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Regione, Musumeci rassicura il centrodestra: «Nessun ribaltone, ora si fa sul serio»

Dopo la bocciatura della mini-finanziaria e "la tirata d'orecchi" agli alleati, il presidente torna sul mantra delle riforme: «All' Ars sono di tutti, dal M5S a Pd e tutti gli altri»

Regione, Musumeci rassicura il centrodestra: «Nessun ribaltone, ora si fa sul serio»

Piazza Armerina (Enna) -  A giudicare da come si muove a Piazza Armerina - prima, durante e dopo il blitz elettorale per un candidato di DiventeràBellissima - sembra tutt’altro che un presidente della Regione sull’orlo delle dimissioni. «Non resterò mai a riscaldare la poltrona per l’indennità e la vanagloria, ma - giura Nello Musumeci accarezzando una piccolissima fan con piglio da nonno premuroso - voglio fare le cose necessarie a cambiare il suo futuro e quello dei giovani siciliani».

Non lascia, il governatore. E raddoppia: «Non sono aduso a praticare ribaltoni», dice quasi a voler rassicurare gli alleati di centrodestra. «Continuerò a governare con la stessa coalizione con cui sono stato eletto», è il mantra politico. Al quale segue quello istituzionale: «In parlamento le riforme appartengono a tutti: dai Cinquestelle al Pd, Sicilia Futura e sinistra, oltre naturalmente al centrodestra». Concetti non nuovi, ma che assumono un significato diverso dopo il video-sfogo di martedì sera: «Riforme o tutti a casa», l’ultimatum dopo il naufragio, all’Ars, del collegato alla finanziaria.

Argomento chiuso, per il momento. Musumeci non vuole tornarci. Né con i cronisti, né con i tanti supporter che, anche a Piazza Armerina, lo incitano: «Presidente, non mollare». Lui non parla, ma sono eloquenti i racconti dei suoi fedelissimi. «Non è stata una minaccia, ma un preavviso», dice chi è al fianco di Musumeci da anni. Quasi sollevato dal fatto che mercoledì sera, con una modalità insolitamente social (oltre 150mila visualizzazioni nei vari profili), sia uscito allo scoperto. «È il Nello di sempre: istituzionale, insofferente ai ricatti, libero dai partiti», dice chi gli sta accanto. Omettendo con benevolenza la notazione che magari un discorso del genere andava pronunciato in Aula, piuttosto che davanti alla telecamera di uno smartphone.

Ma tant’è. Se un risultato doveva esserci, c’è stato. «Guardate che quello si dimette davvero», è stato il tam-tam di una notte che s’era aperta con l’idea di azzerare la giunta regionale. Subito in moto i pontieri: dagli assessori più “lealisti” (Marco Falcone, Mimmo Turano e Toto Cordaro) al vicepresidente dell’Ars, Roberto Di Mauro, uomo-spogliatoio decisivo per la tenuta della coalizione. E anche Ruggero Razza, evoluzione della specie dei Nello-boys, è in avanscoperta: nelle prossime ore un faccia a faccia importante per gli equilibri del centrodestra.

Il rapporto con Gianfranco Miccichè? Musumeci non ne parla, così come non ne ha (quasi) mai parlato a taccuini aperti. Ma sono in molti, a Palazzo d’Orléans e non soltanto, a fornire l’interpretazione più o meno autentica dell’ultimo corto circuito. Al presidente dell’Ars sarebbero saltati i nervi soprattutto dopo la vetrina napoletana di Nello, con l’ammissione della «necessità, avvertita dalla gente» di un partito dei governatori del Sud. Un’idea futuribile, embrionale. Ma che nella (legittima) lettura del commissario regionale di Forza Italia è stata vissuta come una seria minaccia, oltre che mancanza di rispetto all’azionista di maggioranza relativa del centrodestra siciliano. Ma quello dei forzisti è stato vissuto come «un colpo basso di chi ha il vice e tre assessori-chiave, oltre alla guida dell’Ars».

Certo, sul tavolo c’è anche l’asse fra il governatore e Matteo Salvini. Ma i musumeciani, anche nel retropalco dell’Ennese, tendono a ridimensionare questo aspetto. «È un rapporto istituzionale, fra il presidente e il leader di un partito alleato a Palermo che governa a Roma», dicono. Aggiungendo che l’ipotesi di una federazione di DiventeràBellissima con la Lega alle Europee, ancor più gradita al ministro dell’Interno soprattutto dopo i numeri deludenti del Carroccio alle Amministrative in Sicilia, è «uno scenario ancora da verificare». Con un passaggio, tutt’altro che scontato (visto anche lo scarso entusiasmo di alcuni big, fra i quali il senatore Raffaele Stancanelli) al congresso del movimento a settembre prossimo. Ma, anche nel chiacchiericcio di Piazza Armerina, c’è chi ricorda a Miccichè, sostenitore della tesi che «Forza Italia è il nuovo partito del Sud» la circostanza che «non lo è mai stato già dai tempi di Alleanza nazionale». Il “patto del tonno”, per ora, resta sullo sfondo. Ma il rapporto con i leghisti al governo va avanti. Musumeci la prossima settimana incontrerà il viceré padano di Sicilia, il senatore Stefano Candiani, intanto nominato sottosegretario al Viminale. Sul tavolo una prima richiesta: il «potenziamento di uomini e mezzi dei vigili del fuoco nell’Isola».

Musumeci, dunque, rassicura. «Non ci sarà alcuna sorpresa». Riferendosi alla coalizione di governo, ma soprattutto alla tanto annunciata «stagione delle riforme». Per il presidente è «già tutto scritto, nel programma elettorale e nel verbale della seduta con le dichiarazioni programmatiche all’Ars». L’accusa che soffre di più - confessano i suoi - è quella relativa alla lentezza con cui si sta muovendo il governo regionale, «che purtroppo non dipende dalla mia volontà». Ed è per questo che, dopo il varo in giunta dei ddl sugli Ato Rifiuti e sulla pesca mediterranea, ora l’imperativo categorico di Musumeci è spingere sull’acceleratore: «Non possiamo più permetterci ritardi: avevamo promesso di mettere mano alle leggi-chiave dopo la sessione di bilancio ed è arrivato quel momento». E, nei discorsi con le persone più fidate, un’amara convinzione: «Non mi possono dire che le riforme si fanno in parlamento e poi rimandare tutto in commissione per affossarlo». L’agenda è fitta. Oltre che ambiziosa. Con un ordine cronologico di massima: il diritto allo studio, il refresh delle vecchie-nuove Province; le Ipab; la Forestale; i Consorzi di bonifica; l’emergenza sanitaria e il 118; la nuova mappa dei Beni culturali, fra Sovrintendenze e Parchi archeologici in versione 2.0; infine, il chiodo fisso: il super Irfis, da integrare con la fusione in progress fra Crias e Irac. «In tutto una decina di grandi progetti». Rivolti a chi? «A tutti», ripete, con un pizzico di cerchiobottismo istituzionale, Musumeci. Convinto, anche sulla strada di ritorno dalla Città dei Mosaici, di poter ricomporre l’impegnativo puzzle dell’Ars: «Non si deve imporre nulla, le leggi le deve elaborare il parlamento col contributo di tutti». Gli mostrano, dopo il comizio, l’ultima video-provocazione di Giancarlo Cancelleri: «Presidente, se si dimette noi siamo pronti. Ridiamo la parola agli elettori siciliani». Un sorriso, in punta di display. «Parliamo di cose serie. Adesso si fa sul serio», sussurra Musumeci.

Twitter: @MarioBarresi

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commenti 1
  • Mirko

    23 Giugno 2018 - 08:08

    ....ma ora si fa sul serio!!!! Sono passati parecchi mesi dalle regionali e ancora dobbiamo sentire queste parole infelici. Qunando inizierete a lavorare sul serio è sempre tardi.

    Rispondi

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