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Via D'Amelio, 33 anni dopo «seguiamo le orme di Borsellino nella difesa di cittadini e Istituzioni»

Il messaggio di Mattarella all’antimafia. Melillo: «Un debito sulle spalle da onorare»

19 Luglio 2025, 07:30

Paolo Borsellino

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Il «lavoro appassionato» di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino «nel difendere strenuamente le istituzioni e i cittadini dalla violenza mafiosa è impresso in maniera indelebile nella coscienza collettiva italiana e internazionale». Questo è il messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella - a trentatré anni dall’uccisione dei due magistrati - inviato al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, in occasione dell’incontro tra i magistrati impegnati in Europa e in America Latina nel contrasto del crimine organizzato transnazionale, ieri a Palermo. «La sfida della criminalità transnazionale è sempre più pervasiva e alla risposta degli Stati non sono consentite né distrazione né irresolutezza - ha detto Mattarella -. Ne va della salute e del futuro delle nostre comunità. La cooperazione internazionale nelle indagini è essenziale per il contrasto alla criminalità organizzata e deve essere condotta rafforzando le istituzioni e gli ordinamenti posti dalla comunità internazionale a tutela dei cittadini, superando particolarismi e inappropriatezze, per promuovere un efficace coordinamento».

Sull’anniversario della strage di via D’Amelio è intervento il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo a margine del convegno sulla criminalità transnazionale. «Tre anni fa quando mi sono insediato alla Procura nazionale antimafia ho ritenuto doveroso chiedere scusa ai familiari del giudice Paolo Borsellino e a quelli degli agenti di scorta per gli errori, le omissioni e anche gli abusi che sono stati commessi nelle indagini sulla strage di via D’Amelio che ha profondamente scosso la coscienza del Paese. Però, il debito di verità che si ha non solo nei confronti della famiglia Borsellino ma nei confronti del paese intero, è un debito che grava sulle spalle di tutti e che siamo impegnati a onorare».
Il procuratore ha parlato anche dei dei nuovi filoni di inchiesta della Procura nissena per fare luce sulla strage. «La Procura di Caltanissetta sta lavorando e sta lavorando con il sostegno e il supporto della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo». Dopo l’ex capo della squadra mobile ed ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, c'è un altro morto inquisito virtualmente per i depistaggi delle indagini sulla strage di via D’Amelio, in cui trentatré anni fa morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Si tratta dell’ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, scomparso nel 2017 mentre era in pensione e malato.

Di recente i carabinieri del Ros sono andati a perquisire tre abitazioni dove visse il magistrato, su ordine della Procura nissena che da un paio d’anni è alla ricerca di indizi per risalire alla regia che ordì il falso pentimento di Vincenzo Scarantino e il furto dell’agenda rossa di Borsellino. Dell’agenda rossa ancora non c’è traccia. La cercano i militari del Ros che hanno effettuato lo scorso anno diverse perquisizioni, anche nella sede dei servizi segreti. Una “caccia aperta” da parte della magistratura nissena che sta vagliando tante piste, compresa quella del ruolo di alcuni massoni - tra imprenditori e personaggi delle istituzioni - che avrebbero avallato il ruolo di Cosa nostra nella strategia stragista del 1992 in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino depistando le indagini e costruendo il falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino le cui dichiarazioni hanno fatto andare in carcere otto innocenti la cui posizione è stata rivista dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, l’uomo che ha rubato la Fiat 126 fatta saltare in aria in via D’Amelio.