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Migranti, «Con la Libia un accordo-beffa, cresce la politica della paura»

Di Andrea Lodato
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Emma Bonino, ovviamente, ha letto e visto tutto. Letto il reportage di Repubblica che ha raccontato le fasi drammatiche del “non salvataggio” da parte della Guardia costiera libica di naufraghi che stavano affogando (e molti forse sono affogati), nonostante l’appello che partiva da un elicottero della Marina militare italiana. E Emma Bonino ha ricevuto anche da Catania, dal collega di Radio Radicale Sergio Scandura, al mattino presto il pdf della pagina che abbiamo pubblicato ieri ed ha poi letto per intero su LaSicilia.it il drammatico resoconto di Luca Salerno, responsabile del progetto di Medici Senza Frontiere sulla nave Aquarius, che ha parlato di donne stuprate e uomini torturati nei lager con i telefoni in vivavoce e i loro parenti costretti ad ascoltare nei villaggi e terrorizzati dai carcerieri che così ottengono altro denaro. Ma che cosa stiamo combinando, allora?

«Stiamo combinando quel che sapevamo già. Nei mesi scorsi e ancora nelle ultime settimane ho visto che i dati forniti dal Ministero dell’Interno sulla diminuzione degli sbarchi sulle nostre coste erano stati salutati con grande soddisfazione, con enfasi e quasi celebrati. Un grande successo, è stato detto non solo da chi ha attivato politicamente gli accordi con la Libia, ma anche da tanti mezzi di informazione, tranne, davvero, rare eccezioni. Ma quel che sta accadendo adesso era più che prevedibile, scontato. E noi lo avevamo anche anticipato, da tempo».

Ha ragione, ovviamente, Emma Bonino. L’intesa del nostro governo con il premier libico Al Serraj aveva sin dall’inizio suscitato fortissime perplessità, anche perché non era per nulla né detto né scontato che bastasse mettersi d’accordo con il precarissimo Serraj per bloccare i flussi di migranti che si imbarcavano in Libia per raggiungere la Sicilia. Ma prima di approfondire l’errore che sta a monte dell’accordo, Emma Bonino si pone l’altra domanda. La domanda.

«La domanda a cui nessuno ha voluto o potuto dare una risposta: se è vero che nel 2017 gli sbarchi sono crollati del 98% rispetto all’anno precedente, dove sono finiti i migranti che non arrivano più? Dove siano finiti nessuno lo ha detto chiaramente tra i responsabili istituzionali, ma è del tutto evidente che migliaia di donne, uomini, ragazzi e bambini sono finiti nei lager libici. In quelli statali e in quelli privati. Lager dove i prigionieri vengono torturati, le donne stuprate, dove vengono sfruttati per lavori disumani, dove subiscono continue estorsioni di denaro. Ma, in poche parole, a noi che ci importa. Come si dice, lontano dagli occhi, lontano dal cuore».

Ma più a monte c’è un accordo che nelle intenzioni del governo e del ministro Minniti avrebbe dovuto mutuare l’effetto di quelli chiusi in altri tempi, per esempio alla fine degli anni 90 con l’Albania, ma anche con alcuni Paesi del Maghreb dove c’erano però ben altri equilibri. Insomma, risorse economiche, ma anche addestramento per la polizia, nella fattispecie per la Guardia costiera libica. E meno male...

«Già, perché quello che è accaduto nell’ultima operazione e con l’ultimo naufragio è veramente esemplificativo del rapporto di collaborazione e di sinergia che siamo riusciti a stabilire con i libici. Semplicemente assurdo. Assurde le condizioni, incredibile la fiducia riposta in chi non riesce nemmeno a controllare il suo Paese e avrebbe dovuto bloccare le attività di bande specializzate nel traffico di esseri umani. Ma come è stato possibile pensare che la chiave, non solo sotto il profilo umanitario, ma anche tecnico, fosse affidare al governo libico il respingimento e il controllo dei flussi migratori che arrivano dal deserto? Respingimenti, ovviamente, di massa, l’esatto contrario di ciò che prevede il diritto. Ma, del resto, qualcosa del genere lo avevamo già accordato anche alla Turchia di Erdogan per i Balcani. E io avevo fatto sentire anche allora forte la mia voce di dissenso per quell’intesa».

Ma non era nemmeno una voce isolata quella di Emma Bonino, né solo sue le perplessità. Il commissario europeo dei Diritti umani, Nils Muiznieks in una missiva inviata al capo del Viminale lo scorso 28 settembre esprimeva una tonnellata di dubbi su quell’accordo: «Le sarei grato se potesse chiarire che tipo di sostegno operativo il suo governo prevede di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali e quali salvaguardie l'Italia ha messo in atto per garantire che le persone salvate o intercettate non rischino torture e  trattamenti e pene inumane». Chiarissimo. Come la risposta del ministro Minniti che garantiva che «i migranti salvati non vengono rispediti in Libia e la collaborazione con le autorità di quel Paese è finalizzata unicamente a rafforzare le capacità operative della locale Guardia costiera, attraverso la formazione, l'equipaggiamento e il supporto logistico in stretta sinergia con gli organismi Ue, e non certo ad attività di respingimento».

Emma Bonino non riesce nemmeno a cacciar fuori un sorriso amaro: «La risposta sta in quelle immagini girate in mare, sta nelle foto, sta nelle testimonianze raccolte. Anche perché più che su Serraj, che non controlla neanche il quartiere in cui abita a Tripoli, l'Italia, per contenere i migranti, aveva puntato, e pagato, le milizie. Naturalmente, però, non ha i soldi per pagarle tutte, perché sono centinaia. E così, come è avvenuto a Sabratha, le bande che non sono state pagate si rivoltano e nella città, dove prosperava il traffico di esseri umani e si arricchivano gli scafisti, è esplosa la guerra civile. Così non controlliamo nulla. Bisogna cambiare registro, subito. Lo abbiamo detto nella campagna “Ero straniero”, lo ribadiamo oggi. Basta alimentare odio e xenofobia. L’Europa faccia per intero il suo dovere, l’Italia cambi strategia e si evitino strumentalizzazioni che rendono tutto più difficile favorendo chi vuol portare avanti la politica della paura».

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