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Ardita (Csm): «Attenti a non avvertire più Cosa Nostra come una minaccia»

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Ardita (Csm): «Attenzione a non avvertire più Cosa Nostra come una minaccia»

Di Orazio Provini


Catania. Dottor Ardita, recentemente, lei, ha detto che c’è scarsa sensibilità della società sulla mafia. Cosa voleva intendere?

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«Volevo dire che a quasi 28 anni dalle stragi (Capaci e via D’Amelio ndr) non si avverte più Cosa nostra come una minaccia per le Istituzioni e la società. Questo allentamento complessivo ha portato nuovamente a respirare una organizzazione che a meta degli anni Novanta sembrava agonizzare».

A cosa è dovuto questa situazione?
Tutto ciò è dovuto alla perdita di memoria rispetto a quel che accadde negli anni ‘90, ma anche al cambio di strategia delle organizzazioni. Mafiosi travestiti da imprenditori e da politici, con l’aiuto di imprenditori e di politici, hanno trovato nuovi territori da conquistare. Per fare ciò non è più servita la violenza, ma solo la capacità di “persuasione” che è insista nella mentalità mafiosa, unita alla capacità di corruzione che è stata una prassi diffusa nelle deviazioni del mondo pubblico ed economico».

E questo cosa ha comportato?
«Nella migliore delle ipotesi, mafiosi e colletti bianchi in affari - se non sono proprio diventati alleati - hanno fatto un pezzo di strada insieme e affrontato gli stessi problemi: come ad esempio sottrarsi al riconoscimento delle loro responsabilità, ai processi, alle confische e in generale alla attenzione sociale e istituzionale. La strategia comune ha sortito degli effetti, se è vero che la società non ha avvertito più come pressante il pericolo della mafia; e le istituzioni che operano in nome del popolo in molti casi si sono adeguate al calo di tensione».

E le numerose scarcerazioni dei boss mafiosi di questi giorni sono collegate a tutto questo, quindi?
«Lo sono in modo indiretto. Se crolla la sensibilità pubblica verso il pericolo rappresentato da “Cosa nostra”, questo può influire nel bilanciamento tra il valore della salute del detenuto e le conseguenze prodotte dalla scarcerazione di un boss, e cioè al rischio che torni a dirigere un clan. Meno si ritiene grave il pericolo della mafia, meno grave - e dunque possibile - viene considerata l’ipotesi che i mafiosi tornino in libertà».

Lei è stato direttore della direzione generale detenuti dal 2002 al 2011. Può spiegarci i compiti del Dap?
«Il Dipartimento dell’amministazione penitenziaria deve garantire la corretta gestione degli istituti di pena e, tra gli altri compiti, anche quello di assicurare che, ad opera dei competenti servizi sanitari territoriali, la corretta erogazione, la dovuta assistenza alla salute dei detenuti».

Alla luce di quanto accaduto con le scarcerazioni di Pasquale Zagaria, di Francesco La Rocca, di Bonura e degli altri mafiosi le competenze erano della magistratura o del Dap?
«Senza entrare nel merito delle vicende di cui non conosco gli atti, posso dire che la decisione della scarcerazione è sempre del magistrato e del tribunale di Sorveglianza. Il Dap è competente a individuare la migliore collocazione del detenuto per l’assistenza sanitaria. Ma se non fa di tutto per garantire l’assistenza sanitaria, e se non assicura che lo stato di detenzione non può nuocere alla sua salute, il rischio di scarcerazione è sempre dietro l’angolo».

Assistiamo a una crisi della magistratura e a un brusco calo di fiducia dopo lo scandalo del Csm di maggio 2019, questi fatti possono suscitare critiche in grado di aggravare la crisi?
«Si tratta di vicende separate. I magistrati vivono purtroppo una grave crisi di consenso pubblico, che sarebbe sciocco ignorare, e la loro rappresentanza ha dimostrato di essere affetta da gravi problemi quanto quella dei cittadini. Per tutto il resto posso solo dire che non esistono zone franche nell’esercizio di pubbliche funzioni e ogni categoria, anche quella dei magistrati, può essere oggetto di critiche che, nei limiti della civiltà, possono riguardare gli errori commessi nelle loro scelte istituzionali».

Ritiene opportuna la riforma proposta dal minstro Bonafede di ascoltare la Dna sulle scarcerazioni dei mafiosi, in modo che prima di decidere la sorveglianza abbia presente quali siano i rischi?
«Mi sembra una riforma strategica nell’ottica della circolazione delle notizie sulla pericolosità dei clan mafiosi. Più che opportuna, mi appare una modifica indispensabile. Speriamo che quando verrà approvata questa norma non sia già troppo tardi, come i proverbiali “cancelli di sant’Agata”.

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