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Presidenza Ars, si torna al voto: dopo due fumate nere per Miccichè oggi tutto può succedere

Il retroscena: il Pd gioca il jolly del patto e via all'asse M5S-dem con tre nomi per sparigliare. Per il centrodestra la partita è chiusa

Presidenza Ars, si torna al voto: dopo due fumate nere per Miccichè oggi tutto può succedere

Palermo - Che nel centrodestra ci fossero dei mal di pancia su Gianfranco Micciché era cosa nota, anche se fino all’ultimo i pontieri hanno lavorato per evitare le plateali esplosioni nel voto segreto. Anche che nel Pd ci fosse un tormento interno era cosa risaputa, anche se alla fine il gruppo - nonostante la tentazione di 5/6 deputati di seguire la strada collaborazionista dei due “cugini” di Sicilia Futura - è rimasto compatto.

E, subito dopo la seconda fumata nera, ad approfittare delle contraddizioni nei due schieramenti, è il movimento 5stelle. Giancarlo Cancelleri, con una mossa da democristiano navigato, ha lanciato la palla dall’altra parte della rete: «Siamo pronti a votare un presidente di centrodestra, concordandolo con il Pd, purché non sia Micciché». Una proposta che, numeri alla mano, potrebbe diventare competitiva.

Cosa succede adesso? Nel centrodestra assicurano tutti che la partita è chiusa. Oggi in aula ci sarà l’autonomista Pippo Gennuso (ieri assente per la grave perdita della moglie) e «quindi i conti per Gianfranco torneranno». Ovvero: i 36 voti necessari per essere eletto presidente a alla terza votazione con la maggioranza assoluta dei presenti. Anche al netto dei due franchi tiratori (che comunque si conta di recuperare nella notte), grazie alla conferma del sostegno dei due presunti “aiutini” di Sicilia Futura, additati come «stampella del centrodestra» da un inferocito Antonio Ferrante, vice regionale degli orlandiani.

Forza Italia è talmente certa di questi numeri da aver rifiutato un «accordo istituzionale» proposto in serata dal Pd, dopo la riunione del gruppo assieme al segretario Fausto Raciti. Un’intesa basata sulle due vicepresidenze da assegnare alle opposizioni (una ai dem, l’altra al M5s), oltre che su un «riequilibrio dell’ufficio di presidenza». Ma Micciché agli ambasciatori del Pd avrebbe fatto sapere che «l’accordo non mi interessa più, se non c’era prima non c’è adesso». Evocando anche il contenuto di un siparietto in un corridoio di Sala d’Ercole, con Raciti a rinnegare «un patto che non esiste» mentre il commissario forzista sgranava gli occhi. E ora la vendetta di GFM.

Una scommessa rischiosa, però, per il centrodestra. Perché se i due franchi tiratori dovessero confermarsi anche oggi e se i due siciliafuturisti dovessero riallinearsi al centrosinistra (magari grazie a un pressing romano, stimolato da Luca Lotti), i conti per l’elezione di Micciché diventerebbero ballerini: appena 32 voti. A allora avrebbe un senso il piano B del Pd, in asse con in grillini. Votare «un candidato di centrodestra di garanzia, anche a sua insaputa». Tre i nomi che circolano: Roberto Di Mauro (Autonomisti), Margherita La Rocca Ruvolo (Udc), Giorgio Assenza (#DiventeràBellissima). Con la speranza di «stanare altri nemici di Micciché».

Ma se l’operazione non dovesse riuscire, il Pd ne rimarrebbe schiacciato: il centrodestra e i grillini hanno la forza numerica per eleggere deputati questori e segretari senza che i dem tocchino palla. E a Sala d’Ercole sarebbe, a meno di un’intesa di singoli deputati dem col centrodestra, come l’estinzione del panda del Wwf. Ma la notte è stata lunga e tempestosa. E tutto, oggi, può succedere.

Twitter: @MarioBarresi

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