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Lavoro

Primo Maggio, anche in Sicilia poco da festeggiare: ecco il prezzo pagato alla grande crisi Covid

Di Michele Guccione

PALERMO - Secondo l’Istat, nel 2020 in Italia si sono persi circa un milione di posti di lavoro a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Anche la Sicilia ha pagato il suo prezzo alla grande crisi. In base all’elaborazione dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro su dati Istat, i dipendenti (in media annua) sono diminuiti di 13 mila unità. Si è registrata, infatti, una flessione dell'1,2% complessiva. In particolare, in Sicilia sono diminuiti di 20 mila unità i dipendenti a termine (- 7,8%), cioè precari, partite Iva, collaboratori, stagionali regolari e coloro ai quali non è stato rinnovato il contratto a termine (le uniche categorie non tutelate dal blocco dei licenziamenti); mentre i dipendenti permanenti sono cresciti di 7 mila unità (+0,9%).

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Certo, guardando alle cifre ufficiali, è ovvio che la Sicilia, con il -1,2% ha subito una perdita di posti di lavoro nettamente inferiore rispetto alle altre aree del Paese: al Sud - 11,6% a termine, +0,4% stabili, totale -2,3%; al Centro, -14,5% a termine, +1,1% stabili, totale -1,5%; nel Nord-Est -12,5% a termine, +1% stabili, totale -1,2% (come la Sicilia); nel Nord-Ovest, -13,1% a termine, +0,1% stabili, totale -1,7%; complessivo Italia, -12,8% a termine, +0,6% stabili, totale -1,7%.

Le percentuali nel resto del Paese si riferiscono a dimensioni e numeri di gran lunga maggiori rispetto alla Sicilia. Ma è anche vero che al monitoraggio statistico sfugge quel fenomeno, molto più diffuso in Sicilia, degli stagionali del turismo, della ristorazione e dei mercatini, reclutati in nero, che non “esistendo” ufficialmente non hanno avuto diritto ad alcun ristoro e che incontriamo quotidianamente in fila alle poste, ai supermercati, anche ai centri vaccinali. “Fantasmi” per lo Stato, lamentano la mancanza di lavoro e auspicano le riaperture per un’eventuale chiamata in servizio.

In questa “Festa del lavoro” il clima è condizionato non solo dal dubbio se chi ha perso il posto nel 2020 lo riavrà mai, ma anche dall’angoscia di 1,8 milioni di addetti tutt’ora in cassa integrazione che non sanno se potranno rientrare alla scadenza dell’ammortizzatore sociale, e dalla paura di un altro milione di lavoratori che temono di venire licenziati a breve, secondo il sondaggio dei Consulenti del lavoro. Lo spauracchio, infatti, è quello delle tantissime piccole aziende provate da prolungate chiusure e dai mancati fatturati, compensati poco o per niente dai ristori, e che quando salterà il tappo del blocco dei licenziamenti potrebbero ridurre il personale o addirittura chiudere definitivamente.

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