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Palermo

Borsellino, da Contrada a Scarantino: ecco cosa svela Ingroia sulla strage

Di Redazione

PALERMO -  «Ricordo che l’ex questore La Barbera chiese di essere l’unico responsabile della sicurezza di Falcone pur essendo questa una cosa anomala perché lui era alla Mobile, quindi non era il suo ruolo. Ricordo anche che era collegato a Bruno Contrada. Ricordo anche che nonostante l'allora capo dei pm di Caltanissetta Tinebra sapesse cosa il pentito Mutolo aveva detto di Contrada lo incaricò delle indagini sulla strage di Via d’Amelio». Le anomalie nelle indagini sulla strage di via d’Amelio, costata la vita a Paolo Borsellino e alla scorta, sono al centro dell’audizione dell’ex pm Antonio Ingroia davanti alla commissione antimafia regionale nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sull'attentato del 19 luglio del 1992. "Ricordo che Tinebra dopo la strage mi accolse e mi disse 'so che avremo tempo di sentirti ma intanto puoi darci elementi utili per le prime indagini?". Raccontai subito ciò che mi avevano detto due colleghi, Principato e De Francisci, a proposito delle rivelazioni di Mutolo sul pm Signorino e su Contrada», aggiunge Ingroia. "Nonostante le mie parole, Tinebra affidò a Contrada le indagini dopo la strage e dalla sua informativa prese poi corpo l'inchiesta che portò a Scarantino», spiega. Vincenzo Scarantino è il piccolo spacciatore che sarebbe stato imbeccato perché raccontasse il falso sulla strage. 

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«La conduzione delle indagini sulla strage di Via d’Amelio di Tinebra era finalizzata a sottodimensionare, ad evitare di mettere in mezzo profili diversi da quelli dei mafiosi, a far risultare che era solo la mafia che si vendicava del maxiprocesso. Era la lettura che doveva passare e Scarantino è stato il cacio sui maccheroni», ha quindi aggiunto Ingroia che ha anche parlato del rapporto mafia-appalti sul quale Borsellino conduceva una indagine informale dopo aver saputo che Giovanni Falcone se ne era occupato e ne aveva lasciato traccia in alcuni diari. «Borsellino era sbalordito che Falcone avesse diari - ha affermato Ingroia - perché aveva detto in vita che non ne avrebbe mai tenuto uno e allora mi disse: 'se Giovanni ha cominciato a tenere una agenda vuol dire che doveva scriverci cose gravi. E fu per questo che Borsellino cominciò a lavorarci, tenendo conto che quando era in Procura a Marsala aveva già avuto l'impressione che a Palermo stessero insabbiando il rapporto mafia-appalti"
Ingroia ha ricordato che a Borsellino non fu mai detto che il rapporto a Palermo stava per essere archiviato. «Mi disse che i pm di Palermo, non ricordo se Lo Forte o Pignatone, non gli raccontavano la verità», ha spiegato.

«E' impensabile che se fosse stato messo in piedi un depistaggio di Stato sarebbero stati coinvolti solo dei funzionari dello Stato e non livelli più alti. Le mie considerazioni vogliono essere uno stimolo a cercare coinvolgimenti che vadano oltre al questore La Barbera».  «Sentii Scarantino perché ci fece sapere che aveva elementi su Contrada e Berlusconi e che sapeva che l’ex premier era coinvolto in un traffico di droga. Lo andammo a interrogare e lui raccontò che Contrada aveva fatto soffiate a indagati facendogli evitare gli arresti. Le sue parole avevano un’apparenza di verosimiglianza, per questo feci riscontri e accertai che mentiva. Non ritenemmo però che ci fossero presupposti per indagarlo per calunnia un po' anche per motivi di opportunità perché la Procura di Caltanissetta lo avrebbe preso come un atto di guerra verso uno dei loro collaboratori principali». «Col senno di poi pensai - ha aggiunto l'ex pm - che poteva essere una polpetta avvelenata per colpire il processo Contrada perché se lo avessi presentato come testimone dell’accusa e poi avesse ritrattato o fosse venuto fuori che mentiva sarebbe stato un colpo per l’accusa». 

L'ex pm parla poi della cattura di Totò Riina: «Il mistero della mancata perquisizione del covo di Riina è un mistero di pulcinella. Chiunque sa che dopo l’arresto di un boss si fa la perquisizione della casa, se non si è fatta vuole dire che non si doveva fare. E non si poteva fare perché c'era una intesa: cioè si brucia l'uomo, Totò Riina, intendo, ma non si toccano i suoi segreti - spiega -. Tutti dicono che Riina portava con sé la cassaforte con i documenti. Un’altra opzione è che invece la perquisizione sia avvenuta senza controllo dei pm. Un sospetto nato dalle dichiarazioni di De Donno (ex carabiniere del Ros ndr) che disse che con le cose che avevano trovato qualcuno sarebbe dovuto scappare da Palermo per la vergogna». 

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