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A Messsina il legale che piace a Forbes

Messina

A Messina il legale che piace a Forbes

Di Maria Ausilia Boemi

Messina  - «Ho cercato di tutelare diritti, sogni ed aspirazioni spesso sopite o incredule circa la loro affermazione. E, pur se non credo di essere riuscito a cambiare l’andamento del Paese negli stessi termini con cui i grandi studi e i loro avvocati d’affari decidono le operazioni più importanti in Italia, sono certo di essere riuscito a cambiare parecchie vite, soprattutto tra i più giovani». C’è questa motivazione, a parere del diretto interessato, dietro la decisione di Forbes Italia di selezionarlo, unico professionista del Sud Italia, tra le 100 società al top nel mondo legale e della consulenza: lui è l’amministrativista 40enne Santi Delia, sposato con la collega Tiziana Barbera e padre di tre figli (di 13, 10 e 4 anni e mezzo), fondatore dello studio Bonetti&Delia (quello italiano che - nell’ambito del contenzioso amministrativo sui concorsi pubblici nazionali di scuola, università, sanità, pubblico impiego - vanta il più alto numero di cause innanzi ai Tar e al Consiglio di Stato negli ultimi anni). Studio legale (con sede a Messina e Roma) che l’avvocato Delia condivide con il socio Michele Bonetti e il team di 25 legali che lo compongono e non nuovo a riconoscimenti: «Siamo stati premiati - racconta l’avvocato Delia - da Top Legal, Legal Community e Le Fonti e io nel 2018 sono stato scelto come Avvocato dell’anno a livello nazionale sempre sul tema dei concorsi pubblici».

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Eppure, l’avvocato Delia, figlio di un elettricista dell’Enel in pensione e di una mamma casalinga («Solo grazie ai sacrifici dei miei genitori e dei miei nonni ho potuto studiare»), da ragazzo aveva altri sogni: «Volevo fare l’archeologo. Credo che dietro entrambe queste professioni - sia nel campo dell’archeologia che della giurisprudenza - ci sia infatti un obiettivo di scoperta e di stupore. Mi sono però iscritto in Giurisprudenza proprio perché, quando mi sono reso conto che fare l’archeologo non voleva dire fare Indiana Jones, mi sono convinto che la professione legale fosse l’alternativa per stupire. Peraltro, sono uno dei pochi che si è iscritto a Giurisprudenza non con l’intento di fare il magistrato o magari il pm d’assalto (nel 1998, quando ho iniziato gli studi universitari, sulla scia di Tangentopoli tirava moltissimo il modello Di Pietro), ma per diventare avvocato: questo per difendere non i cattivi, ma i diritti». I diritti dei cittadini, in particolare. Una strada intrapresa poi con ulteriore convinzione dopo la laurea «grazie ai miei maestri, i professori Saitta di Messina, nel cui studio, dove sono stato 10 anni, mi sono formato e dai quali ho imparato tutto quello che so. Ma proprio in ragione del fatto che operiamo in una realtà molto piccola come Messina e provinciale come la Sicilia, la mia idea è sempre stata quella di dovermi differenziare in qualche modo».

L’avvocato Delia decide così di occuparsi di aree dell’amministrativo poco esplorate, “inventando” anche un metodo di contenzioso: «Abbiamo cominciato a proporre dei modelli di azioni che venivano incontro a chi aveva la necessità di tutelare un diritto, che spesso non sapeva neanche di avere (ad esempio all’esito dell’esclusione di una procedura concorsuale pubblica). Persone che non sapevano come agire e che, soprattutto, se avessero attuato una tutela individuale, avrebbero dovuto sostenere costi troppo elevati per l’accesso alla giustizia». Insomma, un modello che potesse convogliare tanti soggetti per dare loro la possibilità di agire legalmente a prezzi calmierati, ma allo stesso tempo con una eccellenza di specializzazione «perché, occupandoci solo di quella materia amministrativa, potevamo offrire un prodotto unico e tecnicamente perfetto. Ci siamo così specializzati nella proposizione di azioni, di tipo inizialmente collettivo per lo più, sull’accesso ai grandi concorsi pubblici, alla formazione degli insegnanti, all’accesso ai corsi di laurea a numero chiuso (in particolare quelli in Medicina e Odontoiatria, il primo baluardo che ci ha dato tanta notorietà), per poi passare, man mano che cambiava la legislazione, anche al settore dei militari, del pubblico impiego, della stabilizzazione dei medici».

Un professionista che si ha studiato all’università di Messina, di cui riconosce la validità del percorso di formazione: «Devo dire che la formazione ricevuta nell’ateneo messinese è stata ottima. Ho superato l’esame da avvocato al mio primo tentativo, 5 anni fa sono stato il più giovane cassazionista d’Italia. Anche alla misura di prove nazionali, insomma, ho constatato che la preparazione era valida. Ma già quando ai tempi dell’Erasmus mi confrontavo con i miei colleghi italiani che venivano da università più blasonate, non era affatto vero che la nostra preparazione fosse più scarsa, le nostre basi erano belle solide rispetto alle loro che magari avevano una maggiore capacità mnemonica o un approccio più legato alla contingenza e meno ai principi. Ma sono i principi e le basi ad aiutare nella professione e a servire per la vita». Anche per questo non lascia la sua terra: «Io sto a Roma 2-3 giorni a settimana ma devo dire che, pur avendolo chiaramente pensato tante volte, fino a quando il rapporto personale col cliente mi consentirà di avere anche in Sicilia un riferimento e di essere a mia volta riferimento delle persone cui offro un servizio, resterò».

Anche se il fatto che il suo sia l’unico studio legale scelto da Forbes nel Sud Italia vorrà pur dire qualcosa: «Io credo in realtà che questa non sia bravura mia, ma un problema nostro del Sud, nel senso che se e finché continueremo a competere con le stesse armi degli altri, perderemo sempre. Non c’è partita di fronte alla potenza dell’economia milanese o della gestione del governo centrale romano dove ci sono tutti i ministeri, nonostante l’autonomia siciliana e le eccellenze meridionali. Io ho fatto tutt’altro e, così facendo, mi sono differenziato e sono diventato riferimento su una specifica materia per tutti, anche per colleghi più importanti di me».

Ma quale è la più grande ingiustizia della giustizia italiana e in generale del sistema Italia? «Io sono convinto che nelle materie di cui mi occupo io - e purtroppo oggi l’emergenza coronavirus lo conferma - le scelte della politica, basate su motivazioni economiche che poi si riflettono sulla giustizia, stanno portando ad una compressione dei diritti. A mio modo di vedere, la libertà di studio, di formazione, di investimento nella formazione sociale doveva essere un baluardo, mentre invece i tagli e le restrizioni per ragioni economiche a questi settori hanno portato a mendicare questi diritti facendoli sembrare concessioni. Ad esempio, rimanendo alla stretta attualità, credo che sia davvero un’ingiustizia che lo Stato, non avendo i soldi per formare i giovani medici, abbia dato vita a un fittizio obbligo del numero chiuso per limitare l’accesso ai corsi di laurea affinché poi potesse essere giustificato nel formare meno medici - che deve pagare sulla base degli obblighi comunitari ma dei quali non voleva farsi carico - attuando i tagli al sistema sanitario nazionale, salvo poi renderci conto che rimaniamo nudi». Insomma, italiani trattati più da sudditi che da cittadini: «Certo, e inconsapevoli su tantissime questioni. Vero è che la giustizia amministrativa funziona, è un baluardo importante, ma non può fare tutto perché comunque deve applicare la legge. E questo è il segreto, a mio modo di vedere, del mio piccolo successo: il cittadino chiede risposte alla giustizia e quella amministrativa le dà, giuste o sbagliate che siano, in tempi celeri».

E al padre di 3 figli, non resta che consigliare ai giovani «di crederci e di studiare e lavorare per raggiungere il proprio obiettivo. Certo, poi lo studio è una componente, ma non l’unica, per fare l’avvocato: puoi scrivere pezzi di paradiso ma se non hai il cliente, se dal cliente non ti fai pagare o se in udienza non sai discutere o se con i magistrati non hai un rapporto di stima reciproco, diventa difficile. Quindi io credo che, qualunque professione si faccia, ci si debba credere e occorra tantissimo impegno e una determinazione di consapevolezza dei propri mezzi e dei principi e delle basi della formazione». Senza rimpianti per non essere diventato archeologo…

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