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Chiude il Grand hotel des Palmes di Palermo, luogo di trame e misteri

Costruito nel 1874 come residenza della famiglia aristocratica inglese Ingham-Whitaker, nel 1881 diventò la storica dimora di Richard Wagner. Albergo dal 1907, è stato crocevia di intrighi del potere, trame della mafia, scandali della politica, avventure di personaggi stravaganti

Chiude il Grand hotel des Palmes di Palermo, luogo di trame e misteri

PALERMO - L’ultimo mistero lasciò l’hotel delle Palme di Palermo dentro una bara. Era il 6 aprile 1998 e il personale dell’albergo - di cui il fondo Algebris ha annunciato la chiusura temporanea per opere di riqualificazione - era schierato nella hall per dare il commosso saluto al barone Giuseppe Di Stefano, morto a 92 anni nella costosa suite 204 dove aveva trascorso per 50 anni un esilio dorato. I giornali descrissero con toni accorati quell'ultima pagina di gloria di un albergo che non è stato solo un teatro della vita per tanti personaggi del mondo dell’arte e dello spettacolo. Questo edificio liberty, che adesso chiude i battenti per un tempo indefinito, è stato anche il crocevia di intrighi del potere, trame della mafia, scandali della politica, avventure di personaggi stravaganti.

Costruito nel 1874 come residenza della famiglia aristocratica inglese Ingham-Whitaker, diventò nel 1881 la storica dimora dove Richard Wagner terminò il suo «Parsifal». Nel 1907 l’edificio venne ceduto al cavaliere Enrico Ragusa che lo fece diventare, con il pretenzioso nome francese di Grand hotel et des Palmes in armonia con il clima del tempo, un simbolo della Belle Epoque dopo una trasformazione progettata da Ernesto Basile, caposcuola del liberty siciliano, impreziosita da marmi, specchi, statue e sale con soffitti intarsiati. Divenne subito il luogo del fascino e del lusso: la leggenda rimanda ancora il racconto delle cene con 12 portate organizzate da Vittorio Emanuele Orlando, il presidente della Vittoria.

Poi cominciò la lunga stagione dei misteri. Quello della fine di Raymond Roussel nel 1933, trovato dissanguato nel bagno della sua camera, intrigò tanto Leonardo Sciascia che ne ricavò un libro in cui mette in discussione la tesi sbrigativa di un suicidio. Nel 1943 l’hotel delle Palme venne requisito dalla Marina americana e diventò il centro direzionale di operazioni di intelligence ma anche di relazioni opache con personaggi della mafia siculo-americana. Qui Vito Genovese incontrava Charles Poletti, capo degli affari civili dell’amministrazione militare alleata. E qui sarebbe venuto, nel 1946, appena espulso dagli Stati Uniti come «indesiderabile», il boss Lucky Luciano in compagnia della giovane amante Virginia Massa. Luciano sarebbe tornato nel 1957 per partecipare al vertice della mafia che decise i suoi nuovi assetti mondiali e l’eliminazione di Albert Anastasia. In una sala dell’hotel si ritrovarono con Luciano anche personaggi del calibro di Joe Bonanno, Carmine Galante, Santo Sorge, Frank Garofalo, Vincenzo Rimi, Cesare Manzella, Rosario Mancino. L’ombra della mafia si allunga anche sulla scelta del barone Di Stefano di ritirarsi nel lusso di una suite per mezzo secolo: forse era il viatico per sfuggire a un misterioso ricatto.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta le sale dell’hotel sono state testimoni delle trame della politica culminate con la caduta del governo autonomista di Silvio Milazzo. La crisi esplose quando un deputato Dc, Carmelo Santalco, portò in aula la registrazione, fatta in segreto in una stanza dell’albergo, di un colloquio per la compravendita di un voto di fiducia. Da quel momento alle «Palme» prese il sopravvento una folla di personaggi dell’arte come Renato Guttuso e Giorgio De Chirico, del teatro come Tino Buazzelli e del mondo dorato del cinema come Vittorio Gassmann, Francis Ford Coppola, Al Pacino. Il loro passaggio ha lasciato traccia nella cronaca rosa e nei ricordi dello storico barman dell’hotel Toti Librizzi, custode di un patrimonio di aforismi autografi e disegni.

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