musica
Dopo Lighea in Sicilia le sirene (in)cantano ancora
Quattro voci siciliane, tre modi di trasformare la musica in racconto. C'è una Sicilia musicale che non ha bisogno di inseguire le mode per essere contemporanea. È una Sicilia che guarda alla propria terra senza trasformarla in cartolina, che mescola memoria e ricerca, parole e suoni, tradizione e linguaggi internazionali.
Rachele Amore, Adriana Spuria, Chiara Garozzo e Cassandra Raffaele appartengono a questa geografia, ma lo fanno seguendo traiettorie diverse. Sirene sì, ma oltre la definizione della Lighea “cantata” nei racconti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. A unirle non è dunque uno stile comune, quanto un’esigenza: andare oltre la semplice forma-canzone per costruire un universo riconoscibile. Nei loro lavori la Sicilia non è soltanto un luogo geografico, ma materia emotiva, paesaggio interiore dal quale partire per guardare altrove. E proprio questa capacità di trasformare il territorio in linguaggio, senza restarne prigioniere, rappresenta uno degli aspetti più interessanti della nuova creatività musicale isolana.

Rachele Amore, pedigree tutt’altro che lontano dal mondo della musica impegnata e di ricerca, debutta con “Rarichi”, 50 minuti e 7 brani che mischiano radici, tradizione e innovazione, memoria e sperimentazione. Il suo background si fonde con quello dei sette musicisti che la accompagnano: Erica Ruggero e Sara Tinti (voce), Manuel Calumi (sax alto), Davide La Rosa (chitarra), Vincenzo Bosco (piano), Sergio Mariotti (basso doppio), Francesco Benizio (batteria). Dei sette brani “Alba” - spiega Rachele - è quello a cui sono più legata, forse perché è cresciuto lentamente dentro di me nel corso degli anni, insieme ai sentimenti più occulti che nutro per la mia terra, meravigliosa e dannata. E se volete una chicca, ascoltate la sua voce anche nella formidabile interpretazione della versione siciliana di “The Great Gig In The Sky” dei Pink Floyd nel nuovo cd della Compagnia d’Encelado Superbo (di cui fa parte papà Salvo) dedicato proprio alla rilettura del grande classico della band di Gilmour & Waters.

Adriana Spuria torna con “Stendhal”, un brano nel quale musica, letteratura e immaginazione visiva si incontrano fino a diventare un'unica esperienza emotiva. Il titolo richiama la celebre sindrome di Stendhal, quella sorta di vertigine provocata dall'esposizione alla bellezza, e già in questa scelta è racchiusa la direzione artistica del pezzo: non raccontare semplicemente qualcosa di bello, ma provare a restituire l'effetto che la bellezza produce su chi la contempla. La canzone nasce dalla collaborazione tra la scrittura musicale di Spuria e il testo di Gae Capitano, con un arrangiamento firmato da entrambi. Il testo costruisce una galleria di immagini nella quale compaiono Renoir, Cézanne, Monet, Rodin, Celan e la Monna Lisa. Non sono citazioni messe lì come ornamento colto: diventano tasselli di una narrazione sensoriale, fatta di desiderio, contemplazione e mistero.
Al centro c'è una figura femminile sfuggente, quasi cosmica, che non può essere racchiusa in una definizione. La vera protagonista di “Stendhal”, in fondo, è proprio la bellezza quando smette di chiedere spiegazioni. Il ritornello ne fa il fulcro di un abbandono emotivo consapevole, mentre la musica costruisce una tessitura elegante e cinematografica. Strumenti reali e programmazione elettronica convivono senza forzature: basso, batteria, chitarre e pianoforte dialogano con synth e tastiere, sostenendo la voce di Spuria e una scrittura che sceglie la suggestione invece dell'immediatezza a tutti i costi. Ne emerge un pop d'autore sofisticato, capace di cercare la propria forza nell'atmosfera e nella stratificazione.

Se Spuria parte dall'arte e dalla bellezza per arrivare all'emozione, Chiara Garozzo sceglie invece una strada più intima e terrena. Cantautrice catanese, Garozzo presenta “Li Iorna”, brano che nasce dall'ispirazione per L'arte della gioia di Goliarda Sapienza. È una canzone che sembra avere alle spalle un processo creativo quasi fisico: una stanza attraversata dal vento, un libro, un foglio di carta, una chitarra e una voce. Pochi elementi, ma sufficienti per dare origine a un progetto più ampio, Ummra, di cui “Li Iorna” rappresenta l'apripista. Qui la città torna a essere fondamentale. La canzone, nelle parole dell'artista, è pronta a “danzare su una strada catanese”: un'immagine che dice molto della sua poetica, perché mette insieme la dimensione letteraria e quella quotidiana, il riferimento a una grande scrittrice e il respiro concreto delle strade. Goliarda Sapienza diventa così un punto di partenza, non un modello da imitare.
Il brano cerca la propria voce attraverso un processo di trasformazione personale, affidandosi poi alla sensibilità di Andrea Cipria e Orazio Magrì, compagni di viaggio nella costruzione di Ummra. Anche la scelta della copertina, affidata a Nahuel Llama Fernandez, contribuisce a definire un progetto che vuole essere prima di tutto un organismo artistico complessivo. “Li Iorna” non si presenta quindi come un episodio isolato, ma come l'inizio di un percorso nel quale musica, immagine, letteratura e territorio possono dialogare. È una dimensione più raccolta rispetto alla magniloquenza immaginifica di “Stendhal”, ma altrettanto interessata a fare della canzone un luogo nel quale sperimentare un'identità.

Con Cassandra Raffaele, infine, la Sicilia cambia ancora pelle e diventa ritmo, club, memoria e contemporaneità elettronica. “Welcome to Sicily” è forse il titolo più esplicito dei quattro, ma anche quello che gioca maggiormente con gli stereotipi. La Sicilia evocata da Raffaele è infatti una “donna Dj vestita Dolce & Gabbana” che mette dischi durante la processione del Santo Patrono: un'immagine ironica, pop e surreale, capace di condensare in poche parole il cortocircuito tra sacro e profano, tradizione e cultura contemporanea. Ed è proprio qui che emerge il lato più personale del brano: dentro l'allucinazione sonora di “Welcome to Sicily” affiora il ricordo del padre. La memoria privata entra nel corpo della canzone e si trasforma in ritmo, quasi a dimostrare che anche il dolore può trovare una forma danzabile. Il mix di Riccardo Piparo completa un suono costruito sul concetto di “magnetic loop”, un flusso ipnotico nel quale nostalgia e futuro finiscono per convivere.
Amore, Spuria, Garozzo e Raffaele raccontano dunque quattro Sicilie differenti. La prima si lega in modo viscerale alle proprie radici ma le lascia viaggiare nel segno della modernità, la seconda attraversa musei immaginari, poesia e desiderio; la terza parte da Catania, dalla letteratura e da una dimensione artigianale della scrittura; la quarta porta l'isola dentro un club, trasformandone simboli e memorie in elettronica contemporanea. Quattro percorsi che non hanno bisogno di assomigliarsi per dialogare. Forse è proprio questa la cifra più interessante della loro presenza nel panorama musicale: la Sicilia non viene utilizzata come semplice marchio di origine, ma come punto di tensione. È qualcosa da interrogare, reinventare, perfino contraddire. Quattro luoghi diversi, un'unica isola alle spalle. E davanti, tutta la libertà della musica.