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Palermo

Caso Riina, giudice Maisto: «Tribunale potrebbe concedere domiciliari a tempo»

Di redazione

ROMA - «La sentenza della Corte di Cassazione su Totò Riina ha indicato principi di diritto di carattere generale ed annullato con rinvio al Tribunale di Sorveglianza di Bologna richiedendo la motivazione su due punti specifici per quel caso. Comunque non si tratta di dire sì o no alla scarcerazione perché, in caso di accoglimento, il Tribunale potrebbe concedere una detenzione domiciliare a tempo con divieti e prescrizioni strette». A chiarire i principi contenuti nella sentenza con cui ieri la Cassazione ha trattato la richiesta del difensore del boss di Cosa Nostra per un differimento della pena o, in subordine, per la detenzione domiciliare, è Francesco Maisto, dal 2008 al dicembre 2015 presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna competente per il carcere di Parma in cui sono rinchiusi molti detenuti al 41 bis. Di sua competenza sono stati prima Bernando Provenzano, poi Totò Riina.

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Esperto di criminologia clinica, per un decennio magistrato di sorveglianza a San Vittore, prima di approdare a Bologna, Maisto è da sempre impegnato per la difesa dei diritti in carcere. «Trattandosi di una sentenza della Suprema Corte - dice - mi auguro di non registrare accuse di filo mafiosità, come invece ho potuto verificare personalmente a proposito di sentenze di Giudici di merito. Questo nostro è uno strano paese in cui facilmente si affibbiano etichette».
Per la Cassazione, il tribunale di sorveglianza di Bologna nel motivare il diniego aveva omesso «di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico». Non aveva inoltre verificato e motivato «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità» da andare oltre la «legittima esecuzione di una pena». Secondo la Cassazione, inoltre, il tribunale non ha chiarito «come tale pericolosità "possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico».


La decisione della Cassazione ha sollevato polemiche soprattutto tra i familiari delle vittime di mafia. «E' comprensibile - dice Maisto - che chi ha sofferto per mano di Riina sia contrario a qualsiasi atto di clemenza nei confronti del boss, ma per la decisione sul differimento pena o sui domiciliari la Legge non prevede un intervento o un parere, come in altri casi, delle vittime. È in gioco soltanto la potestà punitiva dello Stato di diritto». Il giudice si dice convinto anche della serietà dei rischi sollevati dal presidente dell’Antimafia Rosy Bindi che ieri ha evocato il pericolo che trasferire Riina ai domiciliari possa trasformare la sua casa in un santuario della mafia. «L'on. Bindi - dice Maisto - è persona "impastata" nei valori della nostra Costituzione e giurista di scuola "personalista" che tanto ci ha insegnato. I rischi a cui fa cenno Bindi ci sono sempre, ma ho grande stima della professionalità delle nostre forze di Polizia per pensare che quanto paventato non avvenga». Infine sul fatto che per quanto riguarda Bernardo Provenzano la Cassazione si sia espressa in maniera diversa trattenendo il boss in carcere al 41 bis fino alla morte, Maisto commenta «ogni caso è un caso con connotazioni particolari. Qui la tempistica e la relazione tra le decisioni è diversa». 

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