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Palermo

Via della Seta, «Sicilia strategica ma fate trovare a Xi una Palermo pulita»

Di Michele Guccione

Palermo - La Sicilia da ultimo lembo d’Europa ad hub strategico dei traffici commerciali della Cina nel Mediterraneo. Perchè è la geografia a governare l’economia. Ne è convinto il sottosegretario allo Sviluppo economico, il palermitano Michele Geraci, vent’anni in Cina come docente e banchiere d’affari, che spiega così la “toccata e fuga” palermitana che il presidente Xi Jinping ha ritagliato “in forma privata” nel programma della sua prima visita ufficiale in Italia.

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Geraci in questi mesi ha sbloccato l’esportazione di arance siciliane nel Paese del Dragone, poi l’accordo col quale l’Italia accompagnerà la Cina negli investimenti in Africa e nel Medio Oriente, quindi l’Erasmus delle startup italiane in Cina, e ora il Memorandum of Understanding sulla Via della Seta che sarà firmato sabato prossimo a Roma da Xi Jinping e dal premier Giuseppe Conte. Atto che rappresenta l’occasione per la Sicilia di rientrare nei giochi che i precedenti governi Renzi e Gentiloni avevano chiuso solo con Genova e Trieste lasciando fuori i porti del Sud.

Sulla Via della Seta è scoppiata una polemica internazionale. Ma è davvero un’opportunità per le imprese italiane e siciliane?

«È ottimo che se ne parli così tanto nel mondo. Perchè se ne sta parlando tanto anche in Cina, nei notiziari come sui social, e passa anche molta più pubblicità del solito sull’Italia. In questi giorni i cinesi si stanno mobilitando per capire cosa sia e dove sia Palermo, si chiedono perchè il loro leader ci andrà, e stanno aumentando le prenotazioni turistiche. Allora le imprese italiane devono capire cosa accade in Cina e coglierne le opportunità. Perchè nel MoU si parla solo di commercio».

Allora come mai tanto clamore?

«Il Memorandum è un sostegno al nostro export, punta a colmare il gap di vendite in Cina fra Italia e gli altri Paesi. La Germania esporta per 87 mld, la Russia 34, la Svizzera 22, Francia e Regno Unito 19 ciascuna, l’Italia appena 13 mld. È comprensibile perchè siano preoccupati se la Cina fa basi logistiche in Italia: noi esporteremmo di più e gli altri perderebbero affari. Ma se la Cina non viene da noi, va da un’altra parte, in Francia e in Spagna dove già controlla porti, e questo non ha dato scandalo. Il Mou ha poi un valore simbolico per promuovere il made in Italy presso i consumatori cinesi, che così possono migliorare la loro percezione dell’Italia».

Quindi venderemo i nostri porti?

«Nel MoU si parla genericamente di cooperazione allo sviluppo di infrastrutture. Vogliamo, sì, che la Cina investa nei nostri porti. Ma non li vendiamo, non si può. La Cina può ampliarne le capacità operative, allungare un molo, costruirne uno nuovo, fare una piattaforma di carico e scarico, come al Pireo, che con la cinese Cosco ha triplicato i traffici».

E come faranno a portare le merci fino a Lione, dove si fermerà uno dei terminali della Via della Seta ferroviaria, se non si fa la Tav?

«Io penso - ma non sono un esperto - che calcolando i volumi di merci che i cinesi porteranno a Genova, i risultati dell’analisi costi-benefici saranno più realistici e fare la Tav diventerà conveniente».

Oltre alle arance, la Sicilia che possibilità ha di inserirsi in questi affari?

«Sicuramente il turismo di fascia alta, però ci sono pochi hotel a 5 stelle, quasi tutti in Sicilia occidentale. È un turismo che va gestito con servizi di fascia alta. E poi la pulizia: se a Palermo c’è una sola carta a terra, non viene nessuno, figuriamoci i cumuli di immondizia con i gatti che ci mangiano dentro! La Cina si è molto evoluta rispetto all’idea che ne abbiamo. Cioè, non possiamo chiedere investimenti e turisti senza dare nulla in termini di servizi e di vivibilità. Anzi, lancio un appello a tutti i palermitani: da qui al 23 marzo ciascuno si impegni a pulire il pezzo di strada davanti casa propria, fate trovare a Xi Jinping una città pulita, altrimenti dirà che qui non si può fare business».

Sono previsti investimenti cinesi nei porti e aeroporti siciliani?

«È un tema in fase di discussione approfondita. L’Isola ha una posizione attraente perchè vicina all’Africa ed è lo snodo ideale dei traffici marittimi che transitano nel Mediterraneo. Da qui si può fare molto e loro ne sono ben consapevoli».

A Palermo la delegazione cinese incontrerà imprese siciliane?

«Non è previsto. Però se ci sono imprese interessate, mi scrivano a segreteria.geraci@mise.gov.it e proverò a organizzare qualcosa».

La Regione ha lanciato un appello perchè aziende cinesi investano nell’ex fabbrica Fiat di Termini Imerese...

«Non mi risulta che ci siano interessi concreti».

Quali i passi successivi alla firma del Memorandum?

«A cascata saranno firmati dieci accordi più pratici, di secondo livello, che entrano nel merito dei settori economici e nei quali rientrano imprese ed enti già preparati ad avviare collaborazioni. Seguiranno nelle settimane successive delle missioni in Cina per presentare le attività del sistema produtivo italiano e lì mi serviranno molto gli input dal Sud, soprattutto per il turismo».

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