dall’altro una norma pensata per blindare l’area a caldo. L’obiettivo è mantenere gli impianti in modalità di preriscaldo, senza produzione, sterilizzando il rischio di uno spegnimento definitivo in attesa che la Corte di Cassazione si pronunci, il prossimo 20 ottobre, sui ricorsi legati alla sentenza della Corte d’Appello di Milano.
A Taranto il blocco stradale piazzato dai lavoratori lungo le statali 7 e 106 ha paralizzato il traffico merci e finito per cingere d’assedio anche l’ingresso della raffineria Eni, fermando il transito delle autocisterne. Se l’impianto, al momento, continua a marciare in condizioni di normalità e sicurezza, l’orizzonte temporale dei prossimi giorni si fa stretto: il perdurare dei blocchi stradali impedisce l’arrivo dei gas tecnici e dei prodotti chimici necessari al ciclo industriale. Senza questi rifornimenti, l’unica opzione sul tavolo sarà la fermata programmata della raffineria. La reazione a catena sul territorio è già in marcia, con distributori di carburante a secco, il trasporto pubblico urbano in affanno per il gasolio e i primi segnali di criticità registrati anche negli scali aeroportuali della Puglia. Bari e Brindisi sono già in allerta per la carenza di carburante per gli aerei.
Tra le richieste dei sindacati ci sono misure per accompagnare alla pensione i lavoratori più vicini ai requisiti, il riconoscimento dei lavori usuranti e incentivi all’uscita volontaria. Giovedì sono previsti pullman diretti a Bari, alla Regione Puglia, per un vertice con il presidente Antonio Decaro. La posizione resta ferma: servono misure efficaci per mettere in sicurezza i lavoratori e garantire un reale processo di transizione ecologica, senza lasciare scoperti i settori dell’area a freddo.
La vertenza si estende lungo tutta la filiera del gruppo siderurgico. A Genova i lavoratori hanno manifestato davanti alla Prefettura durante l’incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, chiedendo l’acquisto sul mercato internazionale di coils a caldo per alimentare le linee di lavorazione negli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. L’obiettivo è scongiurare la cassa integrazione per 985 dipendenti a partire da metà novembre.
Quanto all’ipotesi di dividere le vertenze tra gli stabilimenti del nord e il sito di Taranto, i sindacati ribattono: «qui non ci sono lavoratori di serie B, per noi i lavoratori sono tutti uguali, il gruppo si tiene unito e si vince solo in maniera unitaria».