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Sessanta anni fa in Sicilia il governo Milazzo: fu il primo ad aprire ai post fascisti

Il democristiano Silvio Milazzo sfidò l'allora leader Dc Amintore Fanfani e aprì la strada al governo Tambroni

Sessanta anni fa in Sicilia il governo Milazzo: fu il primo ad aprire ai post fascisti

PALERMO - Correva l’ottobre del '58, sessant'anni fa, quando la periferica Sicilia - che aveva ottenuto la propria autonomia il 15 maggio '46, un paio di settimane prima del referendum che rese l’Italia una Repubblica - produsse uno strappo nella politica nazionale con la nascita del primo governo di Silvio Milazzo, democristiano dissidente che alla Regione formò un esecutivo con il sostegno di 16 compagni di partito e dell’intera opposizione, mandando su tutte le furie l’allora segretario Dc Amintore Fanfani che gli fece recapitare l’ordine di dimettersi, senza sortire alcun effetto.

Appoggiato da Pci e Psi, il governo era formato da una variegata coalizione che comprendeva l’Unione siciliana cristiano sociale, fondata dallo stesso Milazzo e poi sciolta nel '63, Psdi, Pli e Msi. Grande fu lo scandalo, soprattutto per il supporto di comunisti e socialisti a un’iniziativa in cui figurava un assessore post fascista, il capogruppo del Msi Dino Grammatico, titolare dell’Agricoltura.

Chiusa l’esperienza Milazzo nel febbraio del '60, dopo soli 16 mesi e tre governi (gli ultimi, a partire dal luglio '59, non videro la partecipazione del Movimento sociale), un mese dopo in Italia nacque un monocolore Dc guidato da Fernando Tambroni, con il sostegno del Msi.

Un esecutivo di breve durata, appena 4 mesi, durante i quali in Italia si susseguirono proteste, alcune finite nel sangue, per l’appoggio dei neofascisti al governo: cinque morti a Reggio Emilia (7 luglio), quattro a Palermo (8 luglio). E’ difficile pensare che l’esperienza milazziana non abbia aperto la strada a Tambroni, che ottenne la fiducia con il voto determinante dei missini.

Su Silvio Milazzo ("metà baruni e metà viddanu», si diceva di lui, aristocratico di nascita e imprenditore agricolo per mestiere) e il suo governo si è detto di tutto. A sinistra, soprattutto nel Pci, è ancora oggetto di dispute tra sostenitori e contrari. Tra i primi si schiera Emanuele Macaluso, che non ha mai avuto tentennamenti, giudicando quell'esperienza un atto di ribellione e la rinascita dello spirito autonomista dell’Isola. Per altri si trattò un’operazione condotta dal Pci per impedire che il Psi si alleasse a livello nazionale con la Democrazia cristiana, come invece accadde poco dopo, nel '63, con il primo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro.

Grammatico, che aveva ottenuto l’esplicito consenso all’operazione Milazzo dall’allora segretario del Msi Giorgio Almirante, parlò di «sana rivolta dei siciliani», rivendicando anni dopo, in un libro, l’impronta antimafia di quell'esecutivo. L'esperienza fu timidamente osteggiata dalla chiesa, fino a quando, con il rinnovo della scomunica ai comunisti, il Santo Uffizio la estese a coloro che si alleavano col Pci.

Nel giugno '59 l’episcopato siciliano - forse con una certa riluttanza - invitò i credenti a non votare per l’Uscs di Milazzo che ottenne, comunque, il 10% dei voti.

L’esperienza del milazzismo finì nel modo peggiore, con uno scandalo: un tentativo di corruzione di un consigliere, Carmelo Santalco, da parte di due colleghi che gli offrirono denaro per dare il proprio voto di fiducia al governo. Santalco registrò quella conversazione e denunciò l’accaduto.

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