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Reddito di cittadinanza, "furbetti" puniti a Palermo per bugia su entrate

Palermo

Reddito di cittadinanza, "furbetti" puniti a Palermo per bugia su entrate

Di Redazione

ROMA - Scatta il sequestro immediato della carta Postamat per i "furbetti" del reddito di cittadinanza anche nel caso in cui le entrate taciute, come lo stipendio in nero, siano inferiori alla soglia di 9360 euro l’anno, "paletto" fissato dalla legge bandiera di M5s per ottenere l’aiuto statale. Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato il sequestro del Postamat a due coniugi palermitani che si erano dichiarati disoccupati mentre, da appostamenti dei carabinieri, era emerso che il marito faceva il cuoco al nero al bar "Orchidea", frequentato locale con ampia veranda e ricco bancone di dolci. Negando il dissequestro, gli "ermellini" rilevano che con l’introduzione del reddito di cittadinanza «il legislatore ha inteso creare un meccanismo di riequilibrio sociale il cui funzionamento presuppone necessariamente una leale cooperazione tra cittadino e amministrazione, che sia ispirata alla massima trasparenza», e «non a caso» ha previsto «una ampia casistica di fattispecie di revoca, decadenza e sanzioni amministrative». Senza successo Gioacchino S.(37 anni) e Francesca S. (32), hanno sostenuto che non ci sarebbe alcun obbligo di dichiarare i redditi sotto la soglia, come quello del marito «di 180 euro settimanali, per sei mesi» per un totale di 7200 euro.

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La Cassazione ha replicato che la legge sul Rdc è «una disciplina correlata al generale "principio antielusivo" che si incardina sulla capacità contributiva» per cui "la punibilità" delle false dichiarazioni «si rapporta, ben oltre il pericolo di profitto ingiusto, al dovere di lealtà del cittadino verso le istituzioni dalle quali riceve un beneficio economico». In questa cornice è irrilevante, prosegue la Cassazione, "l'accertamento dell’effettiva sussistenza delle condizioni per l'ammissione al beneficio e, in particolare, del superamento delle soglie", perchè le norme puniscono chi ottiene il Rdc omettendo «informazioni dovute e rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio": non è «lasciata al cittadino la scelta su cosa comunicare e cosa omettere». Proprio «in relazione a casi come questo» ci sono sanzioni per chi "dimentica" «di comunicare redditi percepiti al nero": è compito dell’amministrazione «determinarne l’esatto ammontare e computarlo ai fini del superamento delle soglie». La coppia indagata aveva fatto la domanda per il Rdc il 18 marzo 2019, solo in seguito - dopo le indagini - il marito ha presentato una attestazione sull'esistenza di un contratto di lavoro semestrale che «contrasta con la prospettazione difensiva iniziale per cui il lavoro era svolto "al nero"» e sembra solo sorretta "dall’intento di limitare il reddito percepito a soli sei mesi in modo da collocarlo al di sotto della soglia". Per la Cassazione - verdetti 5289 e 5290 - ciò denota «dolo specifico" per coprire le entrate in nero «il cui effettivo ammontare è stato prima taciuto e poi artificiosamente diminuito». 

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