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Mafia, arrestato un altro componente della nuova Cupola

Si tratta di Stefano Polizzi, 63 anni, capo della famiglia mafiosa di Bolognetta sfuggito ai fermi disposti dalla procura nel corso dell’operazione Cupola 2.0

Mafia, arrestato un altro componente della nuova Cupola

PALERMO - Proprio mentre il gip di Palermo si prepara a esaminare le posizioni dei fermati ieri per associazione mafiosa e reati collegati, tra cui le estorsioni, il 47simo boss finisce nella rete dei carabinieri che hanno decapitato buona parte della cupola mafiosa scoprendo il nuovo capo dei capi a Palermo, Settimo Mineo, 80 anni, della vecchia guardia di Cosa nostra, gioielliere, due fratelli uccisi nella guerra di mafia, condannato più volte e sempre ligio al dovere criminale di tenere la bocca chiusa e scontare la condanna. Gli indagati sono interrogati e molti preferiscono non rispondere.


Il fermato è Stefano Polizzi, 63 anni, capo della famiglia mafiosa di Bolognetta, tra Palermo e Agrigento. E’ stato rintracciato la notte scorsa nella sua zona ed è accusato di partecipazione all’associazione mafiosa con l’aggravante delle funzioni direttive. L’operazione «Cupola 2.0» riguarda 49 indagati e ieri erano stati eseguiti 46 fermi. Sono ancora ricercati Giusto Francesco Mangiapane, 42 anni, nato a Ciminna e residente a Villafrati, e Carlo Noto, 52 anni di Misilmeri. Nel tratteggiare la figura del nuovo boss dei boss scelto dalla cupola di Cosa nostra per rappresentarla, prendere le decisioni importanti, dirimere le questioni tra le cosche, gli inquirenti scrivono che Settimo Mineo era riconosciuto dagli abitanti della zona (Pagliarelli) «quale autorevole figura di riferimento, quale persona a cui rivolgersi per ottenere il permesso per avviare una nuova attività commerciale o per recuperare la merce che era stata rubata; o ancora veniva chiesto il suo intervento risolutivo anche nell’ambito di rapporti privati aventi ad oggetto la locazione di immobili o il pagamento di un credito di denaro».


«Il sistematico, spontaneo, ricorso di commercianti ed imprenditori al capomafia - scrivono - anziché ai canali della giustizia ordinaria, era sintomatico di un contesto socio-ambientale gravemente compromesso. Del resto le condotte di Mineo, anche qualora non immediatamente finalizzate ad un guadagno in termini economici per sé e per l’organizzazione, comunque costituivano l’espressione più autentica del controllo capillare e diffuso del territorio contribuendo ad alimentare, tra la popolazione locale, una condizione generale di sottomissione e connivenza, preminente fattore di stabilità e continuità del modello mafioso».


Mineo era consapevole che gli strumenti tecnologici sono "nemici" dei segreti e non voleva vicino a se cellulari, né che venissero utilizzate comunicazioni multimediali anche per gli appuntamenti. Tutto a voce e direttamente. Incontri rapidi di pochi minuti per strada. E se per esigenze particolari le riunioni dovevano svolgersi al chiuso il luogo non doveva mai essere riutilizzato per altri incontri. Nel blitz antimafia è caduta anche Rosalba Crimò, 29 anni, accusata di concorso esterno, figlia dell’indiziato mafioso Maurizio, entrambi arrestati ieri. Secondo l’accusa la ragazza teneva e gestiva la cassa della famiglia mafiosa di Misilmeri. Un ruolo che gli si confaceva evidentemente: era anche cassiera del negozio "Deter shopping" di suo padre.  

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