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Pietro Bartolo e Kebrat, la migrante che era già stata data per morta

Italia

Pietro Bartolo e Kebrat, la migrante che era già stata data per morta

Di Redazione

BRUXELLES L’ultima volta che erano stati così vicini, Pietro Bartolo era sul molo di Lampedusa cercando di salvare quante più vite possibile con la morte nel cuore e Kebrat su una barca di pescatori in mezzo ai cadaveri, già chiusa in un sacco nero, data per morta. Come quasi tutti quelli ripescati dal mare in quella maledetta mattina di ottobre. Sette anni dopo sono uno di fronte all’altro e di nuovo vicini: ma stavolta abbracciati, sorridenti. E pieni di vita.

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Sono stati momenti di grande emozione quelli vissuti oggi al Parlamento europeo durante un incontro a sorpresa tra lo storico medico di Lampedusa - oggi eurodeputato del Pd - e una delle sopravvissute al naufragio del 3 ottobre del 2013, quando un barcone carico di eritrei si rivoltò davanti a Cala Croce: delle oltre 500 persone a bordo se ne salvarono solo 155; 368 furono i cadaveri recuperati, mentre altri non sono mai tornati a galla. Un incontro voluto dal Comitato 3 Ottobre, l’Associazione che raccoglie i sopravvissuti alla strage, e chiamato Seeds of Lampedusa, i semi di Lampedusa, che coinvolge una sessantina di ragazzi di scuole italiane ed europee. Per ragionare di diritti umani, di migranti e rifugiati e non di confini e barriere.

I due si erano già visti una volta, in questi anni, ma rincontrarsi così, a sorpresa, ha fatto tornare tutto fuori. «Non ho pianto solo perché mi sono trattenuto - racconta Bartolo ancora emozionato - Queste sono le grandi soddisfazioni, dopo le tante brutte cose e le tante atrocità che ho dovuto vedere, ci sono dei momenti belli come questo di Kebrat».

La ragazza, quella mattina, fu recuperata in mare da Domenico Colapinto, un pescatore di Lampedusa che salvò decine di persone ma che non si è mai ripreso da quanto vide: perché tanti altri, unti di nafta, gli sfuggirono letteralmente dalle mani e li vide andare giù, senza poter far nulla. «Kebrat era stata messa dentro, con la cerniera chiusa. Io dovevo solo constatare il decesso».

Così, racconta ancora il medico, «quando le ho preso il polso tra le mani, ho avuto la sensazione di sentire un battito. Allora ho aspettato ancora, almeno un minuto, e ne ho sentito un altro, flebile, debolissimo, e ho capito che era ancora viva. Abbiamo fatto di tutto per riportarla in vita e dopo un po' il suo cuore ha cominciato a battere».

Su quel molo Bartolo cominciò a urlare: «E' viva, è vivà». E poi la corsa per salvarla. «È stata una corsa contro il tempo, l’ambulatorio, il primo soccorso, il trasporto in elicottero fino al reparto di rianimazione più vicino. Non era finita, per Kebrat».

Lei giubbotto di pelle nera, la vita negli occhi, quando lo vede rimane immobile, spaesata. Poi inizia a piangere e lo abbraccia, emozionata. Oggi Kebrat vive in Svezia, ha 3 figli, ma non dimentica, non può dimenticare. «Non ci sono mai riuscita - confessa agli amici del Comitato 3 ottobre - Ancora oggi, quando lavo i miei figli, mi rivedo su quella barca e vedo la gente che va a fondo».

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