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Coronavirus, in Italia due settimane per avere i primi risultati

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Coronavirus, in Italia due settimane per avere i primi risultati

Di Redazione

PARIGI - «Due settimane. Fra 2 settimane dovremmo cominciare a vedere qualche risultato. L’azione dell’Italia è molto energica ma gli italiani devono aspettare per vederne l’efficacia. Non devono mollare, devono avere pazienza»: Cristiana Salvi, responsabile relazioni esterne alle Emergenze Sanitarie dell’OMS Europa, è una dei tanti italiani che fa il conto alla rovescia in attesa del primo spiraglio di luce nella crisi del Covid-19.

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Il futuro del Coronavirus «lo stiamo vedendo in Cina» dice in un’intervista all’ANSA dal suo ufficio di Copenaghen la dottoressa Salvi: «lì - spiega - sono state prese fortissime misure di contenimento all’epicentro dell’epidemia. Adesso i contagi stanno scendendo in maniera incredibile, proprio a seguito di quelle misure».

I contagi, il conto dei morti, ogni giorno sembra più lungo dell’altro: «Quando avremo il picco non lo possiamo dire, in Europa c'è ovunque un andamento a salire, oggi abbiamo oltre 30.000 casi, metà dei quali in Italia. Ma Spagna, Francia e Germania stanno salendo nel numero dei casi. Ce lo aspettavamo, tutta la popolazione è esposta perché è virus nuovo. Nell’influenza stagionale, alla fine circolano gli stessi virus che di anno in anno mutano ma nella popolazione si forma una certa immunità. Che per questo virus non c'è».

Il problema è quando si passa dai focolai alla propagazione "comunitaria": tutti gli stati devono cercare di fermare il virus prima che passi alla trasmissione nella comunità: «quando si hanno pochi casi, piccoli focolai, bisogna aggredire - sottolinea Cristiana Salvi - tracciare i casi, i contatti, testarli in laboratorio e fermarli. Quando il virus attacca a livello comunitario, si rende necessario intervenire anche con azione di mitigazione, una misura che ha efficacia ma che ha costi socio-economici alti».

Ma in Italia cosa è successo: «In Italia, purtroppo - spiega - la finestra di opportunità per agire immediatamente è stata strettissima. Dopo il 21 febbraio si è passati da decine a centinaia di contagiati, un incremento repentino inaspettato, la finestra era diventata troppo stretta per poter solo contenere e si è passati ad adottare misure molto stringenti, inizialmente per il nord Italia e poi per il resto, per prevenire l’ulteriore diffusione del virus».

«L'Italia ha agito molto energicamente - assicura - ma era complicato tracciare i pazienti-contatto, molti non avevano legami epidemiologici, il paziente zero non è stato mai individuato, il paziente 1 ha avuto subito molti contatti che non è stato possibile rintracciare. Poi, ricordiamo che un terzo della popolazione ha un’età avanzata e questo ha influito». Cristiana Salvi è stata nei giorni scorsi in Italia in missione, proprio per studiare e valutare il potenziamento delle strutture sanitarie: «siamo stati positivamente colpiti da come sono stati organizzati in tempi rapidissimi l’isolamento e il flusso dei pazienti. C'è stata una risposta immediata».

I paesi europei rispondono in modo molto diverso all’emergenza: «ogni governo - spiega - ha il polso della situazione del proprio paese sulla base della strategia messa in piedi, non è possibile una strategia unica a livello europeo. Tutti i paesi hanno come obiettivo di fermare il virus. Quanto ai viaggi, non abbiamo mai consigliato restrizioni alle frontiere, su questo c'è anche un discorso di conseguenze economico-sociali che diventano più pesanti rispetto all’efficacia del provvedimento sulla salute. Vediamo che alcuni paesi hanno adottato misure più forti alle frontiere, hanno fatto le loro valutazioni. Noi auspichiamo che queste misure siano di durata più breve possibile per avere un impatto meno grave. Quello che abbiamo raccomandato a tutti è: fino a quando è possibile fare contenimento, perché dà la possibilità di controllare la trasmissione prima che si diffonda».

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